RIVISTA ITALIANA DIFESA
Iran, si prepara un’azione di terra 24/03/2026 | Pietro Batacchi

La strategia sembra la stessa: si fa finta di negoziare, poi si colpisce. È andata così con la pantomima dei negoziati in Svizzera, quando in realtà gli Americani avevano già deciso di attaccare l’Iran assieme agli Israeliani.

Accadrà la stessa cosa anche adesso con un’eventuale azione di terra? Trump ha parlato di colloqui con l’Iran, e fatto impazzire i mercati mondiali (qualcuno si è arricchito molto ieri…), ma sul terreno una serie di indicazioni ci dicono che gli USA potrebbero lanciare nei prossimi giorni un’operazione “speciale” in Iran.

Venerdì la “portaerei anfibia” USS TRIPOLI con la nave anfibia USS NEW ORLEANS (LPD classe SAN ANTONIO) raggiungerà il Golfo di Oman, con buona parte della 31th Marines Expeditionary Unit (MEU), dove potrebbe essere raggiunta una decina di giorni dopo dalla 11th MEU, a bordo delle USS BOXER (LHD classe WASP), USS PORTLAND (LPD classe SAN ANTONIO) e USS COMSTOCK (LSD classe WHIDBEY ISLAND).

A ciò aggiungiamo il fatto che nelle ultime 2-3 settimane si contano oltre 20 voli cargo dalle basi dei Marines negli Stati Uniti verso le basi in Medioriente (Al Dhafra in UAE, King Faisal e Muwaffaq al Salti in Giordania, Ovda in Israele). Non solo, ma da giorni gli USA stanno trasferendo in area operativa pure elementi delle forze speciali e delle unità paracadutiste/d’assalto aereo: 75th RANGER Regiment,160th Special Operations Aviation Regiment (SOAR), 1th e 5th Special Forces Gorup (SFG), 82th Airborborne Division e 101th Airborne Division. Un build-up che inizia ad essere significativo: oltre 40 voli di cargo C-17 dagli Stati Uniti (dalle basi dove sono stanziate le unità menzionate) al Medioriente nelle ultime 2 settimane, specie in Israele e Giordania (la base di Ovda in Israele, e la base aera King Faisal e il King Hussein International Airport in Giordania). Un C-17 può trasportare un centinaio di paracadutisti pronti al lancio, mentre, ricordiamolo, materiali ed equipaggiamenti sono anche pre-posizionati nell'area: specie in Kuwait, a Camp Buehring e Camp Arfjan. 

L’obbiettivo americano potrebbe essere quello di tentare di riaprire Hormuz, prendendo il controllo delle isolette di Abu Musa, Larak e delle 2 Tunb, ed eventualmente della più grande Qeshm, per riaprire la via dei traffici e puntare a Kharg, l’isola terminal dalla quale passa il 90% dell’export petrolifero iraniano collocata nella parte nord-ordientale del Golfo Persico. Si tratterebbe di un'operazione certamente rischiosa. Qeshm è in pratica un tutt'uno con l’aera costiera di Bandar Abbas, dunque sarebbe esposta al tiro anche di cannoni e mortai, e lanciarazzi, oltre che di missili a corto raggio. Lo stesso in parte vale per Kharg, a 25 km dalla costa. Insomma, tutto il firing complex iraniano, o meglio, ciò che ne resta, sarebbe puntato sulle isole.

Ecco, allora, lo scenario al quale le forze USA, soprattutto i Marines, si addestrano ormai da un decennio (pensando all’Asia-Pacifico e alla Cina). Operare in maniera dispersa con unità piccole e meno tracciabili dentro alla “engagement zone” avversaria, impiantando delle “contro-bolle” A2/AD, da dove colpire l’avversario con loitering munitions e razzi HIMARS guidati, e con i Naval Strike Missile del sistema NMESIS (Navy Marine Expeditionary Ship Interdiction System), e condurre raid nella fascia costiera, e se serve anche più in profondità, per confondere ulteriormente il ciclo di targeting dell'avversario.

Il tutto sfruttando la copertura ISR e il supporto di fuoco ravvicinato degli F-35B dei Marines a bordo di TRIPOLI e BOXER.

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