Negli ultimi giorni gli USA hanno accelerato il rischieramento in Mediorente e in Europa di un dispositivo militare che in pochi giorni sarà pronto per un conflitto prolungato con l’Iran. Ad oggi, siamo nell’ordine dei 200 voli di cargo pesanti C-5 e C-17, che, da metà gennaio, hanno scaricato nelle basi della regione munizionamento, batterie antimissile/antiaeree aggiuntive ed equipaggiamenti vari. In Medioriente sono schierati una trentina di tanker, e oltre 50 nelle basi europee: il loro ruolo è fondamentale per rifornire i pacchetti di attacco e scorta, e i bombardieri che arriveranno direttamente dal territorio americano, per garantire il necessario ritmo di sortite e l’op-tempo pianificato.
Nelle basi della regione, specie in quella giordana di Salti, ad oggi gli USA hanno uno stormo di cacciabombardieri pesanti F-15 STRIKE EAGLE, uno stormo di caccia omnirolo F-35A ed almeno uno stormo di caccia medi F-16, una parte dei quali ottimizzati per le operazioni di soppressione delle difese antiaeree nemiche, più un gruppo di assaltatori A-10 THUNDERBOLT. A ciò bisogna aggiungere 6 aerei d’attacco elettronico EA-18G GROWLER, 6 velivoli MPA/multi-intelligence P-8 POSEIDON, almeno un aereo spia RC-135V RIVET JOINT, 3 droni spia MQ-4C TRITON, ottimizzati per la sorveglianza marittima, e 4 velivoli speciali per il relay radio E-11A BACN, più 2 E-3B/C AWACS in arrivo dagli USA. Altri 2 BACN e 2 AWACS dovrebbero essere in Europa. Le difese delle basi sono state potenziate con nuove batterie di THAAD e PATRIOT, e le scorte sono state ampiamente rimpinguate.
In mare, il gruppo da battaglia della portaerei LINCOLN è in posizione, mentre la portaerei FORD dovrebbe aver passato stanotte lo Stretto di Gibilterra, così come oltre 10 cacciatorpediniere classe ARLEIGH BURKE e 2-3 sottomarini a propulsione nucleare.
Gli Americani stanno, dunque, mettendo in campo tanta forza - che potrebbe genrare non menio di 200 sortite d'attacco il giorno - e le risorse necessarie a sostenerla nel tempo, senza dimenticare che anche Israeliani e, con tutta probabilità, Inglesi, sarebbero della partita. Gli Iraniani, dal canto loro, stanno “indurendo” i siti sensibili e aumentando le difese, e disperdendo forze e “pezzi” di leadership in profondità in tutto il Paese: la ridondanza e la vastità del territorio in questi casi aiutano molto. L’obbiettivo degli USA è chiaro: decapitare il regime, azzerare il programma nucleare e missilistico e colpire l’apparato industriale del Paese, creando così le condizioni per un cambiamento interno. Dunque, attacchi contro i siti nucleari e ciò che ne resta, attacchi contro fabbriche e depositi, siti industriali e governativi, e caccia alla Guida Suprema ed i caporioni dei Pasdaran.
Uno scenario molto più ampio e articolato della Guerra dei 12 Giorni, che potrebbe peraltro includere tentativi di blocco dello Stretto di Hormuz da parte delle forze iraniane, e che si prospetta comunque molto rischioso e senza una garanzia di regime change. Tuttavia, l’Iran smetterà di essere una minaccia, per come questa l’abbiamo conosciuta negli ultimi 20 anni, e dovrà fare i conti con una serie di sviluppi interni imprevedibili che, ad un certo punto, il regime potrebbe non essere più in grado di governare.



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