Tra un’uscita di Trump e l’altra - l’ultima: l’annuncio dell’avvenuto cambiamento di regime in Iran - gli USA stanno preparando un’eventuale azione di terra. Un’azione molto rischiosa, che, però, ad un certo punto potrebbe essere una scelta quasi obbligata, per provare a dare un’accelerata al conflitto.
In realtà, più che ad una vera e propria azione di terra, si dovrebbe pensare ad una serie di raid, condotti secondo la logica delle operazioni distribuite e delle Expeditionary Advanced Base Operations (EABO). Le forze che in questo momento gli USA stanno rischierando in Mediorionte, infatti, non consentono opzioni diverse. Facendo un calcolo molto approssimativo delle evidenze da fonti aperte che abbiamo, attualmente gli Americani potrebbero avere in teatro una brigata della 82ª Divisione Aviotrasportata (ed elementi della 101ª Divisione d'Assalto Aereo) e una brigata di forze speciali (con elementi di pressoché tutti reparti della comunità SOF) o forse anche qualcosa in più. A ciò aggiungiamo buona parte della 31th MEU dei Marines (3.500 uomini), giunta venerdì scorso in teatro a bordo di USS TRIPOLI e USS NEW ORLEANS, mentre la 11th MEU della USS BOXER è ancora lontana.
Uno degli obbiettivi potrebbe essere l’Isola di Kharg, il principale terminal petrolifero dell’Iran. Prenderla, e tenerla, significherebbe ottenere una carta fondamentale con la quale ricattare Teheran. Un’opzione sarebbe quella di paracadutare gli uomini della 82ª sull’isola, portando artiglieria leggera e loitering muntions, riparare la pista dell’aeroporto locale – danneggiata negli attacchi aerei americani degli scorsi giorni – e consentire così l’afflusso di altre forze via voli cargo. Altrimenti, Kharg è al limite del raggio di azione degli elicotteri CHINOOK, che potrebbero eventualmente usare come FARP (Forward Arming and Refueling Point) la piattaforma petrolifera di Nowruz. Lo stesso vale per i BLACK HAWK. Più margine, ovviamente, per le macchine del 160th SOAR (MH-47G e MH-60M), che possono essere riforniti in volo dagli MC-130J COMMANDO II (schierati in queste settimane in diversi esemplari nell’area operativa).
Altri obbiettivi potrebbero essere le isolette nello Stretto di Hormuz: dalla più grande Qeshm, alle piccole Tunb e Abu Musa, passando per la strategica Larak, a sud di Qeshm. Qui dovrebbero entrare in azione anche i Marines, con inserzioni verticali e via mare. Essenziale è portare a terra i missili sup-sup NSM sui 4x4 remotizzati ROGUE e i lanciarazzi HIMARS, per creare aree di contro-interdizione. L’isola di Abu Musa, a 70 km dalla costa, potrebbe essere usata come FARP – peraltro la pista del locale aeroporto è lunga 2,9 km, con voli regolari che la collega(va)no a Bandar Abbas – e come punto di lancio avanzato. Non basta, infatti, prendere il controllo delle isole, ma bisogna anche rifornirle – l’importanza delle piste – e tenerle, poiché tutto il firing complex iraniano sarà puntato verso di loro: considerando le distanze brevi, bisogna mettere nel conto droni e missili di tutti i tipi.
Ecco perché bisogna aspettarsi anche azioni più in profondità nel territorio iraniano – nell’area costiera di Bandar Abbas, ma anche nel Khuzestan – per andare a “sigillare” le aree di lancio dei missili, o quantomeno alcune di esse. Dunque, isolette, aree costiere e aree di lancio, ma il numero stimato di soldati americani presenti in teatro operativo non ci sembra al momento sufficiente per una serie di azioni del genere. Poi, scontato dirlo, è fondamentale il supporto aereo, sia per dare copertura ai raid sia come strumento di “contro-batteria” per ridurre l’azione del firing complex iraniano. Scenari complicati. Molto.
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