Nell’intervista esclusiva pubblicata su RID 11/2026, il Contrammiraglio (in congedo) Guillaume Merveilleux du Vignaux, Commissario Generale di Euronaval, analizza le trasformazioni della difesa navale, dalle architetture aperte ai droni oceanici, dalla sicurezza dei fondali al difficile passaggio dalla sperimentazione alla capacità operativa. Qui pubblichiamo un breve resoconto, il resto lo trovate su RID 11/26, disponibile online e/o in edicola.
La potenza navale è sempre meno misurabile soltanto attraverso il numero di navi di cui dispone una flotta. La sua efficacia dipende anche dalla rapidità con cui queste possono far evolvere le loro capacità, dai sistemi senza equipaggio che sono in grado di impiegare, dalle informazioni che riescono a sfruttare e dalle collaborazioni industriali che ne sostengono l’operatività.
Per Guillaume Merveilleux du Vignaux, questa trasformazione attribuisce a Euronaval una responsabilità particolare: guardare oltre le tecnologie esposte al salone e distinguere le nuove possibilità dalle capacità realmente in grado di superare la prova dell’impiego operativo.
Mentre il salone raggiunge la trentesima edizione e celebra sessant’anni di attività, il suo commissario generale descrive un settore in espansione. Il riarmo porta più espositori, stand più grandi e maggiori investimenti industriali. Eppure, il suo messaggio centrale non riguarda la crescita: Euronaval deve rimanere un osservatorio avanzato, attento al cambiamento tecnologico, aperto a nuovi interlocutori e saldamente ancorato alle esigenze delle marine.
La nave da guerra come sistema in continua evoluzione
Uno dei passaggi più significativi dell’intervista riguarda il rapporto fra la nave e le capacità che ospita.
Merveilleux du Vignaux respinge l’idea che la piattaforma sia diventata secondaria. Discrezione acustica, autonomia, sopravvivenza, caratteristiche idrodinamiche e generazione elettrica restano fattori decisivi. Tuttavia, sistemi di gestione del combattimento, guerra elettronica, comunicazioni, software ed elaborazione dei dati rappresentano una quota crescente del valore operativo. Ne deriva un cambiamento fondamentale nella filosofia progettuale. Non è più sufficiente consegnare una nave le cui capacità rimangano sostanzialmente immutate fino a un importante intervento di ammodernamento:
«Una nave destinata a rimanere in servizio fino alla fine del secolo non può dipendere da un sistema di combattimento chiuso, cristallizzato al momento della consegna».
A suo giudizio, la futura portaerei francese illustra bene questa sfida. I progettisti devono predisporla all’integrazione di tecnologie che ancora non esistono, compresi droni le cui dimensioni, esigenze energetiche e modalità d’impiego cambieranno nel tempo. Interfacce aperte, capacità elettrica, connettività e margini di spazio diventano quindi condizioni per preservarne la rilevanza operativa, non semplici riserve facoltative. Di conseguenza, la questione non è soltanto che cosa imbarcherà una nave alla sua entrata in servizio, ma quali nuove capacità potrà integrare durante l’intera vita operativa.
I droni alla prova dell’oceano
Sui sistemi senza equipaggio, l’intervista offre un utile contrappeso all’entusiasmo tecnologico. Non esiste un percorso universale verso una flotta più autonoma. Le marine rispondono a pressioni differenti: problemi di disponibilità operativa possono accelerare l’adozione di sistemi senza equipaggio in un caso, mentre in un altro sono le dinamiche demografiche a spingere verso l’automazione.
Qualunque sia la motivazione, restano 3 sfide: autonomia, robustezza e integrazione. Le decisioni sulla supervisione umana diventano particolarmente delicate quando i sistemi sono armati. Inoltre, impiegare un drone vicino a una struttura di supporto è ben diverso dal mantenerlo operativo per settimane con mare formato, lontano dalle infrastrutture di manutenzione e recupero.
«L’autonomia non elimina le difficoltà materiali: può semplicemente spostarle altrove», osserva Merveilleux du Vignaux.
È una considerazione che riporta il dibattito alla concretezza. Corrosione, approvvigionamento energetico, comunicazioni intermittenti, sollecitazioni meccaniche e tenuta al mare non scompaiono con l’equipaggio. Né una dimostrazione riuscita risolve, da sola, le questioni relative al lancio, al recupero, alla protezione o all’inserimento di un mezzo nell’organizzazione tattica della flotta.
Merveilleux du Vignaux immagina una progressione graduale verso missioni più lunghe e più lontane dalle basi. Le grandi piattaforme con equipaggio potrebbero diventare sempre più nodi di comando, supporto e lancio, mentre i sistemi senza equipaggio opererebbero in posizione avanzata. Una prospettiva subordinata, però, alla dimostrazione concreta di resilienza e interoperabilità.
I fondali diventano una priorità operativa
La stessa combinazione di opportunità e vincoli caratterizza la sua valutazione del dominio subacqueo. Cavi per telecomunicazioni, reti energetiche e altre installazioni accrescono l’importanza strategica dei fondali, mentre le tecnologie per osservarli e intervenirvi diventano più accessibili.
Queste capacità sfuggono a una distinzione netta fra protezione e attacco. Un veicolo subacqueo utilizzato per ispezionare un’infrastruttura o collocare un sensore può disporre di funzioni impiegabili, in un altro contesto, per scopi offensivi. La guerra di mine offre intanto un primo esempio operativo dell’approccio distribuito: unità con equipaggio, mezzi di superficie senza equipaggio, veicoli subacquei, sonar e sistemi di neutralizzazione che operano insieme.
Sulla strategia francese per i fondali, il giudizio è favorevole ma esigente:
«Una strategia non basta: deve essere sostenuta da piattaforme, sensori, droni, equipaggi, competenze industriali e risorse per il dispiegamento che consentano di attuarla nel tempo».
La riflessione va oltre la guerra sui fondali: riconoscere l’importanza strategica di un dominio conta soltanto se questo riconoscimento si traduce in capacità durature.
Il passaggio più difficile viene dopo la sperimentazione
Forse i passaggi più incisivi dell’intervista riguardano le acquisizioni. Software, sensori, intelligenza artificiale e droni evolvono secondo tempi sempre meno compatibili con le strutture tradizionali dei programmi. Merveilleux du Vignaux mette in discussione l’adeguatezza di processi di sviluppo lunghi e sequenziali per capacità che richiedono adattamenti frequenti: «Un avversario non aspetta che le nostre procedure siano completate».
Richiama quindi la maggiore interazione fra industria nazionale e utilizzatori operativi, comprese le sperimentazioni che coinvolgono ingegneri civili e i centri di elaborazione dati imbarcati, capaci di aggregare e sfruttare flussi informativi eterogenei. Queste modalità di lavoro possono accelerare il riscontro operativo e avvicinare lo sviluppo alle condizioni reali d’impiego.
Ma sperimentare non significa acquisire. Finanziare un sistema promettente, produrlo in quantità, integrarlo e sostenerlo nel tempo sono ostacoli distinti. La pressione operativa complica ulteriormente il quadro: navi ed equipaggi impegnati nelle missioni non possono dedicarsi senza limiti alle prove. Accelerare l’innovazione richiede dunque più di procedure snelle, con una pianificazione realistica e un percorso credibile verso l’entrata in servizio.
L’autonomia attraverso la cooperazione
Merveilleux du Vignaux è altrettanto preciso sul tema della sovranità. Anziché trattarla come uno slogan, concentra l’attenzione sull’autonomia e sul controllo delle dipendenze critiche. Per gli europei, questi obiettivi non possono essere raggiunti adottando approcci esclusivamente nazionali in ogni settore.
«La cooperazione non è quindi il contrario dell’autonomia».
Le partnership industriali possono preservare competenze, rendere più sicure le catene di approvvigionamento e aumentare i volumi produttivi. La stessa apertura ispira il coinvolgimento, da parte di Euronaval, di start-up, imprese digitali e fornitori di tecnologie a duplice uso. Attraverso iniziative come SeaStart e l’area See-novation, il salone punta a mettere i nuovi attori in contatto con utilizzatori, integratori e autorità responsabili delle acquisizioni, senza presumere che ogni innovazione sia immediatamente pronta per l’impiego.
In definitiva, Merveilleux du Vignaux assegna a Euronaval il ruolo di luogo d’incontro capace di generare un produttivo «attrito intellettuale» fra esigenze operative, offerta industriale e analisi strategica. Il filo conduttore dell’intervista è chiaro: la flotta del futuro dipenderà non soltanto dall’invenzione, ma dalla capacità di integrare, sostenere e adattare continuamente ciò che l’innovazione rende possibile.
Leggi l’intervista completa su RID 11/26, disponibile online e in edicola.
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