RIVISTA ITALIANA DIFESA
Il Golfo e il barometro che segna guerra 27/10/2026 | Pietro Batacchi

Mentre oggi Israele va al voto – un referendum su Bibi che potrebbe tradursi in un pareggione – l’instabilità nel Golfo allunga la sua ombra sugli equilibri economici globali e sulle elezioni americane di midterm, in calendario la prossima settimana.

Il petrolio è tornato stabilmente e ampiamente sopra i 110 dollari al barile, mentre ieri, 26 ottobre, il gas al TTF (Title Transfer Facility) di Amsterdam faceva registrare 96,17 euro/MWh, contro i circa 70 euro di inizio ottobre. Non solo: rispetto a febbraio 2026 lo stesso indice ha segnato quasi il 180% in più. A ciò bisogna aggiungere che gli stoccaggi UE di gas sono al 74,6%, il livello più basso per questo periodo dell’anno da quando esistono le rilevazioni (2009).

Spostandoci negli USA, il prezzo del gasolio si mantiene ben al di sopra dei 6 dollari al gallone, con un +80% rispetto al mese di gennaio: una dinamica che ovviamente si trasmette al costo dei trasporti e, in ultima analisi, dei beni.

Permane, dunque, una situazione di forte instabilità. Se a settembre e nei primi giorni di ottobre la situazione era migliorata notevolmente sul fronte Golfo, con un flusso di petrolio in uscita, tra transiti attraverso Hormuz e trasbordi nel Golfo di Oman (attività, quest'ultima, aumentata notevolmente negli ultimi mesi), che aveva superato i 14 milioni di barili al giorno, circa l’82% della media pre-guerra, negli ultimi 10 giorni si è registrato un drastico calo (ancora non quantificabile esattamente).

Un risultato dovuto a 2 fattori. Il primo, è l’intensificarsi della guerra in Yemen, con gli Houthi che bersagliano costantemente con missili e droni siti e installazioni petrolifere in Arabia Saudita – l’ultima ondata stanotte e stamani contro i campi nell’est del Paese – così come la East-West Pipeline, che collega la regione dei giacimenti petroliferi di Abqaiq (a est) con il porto di Yanbu sul Mar Rosso (a ovest), colpita di nuovo negli ultimi 2 giorni. Il secondo fattore è l’aumento del raggio d’azione degli attacchi iraniani contro petroliere e cargo. Se fino ai primi di ottobre questi avvenivano quasi esclusivamente nello Stretto di Hormuz, adesso gli iraniani colpiscono anche in profondità nel Golfo Persico, dalle coste qatarine ed emiratine fino alle acque prospicienti la penisola irachena di Al Faw, e oltre, nel Golfo di Oman.

In queste condizioni, è chiaro, non si può andare avanti ancora a lungo e il barometro è tornato nuovamente a segnare guerra. Se, di fatto, sul fronte negoziale, nelle ultime settimane non ci sono stati progressi, Trump sembra di nuovo impaziente e forse pronto a giocarsi la carta di una EPIC FURY 2 subito dopo le elezioni di midterm. Ieri, invece, a Teheran, si sono incontrati rappresentanti iraniani e il Ministro della Difesa saudita, Khalid bin Salman, il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate pakistane, e uomo forte del Paese, il Generalissimo Asim Munir, e il Capo dell’Intelligence turca, Ibrahim Kalin. Un summit di altissimo livello per cercare di trovare una via d’uscita a questo impasse ed evitare una ripresa della guerra, che non conviene a nessuno.

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