Tra l’Occidente, da un lato e il mondo militare russo e cinese, dall’altro, esiste un vero e proprio solco per quanto riguarda l’adozione e l’impiego di missili balistici, al punto che talvolta si parla di un “Ballistic Divide”.
Per molti decenni i Paesi NATO hanno costruito la propria strategia e le proprie forze nell’ipotesi di una netta supremazia aerea. Questa avrebbe consentito di colpire con precisione obiettivi nemici a lunga distanza: posti di comando, basi aeree, concentramenti di forze, siti della difesa aerea, centri logistici, ecc. Nel contempo, il controllo totale dello spazio aereo avrebbe anche fornito protezione alle proprie forze contro attacchi aerei nemici.
Durante gli anni della Guerra Fredda, l’Unione Sovietica aveva ulteriormente esaltato il ruolo dell’artiglieria a lungo raggio, un approccio che per molti versi ricordava quello mantenuto durante la “Grande Guerra Patriottica”: continui bombardamenti dell’artiglieria pesante e delle batterie di lanciarazzi multipli per annientare la resistenza dell’avversario prima di investire le forze superstiti con il “rullo compressore” delle forze corazzate e della fanteria. La grande differenza, però, riguardava l’entrata in scena dei missili balistici, per estendere il “braccio” dell’artiglieria molto, davvero molto, oltre quello dei cannoni (limitata al massimo a 30-40 km), costituendo un’alternativa agli attacchi aerei. Questa scelta, intrinsecamente importante per quei Paesi non in grado di assicurare la supremazia aerea, è stata seguita da moltissimi eserciti.
L’articolo completo è pubblicato su RID 11/26, disponibile online e in edicola.
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