Aumentare le risorse destinate alla Difesa è necessario, ma non sufficiente. La vera sfida per l'Europa consiste nel trasformare gli stanziamenti in capacità militari effettivamente disponibili, sostenibili nel tempo e interoperabili, riducendo la frammentazione dei programmi nazionali e rafforzando una base industriale che, dopo decenni di produzione su scala relativamente limitata, deve tornare a confrontarsi con i requisiti di conflitti prolungati e ad alta intensità. È questo il filo conduttore del 2° Defence Procurement Forum – La prospettiva nazionale per una difesa europea, svoltosi il 20 ottobre a Villa Miani, a Roma, su iniziativa dello Stato Maggiore della Difesa. L'appuntamento ha riunito vertici militari, rappresentanti delle istituzioni europee e protagonisti dell'industria nazionale e internazionale. La giornata si inserisce nel percorso avviato con la prima edizione del 2025 e culminato nella presentazione del volume Defence Procurement. La prospettiva nazionale per una difesa europea. Più che una discussione sull'entità della spesa, il confronto ha riguardato le condizioni che consentono di convertirla in deterrenza credibile: tempi decisionali, ordinativi pluriennali, sicurezza degli approvvigionamenti, condivisione dei requisiti e capacità di integrare rapidamente l'innovazione.
IL RITORNO DELLA MASSA E LA CAPACITÀ DI RAMP-UPNel suo intervento di apertura, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, Gen. Luciano Portolano, ha richiamato le lezioni della guerra in Ucraina, dove il consumo di munizionamento, le perdite di mezzi e la necessità di mantenere elevati ritmi operativi hanno riportato in primo piano una dimensione spesso trascurata nei programmi di acquisizione: la capacità di sostenere lo sforzo bellico nel tempo. «Non esiste una difesa credibile senza un'industria capace di produrre armi in quantità», ha osservato il Generale, aggiungendo che tale capacità «non si improvvisa e va costruita in tempi di pace». Ne deriva una concezione della deterrenza che non dipende esclusivamente dalle caratteristiche dei sistemi già in linea, ma anche dai livelli di produzione attivabili, dalle scorte, dalla manutenzione e dalla possibilità di reintegrare rapidamente le perdite.
Il tema è stato ripreso dal Direttore Nazionale degli Armamenti, Amm. Sq. Giacinto Ottaviani, che ha collocato il procurement al centro della politica di sicurezza. Ottaviani ha ricordato come il procurement, per lungo tempo trattato come una funzione prevalentemente amministrativa, sia divenuto una leva di deterrenza e di sovranità tecnologica, scientifica e industriale. Nella prospettiva del DNA, una strategia diventa effettiva soltanto se può tradursi in capacità operative sostenute da un'adeguata base industriale, tecnologica e scientifica. Non basta, quindi, programmare nuove piattaforme: occorre assicurare continuità produttiva, autonomia sulle tecnologie critiche e condizioni per l'aggiornamento dei sistemi.
Un'impostazione condivisa da Alessandro Ercolani, AD di Rheinmetall Italia, secondo il quale il cambiamento in atto comporta la necessità di passare dalla semplice acquisizione di mezzi alla costruzione di capacità sostenibili. Acquistare un bene significa ottenere una piattaforma; acquisire una capacità significa garantirne impiego, supporto e sostenibilità attraverso contratti pluriennali, riserve strategiche e adeguati livelli di produzione. Ercolani ha osservato che la domanda è cambiata sia quantitativamente sia qualitativamente: le Forze Armate hanno bisogno contemporaneamente di sistemi complessi e costosi e di grandi numeri di mezzi più semplici ed economici. L'industria europea era stata dimensionata soprattutto per i primi, peraltro in volumi limitati. Da qui la necessità di investire nella capacità di ramp-up, superando una visione del procurement limitata alla singola commessa. Nell’impostazione di Ercolani, la deterrenza non si fonda più soltanto su ciò che viene schierato, ma anche sulla capacità industriale di produrre, mantenere e supportare i sistemi. Un concetto che investe direttamente la stabilità della domanda pubblica: senza requisiti sufficientemente chiari e ordinativi prevedibili, le imprese difficilmente possono assumersi i rischi necessari ad ampliare impianti, personale specializzato e filiere di subfornitura.
La relazione tra continuità degli investimenti e tenuta della filiera è emersa anche dall'intervento del Presidente di Fincantieri, Biagio Mazzotta, secondo il quale Difesa e industria devono superare il tradizionale schema cliente-fornitore per costruire una partnership strategica. Alla prima spettano la definizione delle esigenze operative e la validazione delle capacità; alla seconda il compito di anticipare l'evoluzione tecnologica; alle istituzioni quello di garantire un quadro regolatorio stabile e, possibilmente, un profilo pluriennale dei finanziamenti. Mazzotta ha individuato 3 priorità: resilienza della filiera, interoperabilità concepita fin dalla progettazione e salvaguardia delle competenze industriali strategiche, indispensabili per conservare la libertà di scegliere i propri partner.
PROCUREMENT EUROPEO: DAI 27 MERCATI AI REQUISITI COMUNISe la capacità di produrre rappresenta una prima condizione della deterrenza, la seconda è la possibilità di organizzare la domanda su scala continentale. Il problema è stato quantificato da Simonas Satunas, Capo di Gabinetto del Commissario europeo per la Difesa e lo Spazio. Secondo i dati illustrati, soltanto un 20% circa delle acquisizioni militari intra-UE proviene da fornitori di altri Stati membri, secondo la percentuale richiamata dal relatore: un indicatore della persistente segmentazione del mercato. Satunas ha insistito sulla necessità di trasformare gli stanziamenti in produzione effettiva, avvertendo che l'aumento degli stanziamenti, se impiegato unicamente in programmi nazionali separati, rischia di aggravare duplicazioni, strozzature produttive e costi unitari. Satunas ha ricordato gli strumenti europei già disponibili, a cominciare dai prestiti SAFE e dal programma EDIP, indicando nella frammentazione delle procedure di acquisizione uno degli ostacoli più rilevanti. La Commissione intende presentare all'inizio di dicembre una più ampia revisione della disciplina europea sul procurement della Difesa, con l'obiettivo di aumentare la trasparenza, rendere più agevoli gli acquisti congiunti e semplificare l'accesso al mercato anche per nuove imprese e PMI. La sola riduzione degli oneri amministrativi, ha tuttavia precisato, non sarà sufficiente senza una maggiore integrazione degli ordinativi e delle pianificazioni nazionali.
Sul rapporto fra domanda comune e concorrenza industriale è intervenuto con particolare nettezza il Ministro della Difesa, Guido Crosetto che ha sostenuto la necessità di fissare requisiti comuni a livello europeo, mantenendo la concorrenza fra gruppi industriali e proponendo un modello nel quale i prodotti dei diversi gruppi competano sulla base di caratteristiche operative condivise. Il fine non è concentrare automaticamente la produzione in un unico soggetto, ma consentire alle Forze Armate europee di acquisire sistemi interoperabili, stimolando al tempo stesso innovazione e competitività. Il Ministro ha citato anche le difficoltà di circolazione delle tecnologie all'interno di imprese già multinazionali, come MBDA, quale esempio delle rigidità che rallentano l'integrazione europea. “Le sfide che abbiamo davanti sono enormi e siamo troppo piccoli, singolarmente, rispetto alle trasformazioni in atto, e troppo lenti rispetto alla loro velocità. Dobbiamo fare sistema, superare le divisioni, condividere gli obiettivi e accelerare le decisioni. La posizione di Crosetto pone una questione di fondo: la difesa europea non può essere ridotta alla somma dei bilanci nazionali, né confusa con una semplice preferenza negli acquisti per fornitori europei. Deve partire da requisiti armonizzati, specializzazioni industriali riconosciute e programmi capaci di produrre effetti operativi misurabili. «Serve una visione continentale della Difesa europea, che vada oltre i 27 Paesi UE e sviluppi capacità basate su requisiti comuni. Questa è la prospettiva italiana: un'Europa capace di unire risorse, competenze e capacità per affrontare insieme sfide che nessuna Nazione può più affrontare da sola», ha ribadito il Ministro.
Altra opportuna sottolineatura da parte del Ministro quando afferma che “non riusciamo a trasmettere quanto sia importante la difesa come pilastro della sicurezza e delle istituzioni. La cultura della difesa non ha appeal”. Proprio per provare ad ovviare a tale gap, a margine dell’evento, il Ministro Crosetto e il Ministro dell’Università e della Ricerca Bernini, hanno sottoscritto un manifesto di intenti che mira a rafforzare la collaborazione tra oi 2 Dicasteri e a promuovere un dialogo più stretto e costante tra mondo accademico, industria e istituzioni, dedicato alla cultura della sicurezza. Al netto di tale mancanza d’appeal, “l’Italia copre il 33% delle missioni europee militari all’estero” - seguita dalla Grecia col 14%, dalla Francia col 10%, mentre la Germania è appena all’1,7%) – “una dimostrazione di chi crede nell’Europa rispetto a chi parla di Europa. E anche in ambito NATO è uno dei principali contributori. Per questo stiamo provando investendo molto più di altri in qualcosa di comune, sapendo che è l’unica via”. A tal proposito, tuttavia, va evidenziato che i 14,9 miliardi previsti dal fondo europeo SAFE avrebbero fatto molto comodo, ma si è scelto di impiegarne solo 8…il Ministro ci perdonerà, ma una riflessione andrebbe fatta.
Per Gian Piero Cutillo, Co-Direttore Generale di Leonardo, questo percorso richiede innanzitutto realismo. Cutillo ha osservato che nessun soggetto può presidiare da solo l’intero spettro tecnologico, invitando a individuare le competenze veramente critiche e a ridurre tempi decisionali incompatibili con l'attuale accelerazione tecnologica. La risposta può passare attraverso alleanze industriali che sostituiscano dipendenze unilaterali con rapporti di interdipendenza. Il principio è quello di costruire collaborazioni nelle quali ciascun soggetto apporti capacità indispensabili, evitando tanto la dispersione delle risorse quanto nuove dipendenze unilaterali.
Anche Ercolani, tornando sul tema dei programmi multinazionali, ha distinto tra una difesa per l'Europa, fondata sulla somma di decisioni nazionali, e una difesa europea sostenuta da una reale convergenza di intenti. In questa prospettiva, l'aggregazione della domanda, il riconoscimento delle competenze industriali e la valorizzazione dei contributi nazionali diventano le condizioni per investimenti credibili e una programmazione meno frammentata. Come ha sintetizzato Ottaviani, «l'obiettivo non è quello di duplicare le risorse, ma di incrementare le capacità», rafforzandone integrazione e interoperabilità in un quadro di maggiore autonomia tecnologica.
LE CAPACITÀ MULTIDOMINIO E IL PROBLEMA DELL'AGGIORNAMENTOIl terzo elemento emerso dal Forum riguarda l'evoluzione dei sistemi d'arma. L'integrazione tra domini operativi, la crescente dipendenza dal software e l'accelerazione delle tecnologie civili impongono di ripensare requisiti, sviluppo e aggiornamenti. Il procurement non può più prevedere esclusivamente una successione lineare di progettazione, realizzazione e consegna, ma deve accompagnare le capacità durante tutto il ciclo di vita, consentendo l'inserimento di nuove funzioni senza attendere una nuova generazione di piattaforme.
In ambito aeronautico, il Global Combat Air Programme (GCAP), sviluppato da Italia, Regno Unito e Giappone, rappresenta uno dei principali esempi della complessità organizzativa e tecnologica di questo approccio. Il programma, affidato per le attività comuni di progettazione alla joint venture trinazionale Edgewing, non si limita al velivolo da combattimento di nuova generazione: richiede un'architettura digitale più ampia, nella quale cloud, effettori e sistemi collaborativi pilotati e non pilotati devono poter operare in modo coordinato. È il nodo affrontato dal Gen. Giuseppe Lupoli, Managing Director di Edgewing Italia, nel panel sul multidominio: il valore dell'iniziativa va misurato anche nella capacità di costruire un modello di cooperazione industriale e tecnologica trasferibile ad altri settori della Difesa. In un passaggio particolarmente significativo sul rapporto tra sviluppo dei sistemi e procedure, Lupoli ha osservato che il procurement italiano resta «fortemente incentrato su un'economia di pace» e che, di fronte all'accelerazione della minaccia, «i nostri processi di sviluppo sono eccessivamente lunghi, dobbiamo velocizzarli». Ciò non significa rinunciare alla disciplina tecnico-amministrativa, ma distinguere i controlli indispensabili dai passaggi non necessari al raggiungimento dell'obiettivo, ricorrendo maggiormente a sperimentazione operativa, prototipazione e simulazione. Viene inoltre richiamata la necessità di intervenire sulle procedure di aeronavigabilità quando introducono vincoli non proporzionati alla finalità da conseguire. Il rilievo di quest'ultimo punto è evidente: un programma come GCAP, destinato a svilupparsi e a essere aggiornato per decenni, non può essere governato esclusivamente attraverso un modello sequenziale nel quale la capacità viene congelata nelle fasi iniziali e consegnata a distanza di anni. Occorrono interfacce e standard condivisi, processi di verifica continuativa e capacità di aggiornamento incrementale, così da accompagnare le evoluzioni dei sensori, del software e dei sistemi senza pilota senza riaprire ogni volta l'intera architettura progettuale.
Nel settore navale, Mazzotta ha illustrato un'analoga evoluzione dal singolo mezzo al sistema di sistemi. Mazzotta ha sottolineato la necessità di anticipare la comprensione dello scenario e accelerare il ciclo decisionale, sottolineando che la superiorità operativa dipende sempre più dall'integrazione delle informazioni e dalla velocità del processo decisionale. In tale quadro, la nave tende a trasformarsi da piattaforma equipaggiata con sistemi complessi in una piattaforma digitale interconnessa, collegata a una rete più estesa e progettata per ricevere nel tempo nuove applicazioni e funzionalità. È la logica sottesa al concetto di Nave Sapiens, sviluppato da Fincantieri, che prevede piattaforme capaci di raccogliere, elaborare e valorizzare grandi quantità di dati, con architetture digitali scalabili e aggiornabili. Lo stesso approccio viene applicato alla dimensione subacquea con DEEP, sistema integrato per la sorveglianza dei fondali e la protezione delle infrastrutture critiche, attraverso sensori, mezzi autonomi di superficie e subacquei e capacità di coordinamento supportate dall'intelligenza artificiale. La questione industriale non riguarda soltanto il prodotto iniziale, ma la possibilità di integrare hardware e software in un'architettura evolutiva mantenendone la sicurezza e l'affidabilità.
Su questo aspetto è intervenuta Domitilla Benigni, AD e DG di ELT Group, richiamando il ruolo dello spettro elettromagnetico, delle comunicazioni sicure e dell'integrazione tra guerra elettronica, cyber e trattamento dei dati. Le nuove piattaforme non possono esprimere le proprie capacità senza un'efficace gestione dell'ambiente elettromagnetico e informativo nel quale operano. La differenza nei ritmi di evoluzione tra tecnologie civili e programmi militari impone quindi un cambiamento nella progettazione: Benigni ha indicato nelle architetture aperte una risposta allo scarto fra i tempi dell’innovazione e quelli dei programmi militari, ossia architetture capaci di accogliere componenti e funzionalità successive. «Non si compra più una cosa che serve oggi ma una cosa che serve domani», ha sintetizzato, ribadendo tuttavia l'esigenza di mantenere elevatissimi standard di sicurezza e qualità e di assicurare una pianificazione pluriennale degli investimenti. Il dominio spaziale ha fornito un'ulteriore conferma della stessa trasformazione. Il panel sulla sicurezza dalla terra allo spazio ha coinvolto, tra gli altri, Antonio Sturiale, di Thales Alenia Space Italia, il Gen. C.A. Franco Federici e il Presidente di AIAD, Giuseppe Cossiga. Il confronto ha evidenziato la crescente dipendenza delle capacità militari dalla disponibilità di reti satellitari, comunicazioni sicure, servizi di posizionamento, sensori orbitali e segmenti terrestri: una filiera tecnologica nella quale l'autonomia non coincide soltanto con il possesso del satellite, ma con il controllo dell'intero sistema e la capacità di assicurarne la continuità.
Federici ha richiamato il carattere ormai operativo e conteso dello spazio. Le infrastrutture satellitari sostengono comunicazioni, sincronizzazione, osservazione e servizi essenziali anche per la società civile; la loro protezione riguarda dunque tanto la prontezza operativa quanto la resilienza complessiva del Paese. Il Generale ha inoltre sollecitato maggiore concretezza nelle iniziative europee. Riferendosi all'European Space Shield, ha criticato un approccio ancora centrato sulla diagnosi delle vulnerabilità, senza che siano sufficientemente esplicitati programmi, responsabilità e strumenti attuativi. Ha difeso, invece, il ruolo del Comitato interministeriale per le politiche relative allo spazio e all'aerospazio nella definizione delle priorità nazionali e la legge italiana sullo spazio quale strumento per dare continuità alle attività industriali.
Un ulteriore profilo, emerso negli interventi di Sturiale e Cossiga, è quello della frammentazione normativa. In attesa di una disciplina spaziale europea, diversi Paesi si sono dotati di leggi nazionali differenti. Per le grandi imprese si tratta di un costo di conformità gestibile, ma per le filiere minori può diventare un ostacolo all'accesso al mercato: la frammentazione normativa rischia di escludere le imprese minori e le start-up, secondo il passaggio trascritto. L'esempio indica come l'armonizzazione delle regole, oltre a quella dei requisiti militari, sia una condizione pratica per costruire un mercato europeo in cui le imprese possano sviluppare e vendere le stesse soluzioni in più Paesi.
Sono state proposte risposte non soltanto regolatorie, ma organizzative: agenzie di innovazione dotate di maggiore autonomia e una procedura di «fast track procurement», pensata per accelerare l'introduzione di capacità critiche, fra cui munizionamento e telecomunicazioni. L'impostazione prevede di accompagnare le innovazioni dal laboratorio alla fase preoperativa, evitando che la molteplicità degli attori e delle autorizzazioni interrompa il trasferimento tecnologico. Riforma dei processi decisionali, digitalizzazione, acquisizioni incrementali, interoperabilità e resilienza della catena di fornitura sono indicate come leve complementari. La dimensione europea, infine, permetterebbe di distribuire su più mercati gli oneri di sviluppo e di conseguire economie di scala che il singolo Paese difficilmente potrebbe sostenere.







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