È stato firmato l’accordo tra Stati Uniti e Iran, che mette per ora fine alla guerra e che apre la strada ai 2 mesi di negoziati che dovranno sigillare il tutto con un’intesa finale.
L’accordo certifica innanzitutto la situazione sul campo: l’Iran ha retto, nonostante i gravi danni subiti, e ha imposto un costo diretto e indiretto alle controparti che alla fine si è dimostrato rilevante e non gestibile, se non al prezzo di un costo ulteriore. In pratica, e questo è il paradosso, Teheran esce militarmente sconfitta dalla prova (non ha più una Marina, né un’Aeronautica, e la sua industria militare nazionale è KO), ma il suo deterrente ne esce rafforzato, grazie all’attrito residuo e alla formidabile carta Hormuz.
Dunque, l’accordo prevede la riapertura di Hormuz e, questo è uno dei punti più rilevanti a favore di Teheran, riconosce all’Iran la possibilità di “definire l’amministrazione futura e i servizi marittimi nello Stretto di Hormuz”, assieme all’Oman e “in discussione con altri Paesi costieri”. Gli altri punti a favore di Teheran riguardano l’impegno americano e dei “partner regionali” per la costituzione di un fondo da 300 miliardi di dollari per la ricostruzione dell’Iran, e l’impegno di Washington a porre fine ad ogni tipo di sanzione contro il Paese, secondo un calendario che dovrà essere concordato nell’accordo finale, e a scongelare i beni iraniani congelati secondo “procedure concordate durante i 60 giorni di negoziazioni”.
A fronte di questo, Teheran si impegna a non sviluppare né acquisire armi nucleari, mentre la questione dell’arricchimento dell’uranio viene rimandata all’accordo finale, ma si riconosce il principio dell’abbassamento della soglia critica di arricchimento e della “diluizione”, secondo un processo da effettuare in loco sotto la supervisione dell’AIEA.
Nel complesso, siamo di fronte ad un accordo che contiene molti impegni, che dovranno essere concretizzati nei prossimi 2 mesi e consolidati nell'accordo finale, e lascia aperte una serie di questioni che potrebbero anche non arrivare a soluzione. Dunque, il giudizio finale potrà essere emesso solo tra 2 mesi.
Di sicuro, però, l’accordo sigilla la resilienza di Teheran e del suo regime, legittimando in sostanza i Pasdaran come interlocutore, la debolezza strutturale dei Paesi del Golfo che, colpiti duramente in casa, non hanno altra scelta se non quella di pagare dazio all’Iran, e la divaricazioni tra gli interessi di Washington e Tel Aviv. Per Israele la minaccia iraniana, seppur ridimensionata, c’è ancora, i Pasdaran sono in sella, le questioni dei proxy e dei missili non sono state affrontate e sul nucleare per ora resta lo status quo; il tutto mentre l’alleato Trump aveva fretta di chiudere e riportare sotto controllo i costi complessivi del conflitto, per questioni elettorali e interne, senza curarsi delle preoccupazioni di Tel Aviv.
Infine, una nota di carattere militare. Questa guerra ha dimostrato che la superiorità militare, per produrre il risultato, deve essere sostenibile nel tempo e applicabile in maniera duratura: con (solo) i proiettili di argento, con questi chiari di luna, andiamo da poche parti.
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