Il conflitto in Medioriente segna una nuova, imprevedibile, evoluzione. Questa notte, in risposta all'attacco israeliano di ieri contro Beirut sud (Dahieh), l'Iran ha lanciato missili balistici contro Israele, ai quali lo Stato Ebraico ha risposto con attacchi aerei contro una ventina di obiettivi in Iran: l'aeroporto di Mehrabad a Teheran, un magazzino di assemblaggio di droni a Najafabad, aree di lancio di missili a Tabriz, Ilam e Shiraz, l'impianto petrolchimico a Mahshahr, responsabile di quasi 1/3 della produzione petrolchimica del Paese, un sito sull'Isola di Kharg, alcune postazioni della difesa aerea ecc.
Gli attacchi sono stati effettuati dai caccia dell'Aeronautica Israeliana con missili aerobalistici – BLUE SPARROW e RAMPAGE – lanciati ben al di fuori dello spazio aereo iraniano. Da qui l'ulteriore risposta di Teheran contro il territorio israeliano con 3 salve di missili. Washington, che aveva cercato di fermare la risposta di Israele all'attacco iraniano, senza successo, per ora resta fuori da questa rinnovata vampata di guerra che sta interessando il Medioriente (anche se i tanker dell’USAF riforniscono i caccia israeliani) e nella quale sono ufficialmente entrati anche gli Houthi, che dallo Yemen hanno lanciato missili contro la base saudita di Prince Al Sultan e contro il Negev, e, poco fa, hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Bab El Mandeb al traffico navale da e per Israele.
Nel momento in cui scriviamo, sono in corso nuovi attacchi israeliani e contrattacchi iraniani.
Insomma, in Medioriente sembra affermarsi una nuova equazione strategica, rispetto alla quale, a differenza del passato, Teheran e gli Hezbollah, e adesso pure gli Houthi, rispondono colpo su colpo alle iniziative israeliane e americane, secondo una logica di proporzionalità tesa a chiarire alla controparte che, appunto, le regole sono cambiate e che l'ambiente strategico è stato per così dire rimodellato dalla resilienza dell'Iran e delle diramazioni del cosiddetto Asse della Resistenza.
Uno scenario da incubo, specie per Israele, che nei periodi di “pace/cessate il fuoco"era abituato a colpire con grande libertà e ampi margini senza subire risposte . Questa libertà di azione è venuta meno, mentre Israele appare più debole per via della "exit strategy" trumpiana, che sta puntando tutto su un accordo con gli Iraniani, per via dei costi della guerra e delle loro ripercussioni sul piano interno. Per Trump, dunque, meglio chiudere la guerra con una qualche forma di accordo, salvare il salvabile e sgonfiare così la spinta inflazionistica che colpisce gli Americani nel portafoglio, mentre per Israele l'escalation militare contro Teheran è l'unica opzione credibile per rimuoverne la minaccia e la sua resilienza.
In pratica, siamo di fronte a un conflitto insoluto che presenta ancora forme di complessità e impatti sulla stabilità internazionale enormi.
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