La Cina ha annunciato di aver collaudato con successo un nuovo strumento in grado di tagliare i cavi subacquei alla profondità di 3.500 m.
Il Ministero delle Risorse Naturali ha comunicato che a metà aprile 2026 la nave da ricerche subacquee HAIYANG DIZHI-2 (letteralmente “Geologia Marina-2”, unità lunga 85 m che disloca 7.200 t pieno carico) ha completato una “missione scientifica”, che comprendeva il collaudo di un innovativo attuatore elettro-idraulico in grado di tagliare i grandi cavi "corazzati" utilizzati per le comunicazioni dati, alla profondità - mai raggiunta prima - di 3.500 m. Circa un anno fa una pubblicazione tecnica aveva rivelato che era in corso lo sviluppo di questo strumento, e ora lo sviluppo è evidentemente terminato e si è arrivati ad un collaudo in condizioni reali.
Ufficialmente, il sistema è destinato ad essere utilizzato per la riparazione e la costruzione di infrastrutture sottomarine. Quel che ha fatto però scalpore, è l’annuncio di possedere la capacità, per ora unica al mondo, di danneggiare le CUI (Critical Underwater Infrastructures) a qualunque profondità, trattandosi di uno strumento di lavoro che ha evidenti applicazioni anche in ambito militare/sicurezza.
Il sistema comprende le pompe, valvole e controlli in una sola unità, evitando così la necessità di linee esterne di alimentazione idraulica. Il veicolo comprende anche 2 ganasce oleodinamiche per aggrapparsi al cavo, evitando che per reazione il veicolo stesso inizi a ruotare, con le conseguenze facilmente immaginabili. La potenza sviluppata è di oltre 1 kW, ma il fatto sorprendente è soprattutto la capacità di operare a quelle profondità, con tutte le componenti fisse e mobili che resistono quindi a pressioni di 35 MPa.
Sul piano militare e della sicurezza, va osservato che in diverse occasioni si sono verificati danni e rotture ufficialmente attribuiti a "incidenti" causati da navi mercantili russe o cinesi. Finora questi episodi erano limitati a tratti di mare poco profondi, ma adesso un eventuale sabotaggio potrebbe raggiungere anche profondità abissali, dove le operazioni di ripristino della connessione risulterebbero assai più complesse.
Purtroppo, il Diritto Internazionale non è d’aiuto, in quanto prevede che se il danno viene causato in acque internazionali, e quindi oltre le 12 miglia dalla costa, la giurisdizione spetti esclusivamente allo Stato di bandiera della nave, oppure allo Stato di nazionalità del Comandante, senza lasciare quindi alcuna autorità ai Paesi rivieraschi o ai proprietari dell’infrastruttura di telecomunicazione.
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