RIVISTA ITALIANA DIFESA
Il contrasto navale ai droni e ai missili balistici. Le lezioni apprese in Mar Nero e in Mar Rosso 24/04/2026 | Massimo Annati

Un vecchio proverbio sostiene che i Generali si preparano sempre a vincere la guerra precedente e non sono invece pronti ad affrontare quella che verrà. Bisognerebbe però fare 2 precisazioni: la prima è che la cosa riguarda i Generali di entrambe le parti in conflitto, che si trovano quindi a dover affrontare sfide e minacce prima sconosciute o sottovalutate; la seconda è che oltre ai Generali, questo proverbio dovrebbe essere esteso anche agli Ammiragli… Non è una cosa nuova.

Nella 2a Guerra Mondiale gli scontri tra i grossi calibri delle corazzate e degli incrociatori pesanti hanno avuto un ruolo decisamente inferiore a quello svolto dagli attacchi aerei e da quelli subacquei. Un punto di svolta epocale è stato poi rappresentato dall’arrivo dei kamikaze nel teatro del Pacifico: le navi hanno dovuto installare cannoni e mitragliere contraeree in gran numero, visto che bisognava assicurare che l’aereo venisse distrutto prima di impattare sul bersaglio, mentre in precedenza il danneggiamento o anche il solo disturbo provocato dalla contraerea era spesso sufficiente a ridurre considerevolmente l’efficacia degli attaccanti.

Nel 1967, l’affondamento del cacciatorpediniere israeliano EILAT svegliò bruscamente l’Occidente dai sonni sereni che avevano fino ad allora cullato gli Stati Maggiori. Una piccola motovedetta, con lo scafo in legno e 2 missili antinave ancora piuttosto grezzi, lanciando a ridosso della diga foranea, aveva affondato una nave tradizionale che non aveva alcuna difesa contro quel tipo di minaccia, così come peraltro la totalità delle unità delle Marine della NATO. Come conseguenza, da quel momento la protezione delle unità navali contro missili da crociera è divenuta il principale obiettivo dei sistemi d’arma, dei sistemi di comando e controllo, e dei sensori.

Nella Guerra delle Falkland/Malvinas, la Royal Navy non si aspettava né attacchi aerei a bassissima quota con bombe e razzi, né tantomeno il lancio di missili antinave da terra. Ma soprattutto, le difese delle unità britanniche erano state concepite per ingaggiare i missili antinave sovietici, che volavano relativamente alti (20-50 m) e non i sea-skimmer occidentali come l’EXOCET (5-10 m).

Durante le 2 Guerre del Golfo (Tanker War del 1987-1988, e DESERT STORM del 1991) le Marine dell’Occidente hanno improvvisamente scoperto la minaccia asimmetrica rappresentata dalle mine (spesso di vecchissima concezione, ma comunque letali), dalle batterie missilistiche costiere, e dal grande numero di barchini veloci con armamento improvvisato. Anche in questo caso la minaccia è stata affrontata con sviluppi urgenti di nuove soluzioni, tra cui l’adozione di numerose mitragliere – spesso a puntamento manuale – in aggiunta ai CIWS.

La cosa si è poi ulteriormente sviluppata dopo l’attacco suicida dell’ottobre 2000 contro il cacciatorpediniere USS COLE nel porto di Aden, visto che, ancora una volta, la deterrenza non può funzionare nei confronti di terroristi pronti al martirio.

Infine, la Guerra Russo-Ucraina e la Guerra dello Yemen, hanno letteralmente rivoluzionato la valutazione della minaccia, con l’apparizione di un'enorme varietà di droni d’attacco aereo, droni d’attacco di superficie, munizioni circuitanti, e nuovi modelli di missili antinave lanciati da terra. 

L’articolo completo è pubblicato su RID 05/26, disponibile online e in edicola.

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