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Venezuela e poi Iran, la Cina nel mirino 16/04/2026 | Pietro Batacchi

Se per un attimo proviamo a resistere alla tentazione di spiegare l'attuale politica estera e di sicurezza americana con "l'estrosità e l'unicità" di Trump, un filo rosso c'è e porta in direzione di Pechino. Si chiama de-coupling e riguarda la strategia di Washington per attutire il potere delle leve coercitive cinesi: a cominciare dalle cosiddette materie prime critiche.

Nel 2025 Pechino ha imposto importanti restrizioni all'esportazione verso gli USA di Terre Rare e magneti, alcune delle quali restano in vigore nonostante la "pausa" di un anno concordata da Trump e Xi. A risentirne è soprattutto l'industria militare americana, che si trova adesso alle prese con difficoltà e ritardi negli approvvigionamenti, che condizionano non poco la produzione.

Ecco perché Washington sta facendo accordi ad ampio raggio e geometria variabile con tutta una serie di Paesi, dall'Australia al Giappone, che garantiscono approvvigionamenti di materie prime o un potenziale di sfruttamento ancora oggi inespresso, puntano alla Groenlandia, riattivano un'industria nazionale che era stata smantellata da anni, anche tramite innovative forme di partnership pubblico - privato, e danno il via allo sfruttamento delle risorse minerarie dell'Alaska.

Parallelamente riportano, con il Chips Act di Biden del 2022, la produzione di chip in America, garantendosi le mega fab di TSMC Arizona, e interferiscono, da principale potenza energetica mondiale, con gli approvvigionamenti cinesi. Prima, con l'operazione Maduro, mettono sotto controllo il petrolio venezuelano (oltre 300 miliardi di barili: le più importanti riserve al mondo), e poi, con la Guerra in Iran e il blocco di Hormuz, azzannano un'altra rilevante giugulare per l'alimentazione dell'economia cinese. Tutto questo prima dell'incontro tra Trump e Xi di metà maggio.

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