Come previsto da numerosi osservatori, la dimensione navale della guerra che dal 28 febbraio imperversa nella regione del Golfo Persico si è arricchita di una nuova variabile: l’interdizione dello Stretto di Hormuz al traffico mercantile da parte dell’Iran.
Com'è noto, dallo Stretto transita circa il 20% della produzione mondiale di petrolio, in stragrande maggioranza diretto verso la Cina, l’India e altre nazioni dell’Asia orientale. Ciò non significa che un blocco di Hormuz abbia un impatto irrilevante per l’Europa e l’Italia; le quotazioni del greggio vengono infatti definite su scala globale, tant’è che intorno al 10 marzo hanno raggiunto i 100 dollari al barile. Sul versante della risposta istituzionale, l'Agenzia Internazionale dell'Energia (IEA) ha deliberato il rilascio coordinato di 400 milioni di barili dalle riserve strategiche dei Paesi membri (di cui 172 milioni dagli Stati Uniti), in quella che si configura come la più imponente operazione di questo tipo nella storia dell'organizzazione - superando i precedenti interventi del 1991 e del 2022. La misura, pur tampone nel breve periodo, testimonia la gravità percepita dello shock energetico in corso e la volontà di contenere le pressioni inflazionistiche.
Un discorso analogo vale per il gas, essendo il Qatar uno dei primi fornitori mondiali. Dallo Stretto transita infatti circa il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto (GNL), quasi interamente esportato dal Qatar e dagli Emirati Arabi Uniti, che dipendono dallo Stretto rispettivamente per il 93% e il 96% delle proprie esportazioni GNL (dirette per la maggioranza verso i mercati asiatici: Cina, India e Corea del Sud in testa), non disponendo di rotte alternative via pipeline verso i mercati globali. In questo contesto, vanno considerati anche i danni alle infrastrutture degli Stati del Golfo colpite da droni e missili iraniani.
In questo scenario di guerra economica, va sottolineato che il blocco dei traffici rappresenta un danno rilevante anche per l’economia iraniana e per la sua immagine, specialmente nei confronti della Cina.
Annunciata da Teheran e paventata dai media internazionali, la minaccia ai traffici marittimi si è puntualmente materializzata, dapprima con il fermo quasi totale della navigazione nello Stretto, e in seguito con una serie di attacchi. Secondo quanto osservato dall’UKMTO (United Kingdom Maritime Trade Operations) e dal MICA (Maritime Information Cooperation & Awareness) francese, dal 1° marzo a oggi sono avvenuti 17 attacchi (di cui 13 confermati) contro le poche petroliere e portacontainer avventuratesi nello Stretto, con un innalzamento repentino della soglia di attenzione.
Un picco di incidenti si è registrato nella notte fra il 10 e l’11 marzo e nelle prime ore del mattino: la portacontainer giapponese ONE MAJESTY, lunga 300 m, è stata colpita a poppa, probabilmente da un drone kamikaze, riportando danni lievi che non le hanno impedito di proseguire la navigazione. Successivamente è stata colpita la nave da carico misto STAR GWYNETH (228 metri), proveniente dal porto iraniano di Bandar Khomeini: l’impatto ha causato una falla in una stiva e in una zavorra. Uno degli utlimi incidenti finora segnalati riguarda la nave MAYUREE NAREE, lunga 179 m e battente bandiera thailandese: colpita a poppa sinistra in corrispondenza della sala macchine, le prime analisi suggeriscono l’impiego di un drone di superficie, analogamente a quanto accaduto alla portacontainer SAFEEN PRESTIGE il 4 marzo. In quest’ultimo caso e in quello della MAYUREE NAREE, i natanti intervenuti per soccorrere gli equipaggi sono stati presi di mira da imbarcazioni iraniane, probabilmente appartenenti ai Pasdaran.
A questo punto, è ragionevole ritenere che l’Iran stia attuando una strategia per impedire la libertà di navigazione fondata sull’impiego di droni kamikaze (aerei e di superficie), missili a corto raggio lanciati dalle coste settentrionali, barchini armati e mine. In pratica, Teheran sta riproponendo il copione della "guerra delle petroliere" del 1980-88, integrando però le nuove tecnologie unmanned. Di conseguenza, numerose Nazioni europee hanno iniziato a pianificare contromisure idonee, secondo una logica condivisa con gli Stati Uniti.
La minaccia più insidiosa appare tuttavia quella delle mine. Diverse fonti segnalano sia l’inizio del minamento da parte iraniana, sia l'affondamento di 28 unità "posamine" da parte degli Stati Uniti. In assenza di informazioni certe, è verosimile che le mine utilizzate siano per lo più del tipo a ormeggio (ancorate ai fondali e posizionate a circa 5-6 m dalla superficie), progettate per esplodere a contatto con l’opera viva dei mercantili a pieno carico. È possibile che l'arsenale iraniano includa anche mine alla deriva e mine da fondo a influenza, prodotte con assistenza estera: per la posa, l'Iran potrebbe impiegare anche semplici motovedette o barchini/pescherecci, rendendo assai complicata l’interdizione da parte statunitese.
Sotto il profilo politico e operativo, le contromisure delle Marine occidentali rientrano nelle iniziative già avviate da anni: si tratta di EMASOH (European-led Maritime Awareness Strait Of Hormuz,su input francese, sostenuta dall'UE e partecipata dall'Italia) e IMSC (International Maritime Security Construct, a guida anglo-americana, con il coinvolgimento di alcune monarchie del Golfo e dell’Albania).
In termini pratici, una missione di protezione richiederebbe l’uso di unità di superficie per la scorta ai mercantili isolati e/o in convoglio, con capacità antimissili e antidroni e supportate da assetti aerei per la soppressione di altre minacce costiere. Contestualmente, si renderebbe necessaria un’operazione di contromisure mine condotta da naviglio specializzato, eventualmente integrato da droni di superficie e subacquei. Attualmente, l’US Navy dispone nell’area di 3 Littoral Combat Ship classe INDEPENDENCE attrezzate, o attrezzabili, per tali scopi con appositi moduli MCM (MCM Mission Package), mentre assenti sono al momento le risorse europee in tal senso. Se le Nazioni europee - presenti in Mediterraneo Orientale con un congruo numero di unità di superficie - decidessero di intervenire sotto l'egida di EMASOH, o in un altro formato, per lo sminamento di corridoi di transito, sarebbero dunque necessari cacciamine e sistemi unmanned, da trasferire in zona nel più breve tempo possibile. Al di là di ciò, qualsiasi operazione di scorta a petroliere e mercantili e/o contromisure richiederà una pianificazione di dettaglio che tenga conto sia di potenziali minacce anche nel Mar Rosso (dove sono in corso ASPIDES e PROSPERITY GUARDIAN) e, soprattutto, del coordinamento necessario fra tutti i numerosi partecipanti per garantirne l'efficacia e contenere i rischi per gli equipaggi e le unità navali.
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