I negoziati tra Americani e Iraniani andati in scena ieri a Ginevra non hanno prodotto nulla di concreto, lo si sapeva, se non un nuovo round di colloqui la prossima settimina, probabilmente a Vienna. Interessanti le diverse narrative su quanto avvenuto. La parte iraniana - unitamente ai mediatori omaniti - ha parlato di significativi progressi, mentre lato americano è affiorata sulla stampa una versione sostanzialmente opposta: nessun progresso sulle questioni fondamentali, ovvero smantellamento dei siti nucleari, stop permanente all’arricchimento e trasferimento fuori dall’Iran dello stock di uranio arricchito ancora presente nel paese. Insomma, il classico giochino para-diplomatico della “palla avvelenata”, per cercare di addossare alla controparte le responsabilità dell’eventuale rottura e posizionarsi politicamente.
Nel frattempo, sul campo, gli USA continuano a potenziare il dispositivo militare, con un ponte aereo che ha ormai superato i 300 voli cargo ed altri F-35A, F-15E ed F-22 (per un totale di altri 36 aerei) che hanno raggiunto la base inglese di Lakenheath. Washington aumenta, dunque, la pressione su Teheran, ma non può farlo ancora a lungo: il “giochino” costa uno sproposito. Non solo, la diplomazia coercitiva, man mano che il tempo passa, perde di efficacia e “grip”, e ciò rafforza la controparte E’ una sottile logica psicologica che incentiva la percezione che dietro la minaccia ci sia in realtà un bluff. Ecco perché c’è un rischio molto alto che, per rendere credibile ed efficace l’esercizio di diplomazia coercitiva, gli USA siano costretti ad un certo punto ad attaccare a prescindere. In maniera limitata, certamente, e proprio per dare forza e credibilità alla minaccia, ma in casi come questi anche attacchi limitati potrebbero innescare un’escalation. Che, magari, nessun vuole, ma non ha gli strumenti per controllare. Esattamente quanto avvenuto nel febbraio 2022 in Ucraina.



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