Dopo settimane di tensioni latenti – dal “dossier Groenlandia” rilanciato da Donald Trump al naufragio dei colloqui commerciali USA-UE che includevano anche il procurement della Difesa – i ministri della NATO riuniti a Bruxelles il 12 febbraio hanno cercato di proiettare coesione. Le parole utilizzate dal Segretario Generale dell’Alleanza, Mark Rutte, sono state familiari: un’Alleanza “unita” per l’Ucraina e determinata a “difendere ogni centimetro del territorio alleato”.
Dietro la retorica, tuttavia, qualcosa sta cambiando. Non stiamo assistendo a una NATO morente, bensì a una NATO in trasformazione, una “NATO 3.0” – come l’ha definita il Sottosegretario alla Difesa per la Policy Elbridge Colby – un’Alleanza che redistribuisce gli oneri su entrambe le sponde dell’Atlantico e riequilibra le responsabilità senza smantellare il nucleo strategico statunitense. In altre parole, la continuità nel linguaggio convive con una trasformazione strutturale e operativa.
I segnali sono evidenti: il rafforzamento della Prioritised Ukraine Requirements List (PURL), il passaggio della leadership politica dell’Ukraine Defence Contact Group (UDCG) a Germania e Regno Unito, il rinnovato focus artico attraverso Arctic Sentry, una maggiore responsabilità europea nei comandi operativi e l’integrazione sistematica delle lezioni del campo di battaglia ucraino nell’Allied Command Transformation (ACT). La decisione di Washington, per il secondo ministeriale consecutivo, di inviare il Sottosegretario anziché il Segretario alla Difesa segnala un coinvolgimento calibrato. Nel loro insieme, questi elementi non indicano un ripiegamento, bensì un riposizionamento, coerente con le priorità USA nell’Indo-Pacifico e nella competizione strategica con la Cina.
In ambito NATO, Colby è stato esplicito: l’idea che gli Stati Uniti possano “servire indefinitamente come principale difensore convenzionale dell’Europa, sostenendo al contempo l’onere decisivo altrove, non è né sostenibile né prudente”. Washington continuerà dunque a “premere per un riequilibrio di ruoli e oneri all’interno dell’Alleanza”. Le sue parole costituiscono il vero mantra concettuale di questa transizione.
La sostanza è chiara: l’Europa assume la responsabilità primaria della difesa convenzionale, mentre gli Stati Uniti mantengono la deterrenza strategica e le capacità di abilitazione ad alta gamma. Gli europei si concentrano su forze terrestri, difesa aerea e supporto diretto a Kyiv; gli americani conservano le forze nucleari, il dominio spaziale e marittimo e l’infrastruttura C4ISR. Non si tratta di un disimpegno, ma di una ristrutturazione: riduzione dell’esposizione convenzionale USA, preservando la leva strategica decisiva.
PURL: urgenza e dipendenzaIl cuore industriale della NATO 3.0 è la PURL. Come ha dichiarato Rutte ai giornalisti: “La nostra iniziativa PURL continua a fornire equipaggiamenti statunitensi vitali per l’Ucraina, finanziati da Alleati e partner”. Gli alleati europei finanziano acquisizioni prioritarie – in larga parte di produzione americana – per rispondere rapidamente alle esigenze di difesa aerea di Kyiv. L’urgenza operativa si traduce così in interdipendenza industriale strutturata.
In ambito NATO, il Regno Unito, co-presidente dell’UDCG, ha annunciato un pacchetto aggiuntivo da £500 milioni: £150 milioni attraverso la PURL per intercettori di produzione USA e il resto per 1.000 missili leggeri multiruolo prodotti nel Regno Unito. Commentando la decisione, il Segretario alla Difesa John Healey ha dichiarato che, “mentre ci avviciniamo al quinto anno dell’invasione su larga scala di Putin, il Regno Unito e i suoi alleati sono più impegnati che mai nel sostenere l’Ucraina”, aggiungendo che l’obiettivo è “fare del 2026 l’anno in cui questa guerra finisce”.
Analogamente, la Germania ha confermato ulteriori contributi. Il 12 febbraio, il Ministro della Difesa Boris Pistorius ha ribadito che Berlino continuerà a utilizzare la PURL per rafforzare la difesa aerea ucraina. Il modello è evidente: finanziamento europeo, produzione statunitense, interoperabilità NATO. L’urgenza accelera le consegne; strutturalmente, tuttavia, si rafforzano nel lungo periodo le asimmetrie industriali transatlantiche.
Comandi: redistribuzione controllataParallelamente, cambiamenti sono visibili anche nella struttura di comando NATO. Il Joint Force Command Norfolk, in Virginia, vedrà il Regno Unito assumerne la guida, pur rimanendo sotto lo SACEUR – tradizionalmente un generale USA a 4 stelle. L’Italia comanderà il Joint Force Command Naples, sempre nella catena atlantica, mentre Germania e Polonia rafforzano il loro ruolo a Brunssum. Gli Stati Uniti assumeranno invece il comando dell’Allied Maritime Command (MARCOM), responsabile delle operazioni navali complessive dell’Alleanza.
Nel loro insieme, questi movimenti delineano una divisione del lavoro più chiara. Non è un disimpegno puro, bensì una redistribuzione funzionale: maggiore responsabilità operativa europea nei teatri di prossimità, mentre gli USA mantengono il controllo dei nodi marittimi e strategici. L’Europa guadagna visibilità, Washington conserva la supervisione delle infrastrutture critiche. Il pilastro nucleare resta invariato.
Nel frattempo, l’Allied Command Transformation (ACT), guidato dall’Ammiraglio francese Pierre Vandier, ancora l’integrazione tecnologica. La sua missione sarà trasformare le lezioni del campo di battaglia ucraino – droni, guerra elettronica, innovazione rapida – in dottrina NATO, rispondendo alla necessità, sottolineata da Rutte, di diventare “più efficaci… imparando dall’Ucraina”.
Sebbene la leadership francese rafforzi la dimensione europea, l’ACT opera ancora in un quadro standard fortemente plasmato dalla tecnologia e dall’industria statunitense. In sintesi, l’integrazione rafforza la NATO, ma consolida un’architettura di interoperabilità in cui gli Stati Uniti restano strutturalmente centrali.
Artico e UcrainaLo stesso filo conduttore emerge in relazione ad Arctic Sentry. Nato per “disinnescare tensioni” legate alla Groenlandia, il progetto unifica esercitazioni, sorveglianza e operazioni marittime e aeree nell’Alto Nord, integrando iniziative quali Arctic Endurance (Danimarca) e Cold Response (Norvegia). “Per la prima volta… riuniremo tutto ciò che facciamo nell’Artico sotto un unico comando”, ha dichiarato Rutte. Le capacità provengono in larga parte dagli Stati nordici e dal Regno Unito, mentre il coordinamento resta inserito nella struttura atlantica collegata a Norfolk. Aumenta la responsabilità europea, ma la supervisione strategica USA permane.
Nonostante l’agenda ampliata, i ministri sono stati chiari: l’Ucraina resta la priorità. Rutte ha insistito: “La NATO è così forte da poter fare entrambe le cose”. Pistorius ha ribadito che, pur dovendo “orientare i radar in tutte le direzioni”, “l’attenzione resterà naturalmente sul fianco orientale della NATO”. L’espansione non sostituisce il fronte Est, lo integra.
Equilibrio fragileMentre la NATO si ristruttura, i leader europei cercano di trasformare la maggiore responsabilità in autonomia strategica. In forum come il vertice di Alden Biesen, il dibattito si concentra su difesa, spazio e tecnologie critiche per ridurre le dipendenze. Emmanuel Macron ha ribadito che la sicurezza europea richiede fermezza e sostegno duraturo a Kyiv, e solo successivamente – a condizioni definite – un eventuale dialogo con Mosca.
La NATO non è implosa. È evoluta. Più oneri convenzionali – e più flussi finanziari verso l’industria americana – per l’Europa; controllo strategico sostenuto per Washington. La NATO 3.0 poggia in ultima analisi su un equilibrio fragile: l’Europa finanzia l’industria della difesa statunitense in cambio di protezione. Una sottile contrazione della sovranità che i leader europei stanno cercando di riequilibrare.
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