Quando nel 2017 Emmanuel Macron e Angela Merkel hanno presentato il Future Combat Air System (FCAS), lo hanno venduto come l'incarnazione dell'autonomia strategica e della sovranità tecnologica europea; meno di un decennio dopo, il programma di punta rischia di diventare un caso di studio su come non progettare un caccia, perché nessuno ha mai deciso realmente quale guerra avrebbe dovuto combattere.
Quando strategia, dottrina e programmi divergono
Ogni serio sforzo di difesa parte da una sequenza brutalmente semplice: definire le minacce, derivare gli obiettivi di politica estera, fissare gli obiettivi di difesa e sicurezza, assegnare le missioni ai militari, tradurle in compiti operativi, abbinare i compiti alle risorse e solo allora progettare le forze e gli equipaggiamenti. In termini dottrinali, la pianificazione degli equipaggiamenti si trova alla base di una piramide di pianificazione strategica; se si parte dal basso, non si sta più facendo pianificazione della difesa, ma politica industriale in uniforme.
La storia dell'FCAS in Francia e Germania ribalta la dottrina, infatti. Il Libro bianco tedesco del 2016 ha definito ambizioni di ampio respiro, sottolineando la cooperazione NATO, UE e la gestione delle crisi, ma non ha identificato un chiaro avversario che richiedesse un sistema di dominio aereo di sesta generazione; ha invece invocato una Bundeswehr moderna e capace, in grado di sostenere gli alleati e scoraggiare i “potenziali avversari” in termini generali.
In Francia, al contrario, la Loi de Programmation Militaire 2017-2024 e le leggi successive hanno ancorato la pianificazione delle forze armate a ambizioni esplicitamente nazionali, con il RAFALE come strumento di combattimento aereo principale, e hanno visto l'FCAS come un futuro sostituto di uno strumento già centrale nell'azione esterna francese.
La dottrina ci ricorda che qualsiasi programma di armamento dovrebbe derivare dall'identificazione e dalla classificazione delle minacce concrete alla sovranità, agli interessi vitali e ai cittadini, quindi dalle decisioni politiche su quando ricorrere alla forza e solo successivamente dagli obiettivi e dalle missioni di difesa che ne derivano.
L'FCAS non ha mai superato questa prova: invece di rispondere a una serie coerente di questioni strategiche franco-tedesche, gli è stato chiesto di conciliare due piramidi nazionali diverse – una incentrata sulla NATO e titubante sul potere militare, l'altra interventista e orientata all'autonomia – senza una minaccia condivisa al vertice.
Un aereo alla ricerca di un nemico
Quando il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel hanno annunciato l'FCAS come progetto franco-tedesco nel 2017, la narrativa politica ha sottolineato l'integrazione della difesa europea dopo la Brexit e la necessità di un programma simbolico di punta. Nei dibattiti parlamentari e nei documenti strategici di Berlino dell'epoca, tuttavia, la Germania non aveva nominato esplicitamente alcun nemico; al contrario, il linguaggio ruotava attorno a uno spettro astratto di rischi, dal terrorismo alle minacce informatiche e all'instabilità regionale, formulati nell'ambito dei quadri della NATO e dell'UE, nonostante la Russia avesse già invaso la Crimea e fosse intervenuta in Siria, la Cina fosse già in fase di crescita militare esponenziale e Trump avesse già espresso la sua linea dura nei confronti dell'Europa.
Tuttavia, la Germania cercava un caccia di nuova generazione sofisticato per sostenere la sua industria aerospaziale e dimostrare la leadership europea nel settore dell'aviazione da combattimento di alto livello, anche se esitava a definire contro chi avrebbe combattuto il velivolo.
La Francia è entrata nell'FCAS da una direzione quasi opposta: aveva un requisito concreto, plasmato da decenni di operazioni unilaterali o di coalizione dal Sahel al Levante, ma voleva condividere i costi molto elevati di un successore del RAFALE, il cui successo nelle esportazioni garantiva comunque la sua libertà strategica.
Ciò solleva la questione centrale: quali nemici intendono realmente combattere insieme Francia e Germania con l'FCAS? Berlino ha ancorato la sua difesa alla difesa collettiva della NATO e alla gestione delle crisi dell'UE, spesso limitata dallo scetticismo parlamentare nei confronti delle operazioni di combattimento vere, mentre Parigi ha sostenuto l'autonomia strategica e, come è noto, la critica di Macron alla coesione politica della NATO nel 2019, definita “cerebralmente morta”. Senza un allineamento sulla natura, la geografia e le condizioni politiche dei futuri combattimenti, l'FCAS è diventato meno la risposta a un problema operativo condiviso e più una tela su cui ogni capitale ha proiettato le proprie ansie strategiche, spesso divergenti.
L'articolo completo, con tutti i dettagli sul fallimento del programma FCAS, è pubblicato su Risk&Strategy WEEKLY #5/26, in uscita venerdì 13 febbraio.
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