Le operazioni belliche nel Nagorno Karabakh e, soprattutto, in Ucraina hanno creato un enorme interesse nel mondo per i sistemi unmanned: rispetto ai sistemi tradizionali, essi agiscono come moltiplicatore grazie al fatto di avere dimensioni più contenute, autonomia/portate maggiori, costi enormemente inferiori e, soprattutto, di essere spendibili, il che ne consente un impiego più “disinvolto” anche in situazioni critiche dove sarebbe difficile poter rischiare mezzi con equipaggi umani.
La somma di questi fattori ha portato i progettisti a concepire dei team di mezzi unmanned che collaborano con una piattaforma tradizionale. I livelli di autonomia possono variare molto: in generale, al fine di evitare i problemi e i rischi connessi (almeno per ora) all’impiego di sistemi completamente autonomi, si ricorre al controllo di un operatore per le funzioni critiche, lasciando alla piattaforma senza equipaggio lo svolgimento di operazioni autonome nell’ambito, ad esempio, della navigazione, o della raccolta e analisi dei dati con i sensori di bordo.
Inutile dire che questa rivoluzione – perché si tratta di una vera e propria rivoluzione – sta riguardando anche il dominio operativo marittimo. Il ricorso a piattaforme senza equipaggio ha avuto un vero e proprio “boom” nel campo delle Contro-Misure Mine, visto che consente di non esporre navi tradizionali e relativi equipaggi, al rischio di operare in un campo minato. Anche l’utilizzo di UAV ad ala fissa e ad ala rotante che decollano da unità navali sta vivendo un momento di grande espansione. Ma non può che colpire la decisione – quasi contemporanea – di diverse Marine di sviluppare navi senza equipaggio in grado di operare come “loyal wingmen” a fianco delle tradizionali fregate, svolgendo prevalentemente il ruolo di piattaforme armate che moltiplicano così il numero di lanciatori disponibili, disperdendoli su più unità, con innegabili vantaggi. Le definizioni, più o meno fantasiose, si sprecano, e si potrebbe parlare di piccole “arsenal ship” senza equipaggio, o di “unmanned missile carrier”, oppure di “missile-carrying drone warship”, o di “adjunct missile magazine”, e così via.
L’articolo completo è pubblicato su RID 2/26, disponibile online e in edicola.
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