Il regime iraniano sta soffocando duramente la rivolta interna. Il blackout di Internet è ancora in vigore e i Pasdaran sono impegnati in questo momento a jammare Starlink per evitare che chi ne dispone continui a documentare la mattanza.
Sì, perché di mattanza si tratta: i numeri dei morti sono, purtroppo, molto più alti di quelli usciti finora, anche da fonti dell'opposizione. Tra l’altro jammare Starlink non è per niente semplice e non è da escludere che qualche amico stia dando una mano (Russi? Cinesi?).
La situazione per il regime, però, non è semplice, e gli Ayatollah non sono mai stati deboli come oggi: la Guerra dei 12 giorni è stata devastante per l’immagine del regime, l’Asse della Resistenza è stato spazzato via e la crisi economica interna è gravissima. Il rial non vale nulla, la crisi idrica, causata da siccità e cattiva gestione delle risorse, morde, mentre il comparto energetico è gravato da embarghi e sanzioni, e mancanza di innovazione tecnologica. La spia della gravità della crisi è che a scendere in piazza, oltre ai giovani, ci sono i bazari: la classe dei commercianti che costituisce da sempre la spina dorsale della società e dell’economia iraniana (e la cui discesa in piazza fu cruciale per il successo della Rivoluzione nel 1979).
Insomma, il regime è alle corde e probabilmente basterebbe una spinta per mandarlo al tappeto. Il Presidente Trump sta valutando se e quando dare questa spinta. L’Iran è un Paese grande, complesso e di strutturata tradizione imperiale. Una strategia, potrebbe essere disarticolare la struttura del regime e colpire Pasdaran e Basij attraverso una campagna aerea e missilistica prolungata, per cercare di accelerare la crisi interna. Non un raid, ma, appunto, una campagna che vada avanti per settimane, se non mesi, in maniera persistente e profonda.
L’altra opzione potrebbe essere quella di evitare un intervento militare diretto ed avviare, piuttosto, una campagna ibrida e cognitiva multilivello (in parte già in atto), puntando su attacchi cyber sistematici, “operazioni bagnate”, creazioni di fronti di opposizione interna strutturati, un ulteriore inasprimento di sanzioni e embarghi, ecc. Un crescendo prolungato di azioni sotto soglia, per far emergere fino al punto di rottura tutte le contraddizioni interne ad un regime privo ormai di forza e legittimità, se non nella sua sclerosi burocratica. Le opzioni, dunque, non mancano.
Il problema è il dopo. Il figlio dello Scià (atteso domani a Mar-a-Lago) non pare avere né questo gran seguito né la forza per unificare la variegata opposizione. E poi esiste un altro rischio, che in realtà potrebbe diventare un’opportunità, ovvero quello di un duro confronto tra i Pasdaran e l’Artesh (le Forze Armate convenzionali). Uno scontro cruento, duro, dal quale potrebbe alla fine uscire una figura nazionalista, capace poi di stabilizzare la situazione a traghettare molto lentamente il Paese fuori dall’era degli Ayattollah, normalizzando anche le relazioni con l’Occidente. Ma nulla è scontato, anche perché in caso di attacchi esterni, l’Artesh (finora) si è sempre schierato con i Pasdaran.
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