RIVISTA ITALIANA DIFESA
La falsa tregua in Ucraina 13/05/2015 | Marco Lupi

La scorsa settimana Ucraina e Russia hanno festeggiato in 2 giorni diversi, rispettivamente l’8 e il 9 maggio, il settantesimo anniversario della vittoria nella Grande Guerra Patriottica, il nome con cui viene indicata la Seconda Guerra Mondiale nei Paesi ex sovietici. Quella di Kiev è stata una scelta dal chiaro profilo politico ed ha avuto lo scopo di proseguire il tentativo di de-sovietizzazione simbolica del Paese, nonché di avvicinamento, perlomeno propagandistico, all’Occidente. Infatti, com’è noto, l’Europa e la Russia commemorano la fine della guerra in 2 giorni differenti a causa semplicemente del fuso orario, che determinò l’ufficialità della resa nazista quando a Mosca erano le prime ore del 9 maggio 1945.

Altrettanto simbolica è stata l’assenza, alla fastosa parata sulla Piazza Rossa, dei Capi di Stato e di Governo europei a causa delle difficili relazioni con il Cremlino e come gesto di condanna per il coinvolgimento russo nella guerra del Donbass. Del resto come già accaduto con gli Accordi di Minsk I del settembre 2014, anche gli Accordi di Minsk II dello scorso febbraio si sono rivelati sostanzialmente inefficaci a livello politico e scarsamente utili a livello militare. La sensazione è che il cessate il fuoco, peraltro mai realmente ed estensivamente rispettato, sia servito più alle truppe di Kiev, in quel momento assediate a Debaltseve e pressate nella città portuale di Mariupol, per prendere tempo ed evitare una massiccia perdita di uomini e mezzi, che ai separatisti filorussi.

Una simile riflessione è alimentata dal comportamento tenuto dal Governo ucraino all’indomani della firma degli accordi di Minsk II, caratterizzato da 3 azioni principali: l’evacuazione dei 6.000 uomini assediati a Debaltseve, il rafforzamento del dispositivo a protezione di Mariupol, l’intensificazione dell’addestramento delle unità della Guardia Nazionale ad opera di istruttori inglesi, statunitensi e canadesi. Nello specifico, i 290 istruttori statunitensi appartengono alla 173ª Brigata Paracadutisti, mentre i 200 canadesi alla 2ª Brigata Meccanizzata di Petewawa (inclusi 25 genieri con esperienza in Afghanistan, 5 medici e 15 istruttori di Polizia). I consiglieri militari inglesi sono al momento 35, anche se il loro numero potrebbe salire a 75 nei prossimi mesi. Ad ospitare le attività di formazione militare è il centro di addestramento NATO di Yavoriv, nei pressi del confine occidentale con la Polonia. Particolarmente indicativo è il fatto che i destinatari dell’addestramento saranno 780 uomini della Guardia Nazionale, l’unità pienamente integrata nel Ministero dell’Interno, formata in maggioranza da volontari e personale della riserva e nata all’indomani dello scoppio della guerra in Donbass. La scelta di concentrarsi sulla Guardia Nazionale ha 2 ragioni precise: la prima di ordine operativo, visto che le Forze Armate dispongono di un livello di addestramento e disciplina maggiore rispetto a quelle che, fino a pochi mesi fa erano unità di volontari; la seconda, di ordine politico, attiene all’orientamento ideologico della Guardia Nazionale, ben più nazionalista ed anti-russa delle altre Forze Armate. In questo senso, i Governi degli Stati Uniti, del Canada e del Regno Unito, di comune accordo con l’attuale esecutivo di Kiev, probabilmente hanno voluto investire maggiori risorse in una unità militare meno infiltrabile dai servizi militari del Cremlino, più vicina all’attuale corso politico nazionale e meno permeata dal vecchio sentimento cameratista sovietico.

Lo scorso valore politico effettivo degli Accordi di Minsk II e la sua reale dimensione di mera tregua prima di una nuova escalation del conflitto è testimoniato anche dall’assenza di significativi passi in avanti nel negoziato tra governo e separatisti, sempre più divisi sul grado di autonomia e sui poteri che le regioni dovrebbero avere nel futuro assetto istituzionale del Paese. Non è un mistero che le Repubbliche Popolari di Donetsk e Lugansk, presumibilmente dietro precise indicazioni del Cremlino, puntino a poter influenzare le scelte di politica estera e di difesa del Governo centrale al fine di scongiurare l’eventuale progressione del processo di integrazione euro-atlantica dell’Ucraina. Prospettiva, quest’ultima, osteggiata dall’asse Yatseniuk-Poroshenko, 2 figure che hanno legato la loro stessa sopravvivenza politica alla realizzazione del progetto di uscita del Paese dall’orbita russa. Inoltre, non bisogna sottovalutare il fatto che, dopo oltre un anno di guerra civile permangono pesanti dubbi sulla reale volontà e capacità delle parti in conflitto di re-integrarsi in un'architettura statale e sociale unitaria.

Per quanto riguarda le operazioni sul campo, a partire dall’entrata in vigore degli Accordi di Minsk II (15 febbraio) le milizie separatiste e le Forze Armate ucraine hanno continuato a combattere senza soluzione di continuità, violando quotidianamente il cessate-il-fuoco. Certo, rispetto al periodo gennaio-febbraio 2015 l’intensità dei combattimenti è sensibilmente diminuita, manifestandosi soprattutto con scontri a fuoco tra le rispettive unità di fanteria e, in alcuni casi, con tiri di artiglieria, mortai e lanciarazzi. Da febbraio ad oggi, gli ucraini hanno contato oltre 100 morti e circa 500 feriti, mentre appare difficile stimare il numero dei caduti tra i separatisti.

In questi mesi di conflitto a bassa intensità, si è assistito ad una modifica dell'organizzazione militare dei ribelli e del sostegno russo. Infatti, se fino a settembre 2014 le unità ed i mezzi a disposizione delle Repubbliche Popolari dell’est ucraino contribuivano a formare una forza prettamente difensiva, il cui compito era interdire l’azione di Kiev, a partire dalla fine del 2014, e in modo sempre più accentuato, il comparto militare dei separatisti ha assunto una dimensione ed una caratterizzazione marcatamente offensiva, già emersa nelle battaglie per l’aeroporto di Donetsk, Debaltseve e Novoazovsk-Mariupol, ed ulteriormente alimentata da un costante incremento di mezzi pesanti quali carri armati (T-72B3), lanciarazzi multipli (BM-27 URAGAN e BM-30 SMERCH) nonché dall’impiego di droni che, in più di una occasione, hanno effettuato operazioni di ricognizione lungo e ben oltre la presunta linea smilitarizzata. In questo contesto va segnalata la concentrazione di forze che i separatisti hanno messo in atto attorno a Debaltseve e a est di Mariupol e che nel prossimo futuro potrebbe portare ad una nuova ripresa delle ostilità su larga scala. Nella regione di Donetsk, dunque lungo il fianco nord del fronte, i separatisti filorussi potrebbero puntare alla riconquista di Kramatorsk e Arteminsk, 2 città strategiche a causa della presenza di un aeroporto e, soprattutto, di industrie meccaniche e motoristiche. Le stesse industrie meccaniche e motoristiche che servivano l’industria militare russa e sulle quali il Cremlino non ha mai tolto gli occhi di dosso, specialmente alla luce di alcuni problemi che sembrerebbero essere stati incontrati dai nuovi blindati e corazzati della famiglia ARMATA a margine e durante le prove della parata del 9 maggio. Infatti, se durante le prove dell'8 maggio a fermarsi era stato il T-14, il giorno seguente 2 AIFV non hanno sfilato con il resto delle truppe.

Il secondo punto caldo dell'eventuale nuova offensiva separatista potrebbe essere Mariupol e tutta le linea costiera che collega la Repubblica Popolare di Donetsk alla Crimea. In questo caso l’obbiettivo resta sempre la creazione di un corridoio che colleghi la Russia alla penisola crimeana, regione che, da quando ha deciso di entrare nella Federazione Russa, ha dovuto subire le rappresaglie economiche di Kiev.

Per quanto riguarda le forze dei separatisti, questi dovrebbero contare, ad oggi, circa 23.000 uomini e 30.000 in riserva, di cui circa 10.000 “volontari” russi. Un complesso di forze a cui bisogna sommare i circa 20.000 uomini stazionati in Crimea (escluso il personale della Flotta del Mar Nero) ed i 40.000 in rotazione lungo il tutto il confine russo-ucraino. Tuttavia, la prolungata durata e l’intensificazione del conflitto hanno costretto lo Stato Maggiore russo a modificare ulteriormente la struttura del proprio impegno in Ucraina. Infatti, se fino a gennaio 2015, oltre ai miliziani ceceni ed ai mercenari bielorussi, erano state impiegate unità provenienti dal distretto militare settentrionale e meridionale, con l’aumento delle perdite e del logoramento, il Cremlino ha dovuto coinvolgere anche divisioni e brigate di quelle regioni militari, quali la Centrale e l’Orientale, sinora praticamente estranee al conflitto del Donbass. Pur rimanendo immutati la centralità del Battalion sized Tactical Group (BTG), i ruoli di comando e controllo delle operazioni e l’utilizzo delle milizie locali come “carne da cannone”, negli ultimi 2 mesi Mosca ha iniziato a prelevare personale anche da brigate e divisioni differenti. Nello specifico, da febbraio ad oggi, è stato possibile osservare le seguenti formazioni: un BTG composto da elementi dalla 8ª Divisione della Guardia, dalla 18ª Brigata Motorizzata della Guardia, del 25° Reggimento Spetznaz e dalla 232ª Brigata lanciarazzi multipli; un BTG composto da elementi della 8ª Divisione della Guardia, delle Truppe del Ministero dell’Interno (presumibilmente unità spetznatz con esperienza di guerra in Cecenia) e della 5ª Brigata Carri; un BTG composto da elementi della 27ª Brigata Motorizzata della Guardia e del 217° Reggimento Paracadutisti della Guardia; un BTG composto da elementi della 136ª Brigata Meccanizzata e del 25° Reggimento Spetznatz; un BTG composto da elementi della 20ª Brigata Motorizzata della Guardia e unità para-militari locali; un BTG composto da elementi della 19ª Brigata Motorizzata, della 10ª Brigata Spetznatz, del 13° Reggimento Carri della Guardia e della 32ª Brigata Motorizzata; un BTG composto da elementi del 104° Reggimento Assalto Aereo della Guardia e da miliziani del Battaglione Kalmius; un BTG composto da elementi della 9ª Brigata Motorizzata e da unità paramilitari locali non meglio identificate. Inoltre, alcune centinaia di uomini appartenenti alle Truppe del Ministero dell’Interno e precisamente all’unità di elite della Divisione DZERZHINSKY si occupano della gestione dell’ordine e della disciplina nei territori sotto il controllo dei separatisti.

Naturalmente, oltre a queste unità impegnate sul fronte, i russi utilizzano la loro fitta rete di operativi dei servizi segreti per creare nuove organizzazioni anti-governative nei territori orientali e meridionali dell’Ucraina (Odessa e Kharkhiv su tutti) e favorire fenomeni di agitazione simili a quelli accaduti in Crimea e nel Donbass.

 


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