RIVISTA ITALIANA DIFESA
Osservatorio Geopolitico 04/03/2014 | Ce.S.I.

Oltre agli eventi connessi alla crisi ucraina, che a causa della loro straordinarietà hanno ricevuto una copertura editoriale specifica e dedicata, gli ultimi mesi hanno visto un’estrema dinamicità negli scenari mediorientali e asiatici. In Medio Oriente, la crisi siriana continua a rappresentare la principale problematica regionale nonché il terreno di confronto tra le agende di politica estera di Israele, Arabia Saudita, Iran, Turchia, Qatar, Giordania e Stati Uniti. Per Tel Aviv, la gestione del dossier siriano è legata ai rapporti con Hezbollah, visto che il timore maggiore dell’Amministrazione Netanyahu è che il movimento sciita libanese, impegnato nel sostegno al regime di Assad, acquisisca armamenti sofisticati in grado di alterare gli equilibri di forza regionali e minacciare la sicurezza israeliana. L’evidenza di questo approccio pragmatico da parte di Israele è testimoniato dai raid aerei condotti dagli F-16 della IAF contro i convogli di missili diretti verso i depositi di Hezbollah in Libano. Il fatto che questi attacchi siano avvenuti in aree di confine tra Libano e Siria ha suscitato le proteste di Hezbollah, che ha sostenuto che i bombardamenti abbiano colpito il territorio libanese costituendo, dunque, un atto di aggressione. Al di là dell’incertezza sull’esatto punto di bombardamento, la retorica di Hezbollah sembra diretta all’individuazione di un casus belli che giustifichi eventuali rappresaglie contro Israele.

La guerra civile siriana è anche la cartina di tornasole dei rapporti tra Arabia Saudita e Stati Uniti, recentemente raffreddatisi proprio a causa della diversità di vedute sulla necessità di un intervento militare a sostegno dei ribelli. Tuttavia, la relazione tra Washington e Riyadh potrebbe conoscere una nuova “luna di miele” grazie all’ingresso in scena di Mohamed bin Nayef, Ministro degli Interni e nuovo responsabile saudita della crisi siriana, uomo gradito agli Stati Uniti per il suo pluridecennale impegno anti-terroristico. In questo senso, la nomina dell’oscuro Generale di brigata Adbullah al-Bashir a leader dell’Esercito Libero Siriano potrebbe rappresentare il segnale della rinnovata empatia tra Amministrazione Obama e famiglia Saud.

Oltre all’intricato mosaico mediorientale, il governo statunitense è concentrato sul delicato equilibrio geopolitico estremo orientale, dove la Cina continua a fare la voce grossa per rivendicare quei lembi di Mar Cinese che considera parte integrante e irrinunciabile della propria sovranità e che rappresentano l’immediata e primaria fascia di proiezione egemonica della propria potenza. L’unico Paese in grado di tenere a freno l’espansionismo cinese è il Giappone di Shinzo Abe, Paese che sembra aver messo da parte le tradizionali reticenze militari, eredità della resa nel Secondo Conflitto Mondiale, per porsi come diretto concorrente strategico di Pechino.

Anche se gli occhi dei media sono stati particolarmente attenti ad Europa, Medio Oriente e Stati Uniti, non può passare inosservata l’instabilità di alcune regioni del continente africano. Soprattutto in Africa Centrale, dove la Repubblica Centrafricana è entrata nella spirale di una guerra civile a forte connotazione etnico-settaria e dove la Francia, intervenuta, come in Mali, a difesa dei propri interessi, rischia di impantanarsi tra le insidie di uno scenario complesso e le incertezze legate all’esiguità del budget della Difesa.






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