RIVISTA ITALIANA DIFESA
Cooperazione NATO-UE: quale futuro? 07/12/2017 | Pietro Batacchi

Ieri si è svolto a Roma un'interessante convegno, organizzato dallo IAI e dalla Delegazione Italiana presso l'Assemblea Parlamentare della NATO, sullo stato della cooperazione NATO-UE e sulle sue prospettive. Il convengo, suddiviso in 2 diversi panel, ha visto confrontarsi i vertici della Difesa, a cominciare dal Capo di SMD Gen. Claudio Graziano, con i vertici dell'industria - rappresentata dall'AD di Fincantieri Giuseppe Bono e dal Direttore delle Strategie di Leonardo Giovanni Soccodato, nonchè dal Presidente dell'AIAD Guido Crosetto – esponenti politici – i Presidenti delle Commissioni Difesa parlamentari Francesco Saverio Garofani e Nicola Latorre ed il Presidente della Commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto, e gli On. Paolo Alli e Andrea Manciulli - e del Ministero degli Esteri, rappresentato dal Segretario Generale Elisabetta Belloni. Insomma, un bel pezzo di sistema Paese. Il tutto poi si è concluso con l'intervento del Ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il tema era di quelli importanti, la cooperazione NATO-UE, appunto, soprattutto adesso che l'Unione Europea ha finalmente accelerato sulla strada dell'integrazione in ambito difesa, compiendo una serie d passi in avanti concreti, a cominciare dalla creazione del nuovo Fondo Europeo per la Difesa e dal via libera ufficiale alle cooperazioni rafforzate e strutturare, PESCO. Per cui adesso più che mai si pone il grande problema di come conciliare questo rinnovato attivismo dell'UE sulle questioni di difesa con il tradizionale ruolo della NATO quale organizzazione politico-militare. Il convengo ha cercato di dare delle risposte in tal senso e di fornire degli spunti di riflessione per evitare che la cooperazione tra le 2 organizzazioni si traduca in duplicazioni, inefficienze o, peggio, competizione, ma la riflessione ha inevitabilmente toccato pure l'aspetto riguardante le opportunità che il processo d'integrazione della difesa europea potrà dare all'Italia ed alla sua industria. Per quanto riguarda il primo aspetto, ormai è chiaro che il tempo del cosiddetto Pacchetto “Berlin Plus” 2002, che prevedeva la suddivisione del lavoro tra UE e NATO sulla base del fatto che alla prima sarebbero spettate le missioni civili, mentre alla seconda quelle militari, secondo la dicotomia "soft-hard", è ormai superato. Oggi l'UE è sempre più presente sul fronte del crisis management ed in alcuni contesti è persino “più hard” della NATO – vedi per esempio il caso della missione SOPHIA, più incisiva della "cugina" NATO SEA GUARDIAN, come sottolineato dal Gen. Graziano – e la stessa "Joint Declaration" NATO-UE del luglio 2016 stabilisce che il terreno di cooperazione principale tra le 2 organizzazioni è il defence capacity building, strumento sempre più importante e strategico in ottica di stabilizzazione e proiezione di sicurezza. Ma in futuro potremmo aspettarci pure maggiore sinergia nelle stesse operazioni militari visto che, come precisato sempre dal Generale Graziano, "le forze sono sempre quelle". Venendo invece alla seconda questione, c'è da dire che tutti gli interventi sono stati unanimi nell'osservare che per cogliere più opportunità possibile in sede europea occorre una massa critica ed una capacità di fare sistema che, purtroppo, il nostro Paese non sempre ha dimostrato e che troppo spesso si è sgretolata nei mille frammenti delle beghe di cortile nostrane. Da ciò discenderebbe, dunque, un’assunzione di maggiore responsabilità da parte del Governo, il solo che può ricondurre a sintesi le differenze sulla base del superiore interesse nazionale. Peccato che su questo l’Italia sia da sempre latitante pensando che tutto ciò che è strategia e sicurezza riguardi esclusivamente il Ministero della Difesa. A ciò bisogna aggiungere la necessità, sollevata con forza dal SGD/DNA Gen. Magrassi ed alla quale va data immediata risposta, di creare "dei professionisti di Bruxelles", ovvero delle figure da distaccare a Bruxelles, supportandole e non lasciandole poi a se stesse, per presidiare ad ogni livello i complessi meccanismi burocratici europei. Da questo punto di vista, pertanto, l'Italia deve ancora crescere molto, ma deve farlo in fretta perchè gli altri certo non ci aspettano, anzi, e marciano spediti per "fare bargaining" all'interno dell'arena europea e spuntare il più possibile. A nostro discapito.


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