RIVISTA ITALIANA DIFESA
Trump ha vinto 09/11/2016 | Pietro Batacchi

Contro ogni previsione e smentendo i sondaggi (a proposito, bandiamoli una volta per tutte), Donald Trump ha vinto le presidenziali americane battendo nettamente il candidato democratico Hillary Clinton. Trump si è affermato anche in tradizionali roccaforti democratiche, come la Pennsylvania, vincendo pure nei 2 Stati quasi sempre decisivi per la corsa alla Casa Bianca: Florida e Ohio. Una tempesta a tutti gli effetti, considerando la vasta opposizione a Trump in gran parte dell'establishment americano e mondiale. Sulle cause, rimandiamo al giudizio ad analisti...più fini e maturi di noi...e soffermiamoci, invece, sulle possibili conseguenze della vittoria del candidato anti-sistema sulle questioni di politica di sicurezza e difesa. Prima di tutto è bene premettere che un conto sono le dichiarazioni fatte in campagna elettorale e le relative piattaforme, un conto poi è il dopo e la prova con la "durezza" della realtà politica. Basti ricordare quanto accaduto con Bush Junior, eletto alla Casa Bianca sulla base di una piattaforma neo-isolazionista figlia del "conservatorismo compassionevole", ma costretto dagli eventi, o meglio, dall'Evento, a fare l'interventista. Del resto, quando si parla di politica estera bisogna sempre ricordare, come ci hanno insegnato i maestri della scuola realista, da Hans Morghentau a Kenneth Waltz, che la "struttura" del sistema internazionale pone sulle politiche estere dei singoli stati delle costrizioni che in qualche misura le vincolano. A ciò bisogna aggiungere il fatto che il potere del Presidente è sistematicamente negoziato e limitato dalle prerogative del Congresso. E poco importa che questo sia in mani repubblicane considerando l'opposizione che Tump ha dentro il suo Partito e alcune posizioni molto influenti sulla politica di sicurezza e difesa come quelle del rieletto Senatore McCain, più vicine, per esempio sui rapporti con la Russia, a quelle della Clinton che a quelle espresse del tycoon. Detto ciò, qualcosa proviamo ad azzardare. Partiamo da NATO e Russia. Trump in campagna elettorale è stato chiaro. Nell'ambito della NATO, gli Alleati dovrebbero assumersi maggiori impegni, facendo meno "free riding" e riducendo il burden sharing americano, mentre l'Alleanza dovrebbe pensare più a combattere il terrorismo che a fronteggiare la risorgente Russia. E proprio sui rapporti con Mosca, Trump potrebbe cambiare molto dell'attuale linea politica americana. Più pragmatismo e meno ideologia da questa punto di vista, ricerca di un compromesso e recupero della partnership russa su alcuni dossier, come quello terroristico. Ma buona parte del Congresso non la pensa così e probabilmente "Donny" dovrà rinunciare a qualcosa del suo istinto "aperturista” verso Mosca. Di un generale rasserenamento dei rapporti con la Russia, dovrebbe beneficiarne soprattutto l'Italia, alla quale le sanzioni contro Mosca certo non giovano. Per l'Italia la Russia rimane un partner strategico fondamentale e sarebbe sicuramente per noi un vantaggio un clima più sereno e meno da “guerra fredda” con Mosca. Ad un minore impegno americano in Europa dovrebbe, poi, corrispondere una maggiore presenza, anche militare, nell'Asia-Pacifico e sul fronte del contenimento cinese. Pertanto, ci si potrebbe aspettare nei prossimi anni che Pechino possa superare Mosca nell'ordine di priorità delle minacce percepite da Washington. Veniamo al Medio Oriente. Sulla Siria, Trump ha sempre affermato, piuttosto genericamente invero, di voler fare più di Obama contro lo Stato Islamico assumendo posizioni ed impegni maggiormente incisivi. Probabilmente in questo Trump ricercherà la cooperazione della Russia nell'ambito di un disegno più ampio di stabilizzazione della Siria. E' possibile che con Trump venga anche superata la devastante ambiguità dell'Amministrazione Obama rispetto ad altri gruppi terroristici o radicali come Jabhat Fateh al-Sham, ex Al Nusra, o Ahrar Al Sham. E ne risentirà molto anche il rapporto tra la Casa Bianca e la Fratellanza Musulmana, sbocciato con il famoso discorso all'Università di Al Azar del 4 giugno 2009 e rimasto molto solido durante tutti gli anni di Obama. Se si rivedono i rapporti con la principale organizzazione politico-partitica del Medio Oriente, qualcosa potrebbe cambiare pure nella politica americana in Libia, con il relativo supporto alle autorità di Tripoli, e di questo ne dovrebbe inevitabilmente tenere conto l'Italia. Tutte le attuali difficoltà di Serraj ad uscire fuori dall'impasse potrebbero essere viste in una nuova prospettiva così come, in senso contrario, l'attuale posizione di forza sul campo del Generale Haftar. Restando in Medio Oriente, con Trump alla Casa Bianca potrebbe esserci un riavvicinamento ad Israele, dopo le freddezze di Obama, e pure gli accordi sul nucleare con l'Iran potrebbero essere messi in discussione. Con Teheran si giocherà un'altra partita molto importante. Gli accordi sul nucleare sono uno dei lasciti più significativi in politica estera dell'Amministrazione Obama. Vedremo come agirà il nuovo Presidente e se questo vorrà recuperare completamente oltre che i rapporti con Israele anche quelli con l'Arabia Saudita. Per l'Italia, una revisione della politica di apertura verso Teheran sarebbe dannosa considerando le posizioni commerciali e politiche che il nostro Paese sta riacquistando in Iran. Diamo uno sguardo anche alle posizioni di Trump sulla Difesa in senso stretto. In primis, il neo-presidente ha detto di voler ristabilire la posizione di supremazia militare americana sul resto del mondo offuscata negli ultimi anni dell'Amministrazione Obama. Un impegno in parte contraddittorio rispetto alla proclamata necessità di impegnarsi meno all'estero, o solo quando è necessario, usando la forza come opzione estrema. Rispetto alla Clinton, Trump in campagna elettorale si è espresso molto più nettamente su alcune tematiche. Ha, per esempio, affermato di voler incrementare la componente attiva dell'Esercito dagli attuali 475.000 soldati, che scenderanno a 460.000 entro il settembre del prossimo anno, a 540.000, e il numero delle unità della flotta dell'US Navy dalle attuali 272 unità, e dalle 308 previste dopo il 2020, a 350. Per far questo non basterebbero i generici risparmi a cui ha fatto più volte riferimento, ma occorrerebbe aumentare nettamente la spesa militare e rivedere il regime della sequestration imposto al budget federale, e, dunque, anche a quello del Pentagono, a partire dal 2011 con il Budget Control Act. Una sfida, per vincere la quale Trump avrebbe bisogno dell'appoggio compatto di tutto il Congresso.


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