RIVISTA ITALIANA DIFESA
Sea Drone Tech Summit 2026: i droni marini alla prova dell’impiego operativo 06/11/2026 | Andrea Mottola

Il passaggio dalla sperimentazione all’impiego operativo è stato il filo conduttore della sessione Sicurezza & Difesa del Sea Drone Tech Summit 2026, aperto il 5 novembre al Polo di Ostia dell’Università Roma Tre. Per la prima volta in 5 edizioni, il congresso nazionale sulla robotica marina ha riservato uno spazio specifico agli impieghi militari e di polizia, riunendo chi i droni li sviluppa e chi li usa in mare. Il messaggio è chiaro: le tecnologie ci sono, ma per tradurle in capacità servono integrazione con le unità navali, regole chiare e una domanda pubblica più prevedibile.

Il tono lo ha dato il Contrammiraglio Giulio M. Cappelletti, direttore della Struttura Operativa del Polo Nazionale della dimensione Subacquea (PNS), che ha descritto l’underwater come «una nuova frontiera nello scacchiere geopolitico ed economico» e ha chiesto di accorciare i tempi tra prototipo e impiego. Sulla stessa linea il Gen. C.A. Stefano Screpanti, Comandante Aeronavale Centrale della Guardia di Finanza: il Piano del Mare 2026–2028 e la prevista istituzione della zona contigua impongono di «ampliare le capacità di sorvegliare l’area marittima in profondità e in estensione». Il Corpo già lancia droni aerei da unità navali per allungare lo sguardo e avvicinare l’obiettivo senza farsi scoprire.

Un mercato in crescita, ma più lento del previsto

A dare la misura del fenomeno è stata la quarta edizione della ricerca Above and below water drones market di PwC Strategy & Italy, illustrata dal partner Gabriele Capomasi. Il mercato italiano delle piattaforme dovrebbe quasi raddoppiare, da 55 milioni di euro nel 2025 a circa 106 nel 2030, ma il dato più significativo riguarda ciò che sta intorno al drone: includendo componenti, sensori, comunicazioni, software e servizi, il valore sale da 99,2 a 191,8 milioni, con una crescita media annua del 14%, e già oggi quasi metà della spesa non riguarda la piattaforma in sé. I veicoli subacquei (UUV, Unmanned Underwater Vehicles) restano il segmento principale, con il 63% del totale, mentre quelli di superficie (USV, Unmanned Surface Vehicles) dovrebbero passare da 37 a 70,7 milioni.

La Difesa è il comparto che cresce più in fretta, con un tasso annuo del 15% che la porterebbe da 39,3 a 80,2 milioni, pur restando dietro al civile. Rispetto allo scorso anno PwC ha però rivisto al ribasso la previsione militare, da circa 98 a 80 milioni, perché le sperimentazioni si traducono in acquisti ricorrenti più lentamente del previsto. La domanda si concentra su ISR (intelligence, sorveglianza e ricognizione) persistente, contromisure mine e protezione delle infrastrutture critiche. A sostenerla contribuiscono i fondi pubblici, programmi come l’UPSDS (Unità Polivalente per la Sorveglianza della Dimensione Subacquea) e lo studio della nave portadroni SCIAMANO, ma soprattutto il consolidamento industriale, culminato a luglio con le acquisizioni di Fincantieri per circa 600 milioni. Il freno principale resta normativo: la Legge 9/2026 sulle attività subacquee civili sarà pienamente efficace solo dal 30 dicembre 2027; PwC suggerisce sandbox regolatorie sul modello dei droni aerei.

Il PNS e la sfida della filiera nazionale

Proprio sulla filiera si è concentrato il secondo intervento di Cappelletti. In 3 anni il PNS ha avviato 21 progetti per 115 milioni di euro, cofinanziati al 50%, e ha raccolto attorno a sé 367 operatori economici, grazie soprattutto ai 180 milioni del MIMIT in 10 anni, oltre ai fondi di Difesa, MUR, Friuli Venezia Giulia e Liguria. L’obiettivo è la sovranità tecnologica, perché quasi tutti i mezzi esposti usano sottosistemi stranieri: «Non c’è un sonar italiano, non riusciamo a comprarlo», ha detto l’ammiraglio. Da qui 2 direttrici: sapere che cosa accade sotto la superficie, fino a realizzare un vero «controllo del traffico subacqueo», e operarvi con sistemi unmanned fino a 6.000 m, sviluppando in Italia reti di sensori, modem acustici e ottici, navigazione inerziale di precisione, manipolatori elettrici e soluzioni energetiche.

Il progetto bandiera è TARAS (Tecnologie Avanzate di Rete per mezzi Autonomi Sottomarini), guidato da WSense e già testato in una pre-dimostrazione a luglio: una rete modulare di nodi di comunicazione, sensori e veicoli pensata per proteggere porti e infrastrutture offshore. Un secondo progetto trasforma i cavi in fibra ottica da infrastruttura da difendere a sensore, con hub sottomarini ogni 100 km circa ai quali UUV persistenti potranno scaricare i dati e ricaricarsi. Tutti i dimostratori dovranno nascere con un gemello digitale ed essere provati con gli utilizzatori a San Bartolomeo, alla Spezia, dove all’area in acque basse si aggiungerà una zona fino a 250 m di profondità aperta anche ai droni civili. Il prossimo bando, atteso a inizio 2027, guarderà anche all’edge computing e alla produzione di energia sott’acqua.

Dalla nave al drone: l’esperienza degli utilizzatori

Se il PNS lavora sulla tecnologia, la Marina affronta il problema di portarla a bordo. Il C.C. Raffaele Corrieri, capo sezione radar e mezzi unmanned di superficie del 7° Reparto Navi dello Stato Maggiore, ha ripercorso le 4 sperimentazioni operative (OPEX) condotte dal 2025. Nell’ultima, a giugno, nave SAN GIORGIO ha imbarcato circa 20 piattaforme di superficie e aeree con 200 tecnici delle aziende, verificando lancio e recupero dal bacino e con le gru, controllo da bordo e passaggio dei compiti alle stazioni a terra. Le difficoltà non mancano: i movimenti della nave, un topside affollato di radar e sistemi di guerra elettronica, la sicurezza cibernetica e una mole di dati dell’ordine di un terabyte al minuto, da filtrare con l’aiuto dell’IA. C’è poi il nodo dei tempi, con cicli tecnologici di 3–5 anni contro i circa 30 di vita di una nave. Per questo la Marina punta a integrare gli USV con la piattaforma tra il 2028 e il 2029 e ha già progettato le FREMM EVO per accoglierli, nella convinzione che «il drone non sostituisce la nave, ma cambia profondamente ciò che la nave può fare».

Una prospettiva più tattica è arrivata dai Carabinieri, tornati a investire sul mare con il nuovo Raggruppamento Navale e Subacquei. Il Cap. Riccardo Ginex, Comandante del Reparto Subacquei, coordina 6 nuclei subacquei, affiancati da 16 nuclei navali d’altura e 6 di supporto subacqueo, e l’Arma intende tornare anche in Adriatico, oggi presidiato solo da Pescara, con nuovi reparti a Trieste, Brindisi e Bari. Qui la robotica serve anzitutto alla polizia giudiziaria: un USV idrografico Codevintec ricostruisce in 3D il fondale e individua i bersagli, sui quali viene poi guidato il ROV Deep Trekker di cui ogni nucleo è dotato, con immagini subito leggibili da una procura. Lo stesso approccio vale per l’archeologia e per le condotte sotterranee di Napoli. A supporto arriveranno nel prossimo biennio 8 motovedette: la seconda, CC S701, allestita dalla Nuova Tuccoli di Livorno, è in consegna, con sala per l’analisi dei dati del sonar, stabilizzazione per lavorare in posizione fissa e gru per i ROV più pesanti in acquisizione.

Per la Guardia Costiera il metro di giudizio resta il soccorso. Il C.V. (CP) Andrea Schena ha definito «embrionale» la fase dei droni aerei e di superficie. Nel progetto pilota con Frontex su nave DATTILO, tra maggio e luglio, 2 V-BAT di Shield AI hanno volato per circa 150 ore, con collegamenti fino a 150 km dalla nave. A sud di Brindisi nave ORESTE CORSI ha invece supportato le prove dell’USV FRAME ALPHA di Miraitech, che ha completato 7 vari e recuperi, navigato per waypoint, proseguito in autonomia con collegamenti degradati e passato il controllo fra tre stazioni. Il sistema riconosce già persone e imbarcazioni; valutarne lo stato di pericolo, per stabilire le priorità quando un barcone si rovescia con 100–150 persone in acqua, resta invece un obiettivo per l’IA, ferma restando la decisione umana: «Non stiamo cercando di sostituire il soccorritore, stiamo cercando di dargli occhi più lontani». Sotto la superficie il Corpo impiega già ROV Deep Trekker e side scan sonar nei 5 nuclei subacquei, oltre a CHASING M2 PRO a Messina e Cagliari, e attende il ROV multifunzione AGEOTEC PERSEO GTV, il DOLPHIN 3 per l’assistenza al galleggiamento da remoto e un USV Stemar con sonar a scansione laterale e multibeam, in collaudo entro novembre.

La Guardia di Finanza ha mostrato il percorso più strutturato sul versante aereo. Il Magg. Carmine Andrea Pizzirusso, Comandante della Sezione Addestramento Pilotaggio Remoto del Gruppo Addestramento Aeronavale, ha ricordato come, dai primi quadricotteri del 2016, il Corpo sia arrivato con l’ENAC a uno scenario dedicato all’ambiente marino, anche da bordo, e quest’anno al manuale tecnico operativo. La flotta è volutamente differenziata, perché «il multiruolo negli aeromobili non esiste». Ai DJI, usati soprattutto dal Soccorso Alpino, si affiancano i COLIBRÌ di IDS, diffusi in tutte le sezioni aeree con sensori fotogrammetrici, multispettrali, LiDAR e per la rilevazione dei telefoni cellulari. Il RADON X di Siralab Robotics, primo ad ala fissa del Corpo, offre 3–3,5 ore di autonomia e 50 km di raggio, opera al Sud nella vigilanza costiera ed è in sperimentazione da bordo, mentre il V-BAT delle sezioni d’altura raggiunge le 8 ore: la GdF è stata la prima in Europa a farlo volare fuori dagli spazi aerei militari, dimostrando a Scalea un collegamento di comando e controllo a 100 km. In mare il Servizio Navale ha sperimentato un USV per ISR e supporto SAR, controllabile a vista, via radio/LTE, via satellite o in autonomia con percezione basata su IA, e un ROV da osservazione fino a 300 m di profondità, ora in acquisizione nella configurazione definitiva.

La risposta dell’industria

Le richieste degli utilizzatori hanno trovato eco nell’industria. Mirko Stifani, Chief Technology Officer del Polo Underwater di Fincantieri, ha presentato il gruppo come «one stop shop» dell’underwater, in cui l’Unmanned Management System di IDS orchestra gli UUV di Graal Tech, gli USV di Defcomm, partecipata al 49%, i sistemi acustici ed effettori di WASS, le comunicazioni di WSense, i sistemi di varo e recupero di Remazel e i servizi di NextGeo. Il banco di prova sarà DEEP, in cui l’allarme dei sensori, anche in fibra ottica, innesca valutazione della minaccia, assegnazione dei compiti e invio dei droni, con prove a novembre alla Spezia. Il CATCHER, ricavato da un USV di 16 m e compresso per rientrare nei requisiti delle FREMM EVO, mostra i compromessi imposti dall’integrazione a bordo. Per Stifani lo STANAG 4817 è solo un punto di partenza: la vera differenza sta nel trasformare un compito in azioni autonome, così che un operatore possa supervisionare più mezzi. All’industria serve però una domanda aggregata e un piano di acquisizione di lungo termine, perché «se si crea il meccanismo del prodotto pronto, non ci sarà mai un prodotto pronto che risponde ai requisiti».

A chiudere, Luca Colombo, della Divisione Elicotteri di Leonardo, ha richiamato il principio della Royal Navy di impiegare sistemi senza equipaggio ovunque possibile e con equipaggio solo dove necessario. In questa logica si colloca AWHERO, UAS ad ala rotante della classe 200 kg con decollo e appontaggio automatici, pale ripiegabili e integrazione con il sistema di combattimento, che può affiancare l’elicottero o dare una capacità ISR organica alle unità che non ne imbarcano uno; radar GABBIANO TS ULTRA LIGHT, torretta elettro-ottica/infrarossa e AIS ne estendono l’orizzonte di scoperta anche con meteo avverso. Il passo successivo è PROTEUS, elicottero autonomo di circa 3 t sviluppato per la Royal Navy e in volo da gennaio, con cui Leonardo porta verso l’impiego reale un’autonomia validata in ambiente sintetico, passando dal rapporto uno a uno a uno a molti. Una frase che riassume la giornata: «L’autonomia renderà possibile questa evoluzione, ma sarà sempre l’uomo a guidarla».

 

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