Il 67,5% degli Italiani ripone fiducia nelle Forze Armate. Eppure, solo il 35,2% di quegli stessi Italiani le ritiene effettivamente capaci di difendere il Paese contro minacce esterne; inoltre, solo il 31% della popolazione si dice complessivamente disponibile a combattere a difesa dell’Italia. A queste contraddizioni se ne aggiunge poi un’altra: soltanto il 28,2% della popolazione è favorevole all’aumento delle spese militari e disposta quindi ad accettarne anche i costi materiali.
Sono alcuni dei dati che emergono dalla ricerca dell’Università degli Studi di Genova “Gli italiani e la Difesa” condotta da Vincenzo Bove, Fabrizio Coticchia e Matteo Mazziotti di Celso. L’indagine, somministrata online da YouGov tra il 17 e il 18 dicembre 2025 su su campione di 1.549 cittadini italiani maggiorenni, fotografa un’opinione pubblica sostanzialmente divisa, mentre la Difesa torna al centro dell’agenda europea. La rilevazione precede gli sviluppi interni e internazionali del 2026 (referendum sulla giustizia, Guerra in Medio Oriente tra USA e Iran, tensioni tra il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il Presidente americano Donald Trump, ascesa di Futuro Nazionale), cautela necessaria nel trasferirne i risultati allo scenario attuale.
La distanza tra priorità strategiche e preoccupazioni dei cittadini emerge dalla percezione delle minacce. Il cambiamento climatico e i disastri ambientali occupano il primo posto (37,5%), davanti all’immigrazione irregolare (32,5%). La competizione tra grandi potenze si ferma al 24,5% e l’aggressività russa al 19,8%. Tuttavia, quest’ultimo dato non equivale a una sottovalutazione del rischio: il 50,5% degli intervistati, infatti, considera probabile un attacco russo contro un Paese alleato dell’Italia. La gerarchia delle urgenze varia con l’età e l’orientamento politico: il clima prevale fra i giovani e a sinistra, l’immigrazione tra gli elettori di destra e nelle fasce più anziane.
Anche le strategie auspicate per affrontare tali priorità riflettono orientamenti diversi. Il 27,8% privilegia la tutela autonoma degli interessi italiani, il 24,3% il rafforzamento della Difesa europea; la NATO raccoglie il 9%, le Nazioni Unite l’11,1% e la cooperazione bilaterale con gli Stati Uniti il 5,5%. Il tradizionale orientamento multilaterale non appare dunque prevalente, anche se non emerge un’alternativa maggioritaria. Quanto alla forza, il 51,2% ritiene giustificato il suo ricorso contro il terrorismo, il 27,4% in relazione all’immigrazione irregolare e il 25,7% di fronte all’aggressività russa. Il 22,7% non lo considera mai legittimo, confermando la diffusa immagine degli “Italiani pacifisti”. Da questa importante fetta di elettorato deriva proprio la riluttanza da parte di qualsiasi forza politica a impiegare le Forze Armate.
È sul terreno delle risorse che affiorano le maggiori difficoltà per il rafforzamento militare: infatti, soltanto il 28,2% vorrebbe aumentare la spesa per la Difesa, contro il 33,9% favorevole a ridurla e il 25,7% orientato a mantenerla invariata. Le modalità di finanziamento dei nuovi investimenti incontrano poi resistenze ancora più marcate: il 45,3% non sceglie nessuno dei meccanismi proposti, mentre il 24,6% indica il ricorso al debito pubblico o a prestiti europei, evidenziando dunque la preferenza per strumenti di rinvio o condivisione dei costi . D’altronde, appena l’8,4% del campione intervistato accetterebbe tagli o riallocazioni da altri capitoli di spesa e solo il 5,7% un aumento delle imposte. Anche il piano europeo READINESS 2030 incontra più opposizione (44,6%) che sostegno (28%).
Le preferenze cambiano secondo le minacce percepite. Tra quanti indicano l’aggressività russa come prioritaria, il 41,2% sostiene maggiori stanziamenti, contro il 24,9% degli altri. Se nuove risorse fossero disponibili, gli intervistati preferirebbero destinarle all’intervento nelle calamità naturali (27,5%) o a supporto delle Forze di Polizia (24,1%), piuttosto che all’acquisto di mezzi e sistemi d’arma (22,5%), all’addestramento (21,9%) o al personale (21,5%). Emerge quindi una concezione delle Forze Armate legata soprattutto alla sicurezza interna.
La distinzione risulta evidente anche dal giudizio sull’istituzione militare e sulle sue capacità difensive di fronte a una minaccia militare esterna. Il 67,5% nutre molta o abbastanza fiducia nelle Forze Armate, ma soltanto il 35,2% le giudica in grado di difendere l’Italia da minacce esterne, contro il 44,6% che esprime una valutazione negativa. In linea generale, quindi, prevale una visione pessimista.
Quanto alle missioni delle Forze Armate, l’82,2% approva l’impiego in caso di calamità naturali e il 67% come supporto alle Forze di Polizia. A tale proposito, emblematico è il caso di STRADE SICURE: il 25,9% vorrebbe mantenerla alle dimensioni attuali, mentre addirittura il 51,8% del campione vorrebbe potenziarla. Le attività di difesa e deterrenza a tutela dell’Italia o di un alleato raccolgono invece il 61,3%, mentre il peacekeeping all’estero rappresenta l’unico caso che non raggiunge la maggioranza assoluta e si ferma al 45,8%. Il sostegno diminuisce quindi passando dalle funzioni interne e immediatamente visibili alle missioni internazionali e più propriamente militari.
Il rapporto con la dimensione militare appare più problematico quando si passa dal sostegno astratto alla disponibilità personale di difendere l’Italia: in caso di attacco da parte di un Paese terzo, soltanto il 31% si dichiara disposto a combattere, contro il 52,6%. Anche il ritorno del servizio militare obbligatoria divide il campione: 45,2% favorevoli e 46,8% contrari. La frattura è soprattutto generazionale: tra i 18-24enni, i potenzialmente favorevoli sono appena il 22,1%, mentre il consenso sale al 56,9% tra i 45-54enni. Il sostegno alla leva è dunque molto più elevato tra le generazioni che difficilmente sarebbero direttamente interessate dall'obbligo, mentre è nettamente minoritario proprio tra i giovani che potrebbero essere coinvolti. Un divario che pone interrogativi sulla possibilità di ampliare organici e riserve.
L’indagine non descrive un’opinione pubblica uniformemente ostile alla Difesa, ma rivela una società fortemente eterogenea che attribuisce allo strumento militare funzioni differenti. La fiducia nelle Forze Armate convive con il dubbio sulle loro capacità difensive in caso di un attacco esterno, la richiesta di protezione con la riluttanza a finanziare il riarmo e ad assumere rischi personali. Per i decisori politici, la sfida non consiste soltanto nello stanziare risorse, ma soprattutto nella capacità di costruire consenso sulle finalità dello strumento militare, chiamato a rispondere sia alla sicurezza interna sia agli impegni internazionali di deterrenza e difesa collettiva.
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