Sull'onda - diciamolo: anche un po' emotiva - degli eventi che accadono tutti i giorni in Ucraina, si sta diffondendo l'idea che il carro armato, l'MBT (Main Battle Tank) per usare la terminologia anglosassone, non serva più a niente, o quasi.
In un campo di battaglia dominato dai droni a basso costo, in cui i movimenti corazzati/meccanizzati sul terreno vengono immediatamente scoperti, tracciati e poi neutralizzati tramite una convergenza di effetti su di essi, l'MBT sembra perdere la sua centralità, mantenuta dalla Seconda Guerra Mondiale in poi, per essere relegato a ruoli secondari o, peggio, "parcheggiato" nelle retrovie. Ma è veramente così?
Innanzitutto una premessa: il teatro ucraino ha una sua specificità, che non è detto si possa ritrovare anche in altri teatri, caratterizzata dalla sostanziale assenza del Potere Aereo, per come lo si intende nel "way of war" e nella dottrina occidentale (leggi americana), come modellatore del campo di battaglia. In sostanza, né i Russi, né tanto meno gli Ucraini, avevano, e hanno, una vera dottrina del Potere Aereo e capacità paragonabili a quelle americane/NATO, e questo ha di fatto creato un rilevante gap nelle operazioni ad armi combinate classiche. Il fallimento delle offensive russe su Kiev nel 2022 e della famosa controffensiva ucraina dell'estate 2023 lo hanno ampiamente dimostrato.
Detto ciò, l'MBT è ancora la sola piattaforma terrestre in grado di garantire mobilità su tutti i terreni, protezione e potenza di fuoco, e grazie alla quale poter sviluppare azioni in profondità, garantire copertura e supporto di fuoco alla fanteria, non solo in contesti urbani e "ristretti", ma anche puntellare i capisaldi di difesa. Insomma, l'MBT è un sistema polivalente ed è su questa polivalenza che si deve lavorare per cambiarne la concezione e la filosofia con le quali viene concepito. È sbagliato dire che l'MBT non serve più: va fatto "solo" evolvere come piattaforma.
Dunque, oggi il carro armato deve diventare una piattaforma terrestre da combattimento multiruolo, pienamente connessa nel sistema dei sistemi e nella bolla tattica multidominio, in grado di gestire droni terrestri e droni aerei, dotato di lanciatore per loitering munition e di una bocca da fuoco capace di sparare a grande distanza (a tal proposito, veramente azzeccato lo sviluppo da parte di Leonardo del proietto VULCANO da 120 mm). Una piattaforma la cui protezione è la risultante di sistemi passivi e sistemi attivi – questi ultimi in grado di neutralizzare la sempre più letale minaccia del drone – ma anche della superiore situational awareness e della capacità di scoprire prima e di neutralizzare preventivamente le potenziali fonti di offesa. Un aspetto, quest'ultimo, fondamentale, dal quale dipende la riduzione dei pesi e, in ultima analisi, la riduzione degli oneri logistici e di ciclo vita.
A livello tattico, questa nuova piattaforma polivalente sarà impiegata per dare supporto ad una manovra e a dispositivi sempre più diradati, operando non più a massa, ma in plotoni "misti", composti da una coppia di MBT, scortata da una coppia di droni terrestri gregari, ciascuno con compiti che vanno dall'antidrone all'ISR, passando per il supporto di fuoco, e protetta dal cielo da droni aerei sub-tattici. Poi, quando si creano le condizioni sul terreno, ovvero finestre temporali nelle quali l’intensità del ciclo ricognizione-attacco avversario si riduce, i plotoni devono poter raggrupparsi e operare in formazioni più ampie per sviluppare l'iniziativa in profondità, secondo la logica delle operazioni ad armi combinate.
L'MBT, in definitiva, non è morto, va ripensato, così come la sua dottrina d’impiego. Ma ne parleremo più in dettaglio sui prossimi numeri di RID.
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(Immagine modificata dall'Intelligenza Artificiale)






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