Siamo ormai giunti alla 12a notte consecutiva di raid americani sull'Iran, ma Teheran non sembra accusare il colpo, e anzi ha allargato ancora la lista di bersagli e affinato ulteriormente la precisione degli attacchi.
Gli Stati Uniti, nel mentre, stanno rafforzando il dispositivo militare nella regione e sembrano prepararsi per una nuova fase a maggiore intensità.
I raid americani si concentrano principalmente su 3 direttrici. La prima è un asse diagonale che scende da nord-ovest verso sud: dall'Iran nord-occidentale (Tabriz, Kangavar, Kabudarahang, Kondab) alla fascia del Khuzestan (Dezful, Azadegan, Ahvaz, Mahshahr), fino alla costa settentrionale del Golfo (isola di Kharg, Bushehr) e a Shiraz, nell'entroterra. La seconda interessa il nord del Paese: Aqqala, Parchin e la "cintura" di Teheran. La terza si concentra sullo Stretto di Hormuz e sulla provincia dell'Hormozgan: Bandar Abbas, Bandar Khamir, le isole di Qeshm, Larak e Hormuz, Jask, Minab, Sirik. Il 21 luglio, inoltre, gli Stati Uniti sono tornati a bombardare in Iran utilizzando i bombardieri B-1B schierati a RAF Fairford (ultima missione il 7 aprile), in Regno Unito: nel dettaglio, 1 B-1 ha effettuato una missione di strike con munizionamento stand-off.
Per quanto riguarda gli attacchi iraniani, oltre agli obiettivi già colpiti in precedenza, è stata attaccata per la prima volta dalla ripresa delle ostilità anche l'Arabia Saudita (base di Prince Sultan). I più colpiti rimangono però il Kuwait e, soprattutto, la Giordania.
Qui sono state colpite la base di Muwaffaq Salti, con danni ad hangar (2 hangar per droni MQ-9A REAPER distrutti e 1 danneggiato, 2 hangar per caccia distrutti e 2 danneggiati) e all'area alloggi, la base di King Faisal (distrutti 1 hangar e 1 edificio nell'area alloggi), e quella di Prince Hassan (danneggiato hangar elicotteri). È stato inoltre attaccato l'aeroporto di Aqaba, che ospita velivoli da pattugliamento marittimo P-8 e cargo C-130, dove non è chiaro se ci siano stati impatti. Al confine tra Siria e Giordania è stata invece colpita la base Tower 22 (dove è schierato il contingente precedentemente dislocato ad Al Tanf), con gravi danni all'area alloggi. In Kuwait sono stati colpiti Camp Arifjan e Camp Buehring, la base di Ali Al Salem, e quella di Ahmad Al Jaber, dove è stato distrutto 1 radar a lungo raggio AN/FPS-117. In Bahrein colpiti la base di Sheikh Isa (con droni ARASH lanciati dall'Artesh) e il Quartier Generale della 5a Flotta (quello che ne rimane...). Infine, in Iraq, presso la base di Erbil, è stato distrutto 1 hangar a tendone.
Dall'analisi delle immagini satellitari e dei video degli attacchi (alcuni dei quali pubblicati direttamente da militari statunitensi di stanza presso le basi colpite) colpisce l'estrema precisione dei raid iraniani e la facilità con cui pochi missili riescono a "bucare" lo scudo antiaereo americano, come già avevamo sottolineato la settimana scorsa. Negli attacchi degli ultimi giorni, l'Iran sembra concentrarsi in particolare sulle aree alloggi delle basi e sugli hangar di droni e caccia, nel tentativo di rendere insostenibile il costo della presenza americana nel teatro mediorientale.
Tale strategia sta in parte dando i suoi frutti, con Washington che ha rimodulato il dispositivo in teatro spostando aerocisterne ed elicotteri (e sembrerebbe anche qualche caccia) dalle basi più esposte verso luoghi ritenuti più sicuri. Al-Udeid è stata praticamente svuotata, passando da una ventina di aerocisterne a zero nell'ultima settimana. I KC-135 e KC-46 impiegati nel teatro mediorientale (circa 90, di cui 14 KC-46) operano ora dalle basi israeliane di Ramon (dove ne sono schierate 24, parte delle quali "evacuata" da Al Udeid) e, verosimilmente, Ovda, oltre che da Prince Sultan (Arabia Saudita), dove staziona anche una componente E-3 AWACS, dall'aeroporto di Aqaba (Giordania) e dalla base emiratina di al-Dhafra. Alcuni tanker sono anche decollati nuovamente dall'aeroporto Ben Gurion di Tel Aviv, ma non è chiaro se si trattasse di missioni operative o di rischieramento. Sono inoltre presenti una quarantina di aerocisterne dislocate sulle basi europee di Chania (Grecia) e NAS di Sigonella (Italia), e sugli aeroporti di Mihail Kogalniceanu (Romania) e Sofia (Bulgaria). Negli ultimi giorni si sono registrati diversi movimenti di voli cargo C-17 da Stati Uniti ed Europa verso l'area di operazioni, in particolare sulle basi in Giordania.
Sono inoltre arrivati in teatro 5 KC-135, 2 EA-37B COMPASS CALL, 1 E-11A BACN, 6 F-16 rischierati da Aviano a Prince Sultan, e, sembrerebbe, anche 6 A-10 addizionali in Giordania.
L'unica base "di prossimità" dove sembra sia rimasta una componente di prima linea è la base emiratina di al-Dhafra, dove restano schierati F/A-18 e F-35, verosimilmente 1 squadron per tipo.
Infine, vale la pena segnalare come i grandi droni da ISR MQ-4C Triton, dopo un'interruzione di una settimana (tra il 13 e il 20 luglio), abbiano ripreso a volare, ma da Sigonella, non più da basi in teatro.
Il conflitto resta sotto la soglia della guerra aperta, ma il margine si assottiglia. Lo svuotamento delle basi più esposte, il flusso crescente di C-17 verso il teatro, la concentrazione delle aerocisterne sui pochi sedimi ancora ritenuti sicuri, il ritorno dei B-1 e l'arrivo di assetti per la guerra elettronica e il C2 aeroportato delineano una postura pensata per operazioni a maggiore intensità rispetto alla fase attuale. Si tratta infatti di una sequenza di movimenti che ricorda in parte quella osservata alla vigilia dell'operazione EPIC FURY.
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