RIVISTA ITALIANA DIFESA
Iran, credibilità, reputazione e guerra 25/05/2026 | Pietro Batacchi

Quando sembrava che Americani e Iraniani avessero trovato un accordo – che rimandava la questione più importante, quella del nucleare, e non affrontava l’altra, quella dei missili – tutto sembra essere tornato in ballo.

Un "tira e molla" snervate, un balletto che vede i 2 protagonisti affrontarsi nella sfera cognitiva, in cui le parole significano percezioni, e le percezioni segnano il confine labile tra vittoria e sconfitta. Sì, perché la vera questione non è più il nucleare o i missili, ma chi davvero può essere percepito come vittorioso.

L’Iran ha tenuto botta e ha retto al rullo compressore israelo-americano, ha giocato al meglio la carta di Hormuz e messo sul piatto la sua “robustezza” strategica. Gli USA hanno distrutto buona parte del potere industrial-militare che, negli ultimi 25 anni, Teheran aveva costruito, ma non ne hanno ottenuto la resa: il regime è rimasto in piedi e oggi è lo stesso regime ad essere al tavolo della trattativa ponendo condizioni, avvicinandosi e scappando, forte della sua resilienza.

Chi pensava che bastassero 50 giorni di attacchi aerei e missilistici per far cedere Teheran, ha sbagliato. L’Iran non è una Repubblica delle banane. E poi, Israele, che nella sfida ha messo tutta la sua superiorità tecnologica e militare, e la sua “creatività”, ma che di fronte ad un Paese grande e grosso come l’Iran ha mostrato i suoi limiti strutturali: di risorse umane, di profondità strategica, di “quantità”, ecc. Per Tel Aviv, tutte le grandi questioni restano irrisolte. Il nucleare, i missili e un regime ancora in piedi e profondamente ostile, mentre in Libano Hezbollah ha clamorosamente rialzato la testa.

Insomma, questa crisi sembra non voler finire mai, arrovellata su questioni apparentemente irrisolvibili, in cui la posta in gioco non è il risultato tangibile, ma quello molto più sfuggente che riguarda credibilità e reputazione.

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