La guerra in Iran è giunta ad un momento di svolta. Oggi scade l'ultimatum, uno dei tanti, del Presidente Trump, che ha minacciato Teheran di distruzione nel caso non si arrivi ad un accordo.
In pratica, l'Iran dovrebbe accettare una resa sostanziale e riaprire Hormuz, in cambio della fine (temporanea) degli attacchi e di una vaga promessa di alleggerimento delle sanzioni. Il problema è che l'Iran non si fida di Trump e sul campo sta, nonostante tutto, tenendo botta al rullo compressore israelo-americano. Per questo, vorrebbe la fine permanente della guerra, garanzie certe di non essere più attaccato e soldi per pagarsi la ricostruzione. Posizioni distanti, insomma.
In questi 40 giorni di guerra, Americani e Israeliani hanno colpito principalmente l'infrastruttura militare e securitaria del regime, e il tessuto industriale direttamente o indirettamente collegato alla produzione bellica, lasciando sostanzialmente intatta l'infrastruttura industriale legata agli idrocarburi e all'energia. Gli Israeliani da giorni premono per colpirla e c'è il rischio concreto che se l'ultimatum dovesse scadere, Washington si decida a giocare questa carta; carta che potrebbe essere accompagnata da una serie di raid a terra su obbiettivi selezionati: le isole nello Stretto di Hormuz e l'isola di Kharg, aree costiere e portuali (Bandar Abbas) e, più in profondità in terriotorio iraniano, le città missilistiche. Un'escalation che, però, potrebbe aumentare ancor di più il conto già salato di questa guerra.
Gli Iraniani, dal canto loro, hanno puntato tutto su orografia e profondità strategica, e ridondanza dell'infrastruttura militare, cosa che ha consentito a Teheran di mantenere una capacità di attrito a bassa intensità con la quale tenere sotto pressione Israele e colpire le infrastrutture strategiche nei Paesi arabi vicini: non ultimo, stanotte è stato attaccato il complesso petrolchimico della SABIC nella città industriale di Al Jubail, in Arabia Saudita. L'Iran ha evidentemente puntato sull'aumento del costo complessivo della guerra, per condizionare in ultima analisi il processo decisionale americano, fidando allo stesso tempo sulla propria capacità di mantenere saldo il fronte interno.
Adesso, però, siamo come si diceva ad un punto di svolta, in un pericoloso gioco a somma zero rispetto al quale i margini per un compromesso sono veramente ristretti.
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