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RID - Rivista Italiana Difesa 14-11-2015 Parigi di nuovo sotto attacco data: a cura di:

Dopo gli attacchi terroristici dello scorso gennaio contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo ed un supermarket ebraico, Parigi torna nel mirino del terrore. E questa volta, però, le dimensioni ed il bilancio sono ben maggiori di quelli di inizio anno. Si parla di 126 vittime e decine e decine di feriti, più 8 terroristi morti. Non è chiaro, però, se tutti i gruppi di fuoco siano stati effettivamente eliminati oppure se qualcuno degli appartenenti sia riuscito a mettersi in fuga. Dalle prime ricostruzioni sembra essersi trattato di un attacco complesso e di vasta entità che ha colpito in maniera simultanea il teatro Bataclan, un ristorante cambogiano e almeno tre bar e locali nel centro di Parigi, X e XI arondissment, e l'area periferica di Saint Denis adiacente lo stade de France, dove era in corso l'amichevole Francia Germania alla quale assisteva il Presidente Hollande che è stato fatto immediatamente evacuare. Il bilancio più pesante si è registrato al teatro Bataclan, dove un commando di 4 terroristi ha sparato sulla gente – in quel momento nel teatro c'erano 1.500 persone che assistevano ad un concerto – prendendo decine di ostaggi che, ad un certo punto, hanno iniziato ad essere giustiziati uno a uno a sangue freddo. Il blitz delle teste di cuoio della Polizia ha portato all'uccisione di un terrorista, mentre gli altri 3 si sono fatti esplodere. Tutti e 4, infatti, indossavano corpetti esplosivi. Gli altri obbiettivi sembra che siano stati attaccati da terroristi che sparavano con fucili d'assalto AK-47 a bordo di auto in corsa, ma la dinamica non è ancora chiara. Almeno altri 2 kamikaze si sono, invece, fatti esplodere in bar adiacenti allo Stade de France dove in un fast food vicino sarebbe esplosa anche una bomba. Sulla matrice dell'attacco non c'è ancora certezza, ma sembra chiara la mano di ISIS visto che su alcuni account di Twitter di simpatizzanti e appartenenti al gruppo già stanotte si festeggiava con l'hashtag #Parigiinfiamme. Testimoni della strage del Bataclan hanno parlato di terroristi che si scagliavano contro Hollande e la Francia per gli attacchi contro ISIS in Siria ed Iraq. Del resto, solo domenica scorsa caccia francesi avevano bombardato centri petroliferi controllati dall'ISIS nell'area di Deir Ezzor in Siria ed all'azione era stato grande risalto pure con un annuncio televisivo da parte dello stesso Presidente Hollande. E ricordiamo che la vendita illegale di petrolio è una delle principali fonti di finanziamento del cosiddetto Califfato. Nella stessa giornata di ieri, poi, un drone americano avrebbe ucciso, ancora la certezza definitiva non c'è, Mohammed Emwazi, alias Jihadi John, il boia dell'ISIS responsabile della decapitazione di alcuni giornalisti e ostaggi occidentali in mano al gruppo. Probabilmente gli episodi non sono legati, certo è che l'esposizione della Francia nella lotta allo Stato Islamico la mette sempre più nel mirino. E non dimentichiamo che Parigi è pure impegnata nell'operazione Berkhane in Mali e nel Sahel per il contrasto dei gruppi qaedisti attivi nell'area. A prescindere dalle motivazioni dell'attacco, la cosa che più inquieta è la sua dinamica e la complessità. Ancora una volta, come nel caso degli attacchi di gennaio scorso, hanno colpito uomini freddi, determinati e militarmente preparati, armati con fucili di assalto, ma questo volta gli obbiettivi sono stati ancor più numerosi ed il livello di coordinamento maggiore, in più sono comparse anche le cinture esplosive. Un salto di qualità notevole. Nel complesso sembra trattarsi di un'azione di vaste proporzioni, ben pianificata e condotta da più gruppi di fuoco, che denota un'organizzazione di un certo tipo che ha a disposizione una rete di supporto logistica e di contatti strutturata, formata da simpatizzanti, persone autoradicalizzate, ma anche da chi è rientrato dai fronti dello jihad, e che ha accesso ad armi di diverso tipo ed esplosivi provenienti dal mercato nero attraverso canali che si dipanano soprattutto attraverso la Libia, ma anche attraverso i Balcani. La comparsa delle cinture esplosive è la testimonianza più chiara della presenza di un'organizzazione logistica e della disponibilità di appartamenti e rifugi sicuri dove poter assemblare e preparare gli ordigni. Gli stessi membri dei commando, come del resto accaduto per gli attacchi contro Charlie Hebdo, potrebbero essere persone che hanno combattuto in Siria o in Iraq, o su uno dei tanti fronti dello Jihad, che hanno fatto rientro poi in Europa. Cittadini europei, ma anche non europei islamici residenti in Europa. Solo in Francia potrebbero essere anche più di 1.000 se guardiamo agli ultimi 2-3 anni. Un flusso che le misure prese dopo gli attacchi di gennaio sembra non poter completamente ostacolare. Anche perché due attacchi del genere in pochi mesi significa che nell'area metropolitana di Parigi esiste un network ed un radicamento di cellule terroristiche che le autorità francesi non sono state capaci di infiltrare e, dunque, di controllare e smantellare. Compiti che spettano ai servizi di sicurezza che, però, evidentemente devono fare i conti con la realtà, ovvero con il fatto che alcune aree della cintura parigina sono ormai praticamente fuori controllo e costituiscono veri e propri santuari in cui cellule terroristiche possono tranquillamente radicarsi, prepararsi e poi colpire. Questo è un altro grave problema. Fare prevenzione su numeri troppo grandi, nell'ambito di comunità estremamente numerose, radicate e chiuse diventa complicato, per non dire impossibile. La stessa decisione del Presidente Hollande di dichiarare lo stato di emergenza, una misura senza precedenti, e ristabilire i controlli alle frontiere, sospendendo di fatto Schengen, dimostra l'impotenza delle autorità francesi e la gravità di un pericolo che non può dirsi ancora scongiurato.


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