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RID - Rivista Italiana Difesa 02-11-2015 Italia e Libia. Sale la tensione data: a cura di:

Per il momento, a fare le spese della nuova tensione tra Roma e il Governo libico di Tobruk, internazionalmente riconosciuto, ma poco propenso a limitare agli avversari di ISIL o di Tripoli la propria retorica nazionalista, sono state le tombe del cimitero italiano di Tripoli, nuovamente danneggiate. Ieri tuttavia, le denuncia da parte delle autorità di Tobruk, relativa al presunto sconfinamento di 3 navi da guerra italiane impegnate nell’Operazione EUNAVFORMED (innestatasi sulla MARE SICURO varata 6 mesi fa), e seccamente negato dal ministero della Difesa italiano in una nota dai toni inequivocabili, ha riacceso l’attenzione sulle regole d’ingaggio e sui rischi della missione navale internazionale al largo delle coste libiche. Se il dispiegamento di navi sofisticate (nel dispositivo italiano ci sono la fiammante fregata FASAN tipo FREMM, nave di bandiera del Contrammiraglio Paolo Pezzutti, e il caccia DURAND DE LA PENNE) funge da deterrente verso possibili attacchi asimmetrici, più probabili quando le operazioni venivano svolte dalle unità della Guardia Costiera, dall’altra si trasforma in un bersaglio per le fazioni che spaccano la Libia: divise su tutto, tranne che nella gara a chi alza di più la voce contro presunte ingerenze esterne (salvo poi richiederle a proprio vantaggio). La nota emessa dal Governo di Tobruk, che dopo aver ribadito l’intenzione di usare “tutti i mezzi a propria disposizione” per difendere la sovranità delle acque territoriali (e non va dimenticato che negli anni ’70 e ’80 Gheddafi non aveva esitato a sostenere con azioni militari le non riconosciute rivendicazioni libiche sull’intero golfo della Sirte), ha affermato di aver fatto alzare in volo i propri aerei per “monitorare l’attività delle navi italiane”, provoca sconcerto. Né va dimenticato che qualche giorno prima del presunto incidente i team di abbordaggio imbarcati su FASAN e DURAND DE LA PENNE avevano bloccato e catturato, con un blitz da manuale, un peschereccio che trainava un barcone, catturando 14 scafisti di nazionalità egiziana. Come ha dichiarato il Contrammiraglio Pezzutti, negli ultimi 2 mesi le navi italiane hanno individuato uno spostamento dell’asse di provenienza del flusso migratorio via mare verso l’Egitto, impegnato nel supporto al Governo di Tobruk. Né va dimenticato che sono ancora in corso le trattative per la formazione di un governo di unità nazionale, che il Parlamento di Tobruk (e pure quello di Tripoli) deve ancora sanzionare. “Creare” l’incidente e rilanciare una linea nazionalista potrebbe quindi solo essere una carta da giocare per alzare la posta politica in gioco. A maggio, navi e aerei del Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte di Tobruk, avevano già colpito una petroliera e un mercantile (quest’ultimo battente bandiera turca) per ribadire il controllo delle acque territoriali. E nel 1973 i MIRAGE di Gheddafi avevano mitragliato la corvetta italiana DE CRISTOFARO, anche all’epoca denunciando uno sconfinamento mai avvenuto. Le unità agli ordini dell’Ammiraglio Pezzutti sono però in grado di far fronte a eventuali minacce aeree finite fuori controllo. Tobruk al momento controlla solo un pugno di jet, tra MiG-21 e MiG-23, Su-22 e Su-24, MIRAGE F.1 e L-39: una dozzina, anche se c’è incertezza sia sul loro numero, sia sulla loro reale efficienza. Ogni tanto compare un video che li mostra impegnati in raid, ma il grosso delle operazioni aeree contro la “sezione libica” dell’ISIL in questi mesi è stato effettuato dalle forze aeree egiziane ed emiratine. Dall’altra parte, la nuovissima FASAN e il DURAND DE LA PENNE (più datato, ma reduce da un recente ammodernamento che ne ha potenziato le capacità di sorveglianza radar) imbarcano una panoplia di armi antiaeree e sensori decisamente più sofisticata di quella che caratterizzava la vecchia DE CRISTOFARO, e sono in grado di monitorare da grande distanza eventuali attività aeree o navali ostili ed, eventualmente, di abbattere un aereo. Ma il presunto incidente di ieri dimostra che, nel complicato scenario libico, occorre muoversi coi piedi di piombo, e i nervi saldi.

 


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