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RID - Rivista Italiana Difesa 10-09-2015 Siria: la partita decisiva? data: a cura di:

Durante i mesi estivi è proseguito il trend, iniziato la scorsa primavera, che ha visto un progressivo arretramento delle forze leali al regime Assad, con conseguenti perdite di terreno sia nei confronti di ISIL/Daesh, in particolare nel settore centr-settentrionale del Paese, che va da Homs a Deir Ezzor, passando per Palmyra, sia, soprattutto, a favore delle altre forze ribelli nell’area nordoccidentale della Siria, nello specifico nella zona di Idlib e della pianura di Ghab. Le difficoltà di Assad derivano non soltanto da una forte carenza di uomini, dovuta sia alle perdite subite in battaglia (in molti casi anche di ufficiali di grado elevato), sia ad un tasso di diserzioni che è cresciuto notevolmente negli ultimi mesi, ma anche a dissidi sempre più evidenti tra le forze lealiste. I numeri sono chiari: all’inizio del conflitto l’Esercito Siriano e le milizie pro-Assad costituivano una forza di 330.000 uomini; oggi sono ridotte a poco più della metà (180.000). La marcata diminuzione nei numeri delle truppe fedeli ad Assad ha avuto la conseguenza, come si diceva, di una considerevole perdita di territorio. Dallo scorso gennaio, infatti, il regime ha ceduto il 20% del Paese. I territori persi sono finiti sotto il controllo di Daesh e delle altre milizie ribelli, a cominciare da quelle, non meno estremiste, riunite nel cosiddetto Esercito della Conquista (Jaish al-Fateh), un’alleanza di fazioni che includono formazioni riconducibili al Free Syrian Army di area Fratellanza Musulmana, gruppi radicali salafiti come Ahrar al-Sham ed i qaedisti di Jabhat al-Nusra, gruppo che, di fatto, guida l’alleanza. Tale coalizione è stata creata negli scorsi mesi grazie ad un accordo “promosso” da Arabia Saudita, Qatar e Turchia, storici patroni delle milizie islamiche siriane, che avrebbero accantonato i propri dissidi, concentrandosi sulle preoccupazioni condivise, rappresentate dal progressivo coinvolgimento dell’Iran nel conflitto siriano e dal possibile conseguente espansionismo iraniano nella regione, e dalla minaccia del “Califfato” (inaccettabile soprattutto per i Saud che non tollerano che altri si proclamino califfi...). Come si diceva, dalla fine dello scorso marzo gran parte della regione di Idlib è controllata da Jaish al-Fateh, incluse le sue principali città: la stessa Idlib, Ariha, Furaykah e Jish Ash-Sughur. Dall’inizio di agosto, inoltre, le forze anti-regime hanno preso possesso non solo della centrale elettrica di Zeyzoun, che fornisce elettricità all’intera pianura di Ghab e alla città di Jisr Ash Shughur, ma anche di Qarqour, della base aerea di Abu Zuhour (dove sono stati catturati alcuni MiG-23 non si sa, però, se in condizioni operative) e di diversi villaggi a sud di Jish Ash-Shughur, (Al-Suwaghiyah, Khirbat al-Naqus, Tal Awar e Tal Hamki), tutti situati ai margini settentrionali della strategica pianura di Ghab, ubicata a nord di Hama e ad est di Latakia. Quest'ultima rappresenta la vera e propria roccaforte del regime di Damasco ed è dotata di un porto che viene regolarmente utilizzato (assieme a quello di Tartus) come hub per i rifornimenti di armi che Iran e Russia inviano ad Assad. Fino alla settimana scorsa, Latakia era rimasta immune ai combattimenti; ciononostante, la guerra si sta rapidamente avvicinando e ormai imperversa a meno di 80 chilometri dalla città. Le prime avvisaglie si sono avute a metà agosto, quando una serie di razzi ha colpito il centro di Latakia; inoltre, lo scorso 2 settembre è esplosa un’autobomba che ha causato 10 morti e 26 feriti, mentre nei giorni precedenti erano stati scoperti in città altri 2 veicoli carichi di esplosivo. A ciò si aggiungono gli attacchi contro alcune postazioni delle forze regolari a Camp Younis, sulle montagne a circa 60 chilometri ad est di Latakia. Le già citate difficoltà mostrate dal regime Assad in varie zone del Paese iniziano a comparire anche nella capitale Damasco, in particolare nelle aree di Daraya, Duma, e Harasta, e nei quartieri di Ein Tarma, Ghouta e Jobar dove nelle ultime settimane le forze regolari hanno effettuato diversi bombardamenti per respingere un'offensiva da parte delle forze ribelli, mai definitivamente sconfitte in tali zone, partita con la conquista da parte di queste ultime della base della 39ª Brigata a Maydaa. Il quadro descritto rende la dipendenza del regime siriano dall’aiuto dei (pochi) alleati ancor più irrinunciabile. L’Iran continua a sostenere militarmente Assad tramite l’invio non solo di diverse centinaia di Pasdaran (molti dei quali ufficiali di grado elevato, presenti soprattutto a Damasco e nel Golan), ma anche di alcune migliaia di combattenti sciiti provenienti, non soltanto dall’Iran, ma anche da Iraq, Libano, Afghanistan e Pakistan. E se l’Iran, insieme ad Hezbollah, continua ad essere fondamentale per il supporto operativo e l’addestramento delle milizie lealiste (in particolare la National Defense Force), la Russia resta imprescindibile per la fornitura di armi ed equipaggiamenti. Nelle ultime settimane, infatti, Mosca ha incrementato sensibilmente tali forniture, trasferendo al regime nuovi armamenti, alcuni dei quali ad elevato contenuto tecnologico. Si parla di 6 caccia intercettori MiG-31, inviati alla base di Mezzeh (Damasco), ma da diversi giorni circola anche la voce di forniture di caccia Su-27, Su-34 e UAV PCHELA 1T. Conferme non ci sono, né ci sono video che testimonino in maniera inequivocabile la presenza di tali velivoli in Siria. E' possibile, però, che i Russi abbiano in tutta fretta consegnato 14 MiG-29 SMT ottimizzati anche per le operazioni di attacco al suolo e ordinati in passato da Damasco. Di sicuro, i Russi stanno dispiegando nel Paese una forza “expeditionary” costituita da personale tecnico, addetti alla logistica, strutture prefabbricate per l’accoglienza di almeno 1.000 soldati e una nuova stazione per il controllo del traffico aereo nella base aerea di Jableh, situata a 25 chilometri a sud di Latakia, dove sarebbero partiti anche i lavori per allargare una delle 2 piste. L'obbiettivo di Mosca sarebbe quello di creare a Jebleh una sorta di base avanzata dove rischierare eventualmente anche unità paracadutiste e di fanteria di Marina, le cui prime avanguardie potrebbero aver già raggiunto il sito, per sigillare le roccaforti alawite del regime e respingere l'avanzata dei ribelli provenienti dall'area di Idlib. Un secondo hub, dopo quello di Mezzeh a Damasco, per puntellare ancor di più il regime. Tra l'altro Mosca ha chiesto a diverse Paesi della zona, anche europei, il diritto di sorvolo per i propri velivoli che già per tutto il mese di agosto hanno fatto la spola con la Siria, diretti soprattutto verso il grande hub di Mezzeh. Presumibilmente è qui che Mosca potrebbe aver rischierato i nuovi velivoli trasferiti ad Assad ed è che qui che i cargo dell'Aeronautica Russa avrebbero anche scaricato 1.000 sistemi controcarro KORNET-E. Al momento Grecia e Bulgaria hanno negato i diritti tanto che per continuare a far affluire aiuti ad Assad la Russia è stata costretta a ripiegare sulla rotta Iran-Iraq, più lunga e costosa. Al di là di questo, alle forze lealiste sono state trasferiti, tramite alcune navi da trasporto anfibio della 197° Brigata della Flotta del Mar Nero (tra cui la NIKOLAY FILCHENKOV), con un'attività di spola regolare sul porto di Tartus, circa 40 nuovi veicoli blindati 8x8 BTR-82A e 50 veicoli tattici 4x4 TIGER, ma in queste ore stanno affluendo altri mezzi. Non esistono conferme, invece, sull’invio di circa 20 elicotteri d’attacco Mi-28. A sottolineare la crescente influenza russa in Siria, ci sono anche centinaia di “avvistamenti” di ufficiali russi a Damasco, soprattutto nei quartieri vicini alla base aerea di Mezzeh (Saboura e Yafour) sede, peraltro, della 4ª Divisione Corazzata della Guardia Repubblicana. In realtà la presenza di ufficiali/advisors/istruttori/mercenari russi sul suolo siriano non è certo una novità, soprattutto dall’inizio del conflitto. Basterebbe citare il distaccamento di 280 membri delle Forze Speciali Zaslon dell'SVR, il servizio segreto esterno russo, che dal giugno 2013 sono presenti a Damasco con il compito della protezione di alti funzionari ed ufficiali russi. Oppure i 260 mercenari degli Slavonic Corps, presenti in Siria dalla fine del 2013, quando vennero inviati a protezione delle installazioni petrolifere di Assad insieme ad elementi dell'FSB (il servizio segreto interno). O, ancora, i documenti che testimoniano la presenza di advisor tecnici e istruttori militari embedded nell’Esercito regolare e nella Guardia Repubblicana. Questo contingente di tecnici, elementi dei servizi, del GRU (il servizio segreto militare) e di mercenari, negli ultimi mesi è stato presumibilmente rafforzato e ad oggi potrebbe comprendere quasi 3.000 unità. Va ricordato anche che i Russi dispongono da sempre di alcuni centri per la raccolta ELINT (Electronic Intelligence) sparsi in varie zone della Siria. Una di queste installazioni, nota come “Center S” e situata ad al-Harah (a pochi km dal Golan), venne abbandonata, alcuni mesi fa, in seguito ad un attacco delle forze ribelli del Fronte Sud che piegarono la resistenza del contingente siriano schierato a sua difesa, assieme ad elementi del 6° Direttorato del GRU, che si occupa della raccolta informativa anche per l’alleato siriano. In definitiva il reale obiettivo di Mosca, di fatto, resta quello di puntellare il regime Assad, vista la progressiva perdita di terreno nei confronti delle forze ribelli, aumentando, al contempo, il proprio coinvolgimento nella guerra a Daesh, dati gli scarsi risultati ottenuti dalla campagna aerea della coalizione guidata dagli Stati Uniti. Tuttavia, un elemento che non va trascurato è la possibilità che il Cremlino stia muovendo le proprie forze militari per garantirsi una posizione forte sul terreno a tutela dei propri interessi nel caso in cui il regime Assad crollasse o nel caso fosse necessario pilotare un'eventuale transizione.


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