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RID - Rivista Italiana Difesa 05-08-2015 Turchia: due guerre al prezzo di una data: a cura di:

Alla fine, Recep Tayyip Erdogan, il Presidente turco che ambisce ad essere una sorta di nuovo Sultano del XXI secolo, si è… accorto del “califfo nero” dell’ISIL. Ci sono voluti una serie di attentati in territorio turco, culminati nella strage di Suruc, dove il 21 luglio un kamikaze “teleguidato” dallo Stato Islamico ha provocato 32 morti e decine di feriti, per aprire gli occhi del governo di Ankara, che in questi anni si era baloccato con i fanatici radicali sunniti di Al Baghdadi per aprirsi uno spazio nella strategica regione a cavallo tra Siria e Iraq. Ma, ancora una volta, mentre il 24 luglio gli F-16 turchi si alzavano in volo equipaggiati con bombe di precisione, e carri armati e fanteria blindavano i confini, la decisione di Erdogan di scendere in guerra contro quella “creatura” che la stessa Turchia aveva contribuito a creare per indebolire il regime siriano e i curdi, è stata contrassegnata dall’ambiguità. Nel mirino dei FIGHTING FALCON conla Mezzaluna, punta di lancia dell’Aeronautica Turca (gli ultimi a essere realizzati su licenza nel 2008-2012 sono stati 30 F-16 Block 50+, standard cui vengono ammodernati altri 165 apparecchi della flotta, equipaggiati con armi di precisione comprendenti JDAM e JSOW), sono finite infatti anche le postazioni del PKK, dal 1984 inlotta con Ankara per l’indipendenza del Curdistan turco. Una svolta che giunge nonostante una tregua in atto dal 2013, volta a tentare di trovare una soluzione politica al problema dei curdi, rinfocolato dall’appoggio loro fornito da Damasco dopo l’inizio degli scontri frontalieri tra Turchia e Siria del 2012. Nelle prime 48 ore dell’intervento turco, in effetti, delle 31 incursioni aeree lanciate dalla Türk Hava Kuvvetleri, ben 22 sono state effettuate contro postazioni del PKK nei suoi santuari in Iraq, a fronte delle 9 che hanno colpito il “Califfato nero” entro i confini siriani, uccidendo a quanto pare 35 miliziani dell’ISIS. Anche l’artiglieria di Ankara, impiegando sia i cannoni dei carri schierati al confine, sia i moderni semoventi da155 mmFIRTINA, ha martellato equamente tanto i nuovi quanto i vecchi avversari di Erdogan, sospettato da più parti di essersi lanciato in un’ambigua prova di forza per puntellare il suo governo islamico-moderato, uscito traballante dalle elezioni di giugno. Un’ambiguità confermata dai blitz lanciati dalle forze di sicurezza interne contro fiancheggiatori e simpatizzanti di entrambe le organizzazioni, che però non cancella alcuni aspetti positivi legati all’entrata in guerra anche dei turchi, che controllano un esperto e poderoso apparato militare, contro l’ISIS. In primis, grazie alla concessione per l’impiego contro il Califfato dell’aeroporto militare di Incirlik: un passo importante, che mette a disposizione delle forze aeree americane e inglesi una base molto più vicina ai bersagli da colpire in Siria rispetto a quelle situate nel Golfo Persico. In secondo luogo, Ankara ha deciso di blindare un confine che sinora i miliziani dell’ISIL avevano potuto sfruttare grazie all’occhio – spesso due – chiuso dalle autorità turche quando si trattava di far passare uomini e armi per colpire i curdi impegnati a fianco del regime di Assad. Erdogan ha annunciato, infatti, la costruzione di una barriera di365 kmcon filo spinato, fossati e sistemi di controllo elettronico affiancati dalle pattuglie militari già dispiegate. Infine, è stata decisa la creazione di una “no fly zone” estesa per90 kme profonda 50 al confine conla Siria. Un atto che, però, desta parecchie perplessità, visto che ISIL non dispone di aviazione al contrario di Assad. Le forze aeree siriane, in effetti, hanno spesso fatto la differenza durante gli scontri con gli insorti appoggiati dalla Turchia, mentre non sono mancati, dal 2012, gli scontri aerei tra velivoli dei due paesi. Da sottolineare che oltre all’RF-4 abbattuto dai siriani 3 anni fa, nel febbraio 2015 altri 2 PHANTOM di Ankara sono andati perduti per collisione durante una ricognizione sul confine conla Siria, portando alla messa a terra dell’intera flotta.


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