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RID - Rivista Italiana Difesa 25-01-2017 Yemen: il Vietnam delle petro-monarchie data: a cura di:

A poco meno di 2 anni dall’intervento della coalizione a guida saudita nel conflitto in corso dal 2014 nello Yemen (e con un bilancio di 20.000 morti stimato per difetto), il tormentato Paese si sta trasformando da antica Arabia Felix in un Vietnam in salsa araba. Per la verità, la regione tanto “felix” non lo era più da tempo. La nascita dello Yemen moderno, la sua iniziale divisione, e poi la ricomposizione avvenuta nel 1990, sono passaggi scanditi da una dozzina di confitti interni (il primo risalente al 1948), per non parlare di quelli combattuti con Arabia Saudita, Egitto ed Eritrea. L’ultima crisi, innescata nel 2011 dalla Primavera Araba, dal 2014 ha, come in un caleidoscopio impazzito, ricombinato tutte le tensioni latenti dopo la riunificazione del 1990. Nella nuova guerra civile sono così finiti i precedenti conflitti con la minoranza Houthi del nord, i dissidi tribali e politici, le tensioni tra le 2 regioni prima separate dello Yemen settentrionale, con capitale Sana’a, e meridionale, con capitale Aden. Il tutto arricchito dalla presenza di Al Qaeda, attiva nel paese dai tempi dello spettacolare attentato contro il cacciatorpediniere americano USS COLE, nel 2000, e ora da cellule che si richiamano all’ISIS. Infine, l’intervento voluto e guidato nel marzo 2015 dall’Arabia Saudita (cui danno man forte i paesi del Golfo, con in testa gli Emirati Arabi Uniti), il ruolo dell’Egitto, che già negli anni ’60 era intervenuto a favore degli insorti filonasseriani nello Yemen del Nord, e l’Iran che giooca anche qui la sua partita con Ryad. E proprio il Regno saudita sembra aver perso il controllo della situazione. Non solo per le pesantissime perdite in uomini e mezzi (sono più di 500 ormai i militari sauditi ed emiratini caduti in combattimento, cui si aggiungono una decina tra aerei ed elicotteri perduti, una nave da guerra fuori combattimento, e decine di mezzi corazzati distrutti), ma soprattutto per la vera e propria umiliazione subita dall’apparentemente sofisticato e potente apparato bellico degli Al Saud, affidato tra l’altro poche settimane prima dell’intervento ad un giovane – 30 anni – e dinamico Principe della nuova generazione, Mohammad bin Salman. Non solo, ma lo Yemen si è ri/spaccato in 2 quasi esattamente seguendo le vecchie linee di confine pre-1990. Ma è tutta la regione confinaria meridionale del potente Regno saudita ad essere messa a ferro e fuoco dalle milizie yemenite, incentrate sulle forze regolari fedeli all’ex Presidente dello Yemen unificato (dal 1990 al 2012, e già alla guida del Nord dal 1978) Ali Abdullah Saleh, e sulle pugnaci milizie degli Houthi, che nel 2014 hanno innescato la rivolta. Già avversari all’epoca del conflitto scoppiato nel 2004, e apparentemente domato grazie all’intervento saudita del 2009-2010, Saleh e gli Houthi hanno dato vita ad un’alleanza magari bizzarra e artificiosa, in termini militari si direbbe puramente tattica, ma che sta logorando la potenza militare saudita, impantanandola in un conflitto che va più paragonato a quello vietnamita che a quello afghano. Infatti, come in Vietnam, se gli Houthi garantiscono l’impegno di una forza di guerriglia mobile, capace di infiltrarsi in territorio saudita con tipiche azioni “mordi e fuggi”, i veterani regolari della Guardia Repubblicana di Saleh maneggiano artiglieria e sistemi missilistici che ormai da oltre un anno martellano non solo le basi della coalizione nello Yemen, ma anche quelle saudite al di là del confine. Un supporto di armi pesanti, ottenuto anche riadattando sistemi d’arma missilistici antiaerei per l’impiego terra-terra (come i QAHER-1, ricavati modificando vecchi SA-2 russi), che ha consentito ai miliziani di compiere ben più di qualche incursione, giungendo a occupare alcune cittadine saudite. Nelle ultime 2 settimane nel mirino degli attacchi sono finite anche alcune basi militari, come Al Muntazah, nello Jizan, sul Mar Rosso, evacuata dopo la sanguinosa sconfitta subita dai sauditi il 12-13 gennaio. E’ vero che già nel 2009-2010 il confine non si era dimostrato impenetrabile, e che di fronte alle controffensive saudite gli invasori si ritirano disperdendosi e ripiegando nel proprio territorio, dopo aver disseminato le posizioni occupate di trappole esplosive e IED. Ma le province saudite di Jizan e Najran appaiono sempre di più fuori controllo, con possibili effetti anche sulla stabilità interna di Ryad, che già deve fronteggiare le tensioni nelle province occidentali a maggioranza sciita, fomentate da Teheran. Né si stanno rivelando efficaci i tentativi della coalizione di aumentare la pressione nello Yemen. La recente offensiva contro Taiz sembra fallita con gravi perdite in mezzi e uomini (alcune fonti parlano di 150 caduti, compresi mercenari e miliziani filosauditi, e 10 mezzi corazzati), così come il tentativo di conquistare la città portuale di Dhubab, sullo stretto di Bal el Mandeb, mentre – sempre a metà gennaio – decine di miliziani filosauditi, compresi molti mercenari, sono caduti in un’imboscata ad Asilan, nello Shabwa, regione sud-orientale ufficialmente messa in sicurezza nell’agosto 2015 dalle forze governative del Presidente Hadi.


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