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RID - Rivista Italiana Difesa 21-01-2017 America First. La versione di Trump. data: a cura di:

Il discorso di insediamento di Trump è stato breve, forte, chiaro nella sua semplicità, e rivolto soprattutto al popolo americano. Le implicazioni per l’Europa, nel campo della sicurezza e non solo, sono quindi intuibili solo per via indiretta, ma tra le righe sono leggibili. E sono importanti. Un primo elemento riguarda i rapporti tra il presidente da un lato, ed il sistema statunitense di checks and balances dall’altro, quest’ultimo incarnato anche da politici, funzionari e giudici – ed in senso lato da lobbisti, giornalisti, esperti, ecc – che rappresentano l’establishment. Se nella composizione della sua amministrazione Trump ha tutto sommato bilanciato outsiders ed insiders, inclusi navigati esponenti del Partito Repubblicano, il discorso di insediamento ha preso una direzione nettamente anti-establishment. Indicando la folla che affollava il mall e con alle spalle i vertici dei poteri statunitensi, Trump ha affermato che questo non è solo un passaggio di potere da un presidente ad un altro, da un partito all’altro: è un passaggio di potere “from Washingron D.C. to you, to the people of the US”. Accusando i “politici” e l’establishment della capitale di aver protetto i propri interessi mentre i lavoratori e le famiglie americane si impoverivano, ha promesso di ridare il controllo del governo e del Paese al popolo. Un’affermazione che in Europa potrebbe essere interpretata come populista, ma che negli Stati Uniti si richiama ad una radice profonda della costituzione, della politica e del sentire comune, quella del "government of the people, by the people, for the people” affermato da Lincoln in un momento fondante del Paese quale la Guerra Civile. Cosa implica questo per l’Europa? Che il pendolo del potere decisionale, in parte dipendente dal carisma del presidente stesso, sembra oscillare maggiormente verso Trump a danno dei membri della sua amministrazione, del Congresso, e degli altri contropoteri. Quanto questo avverrà davvero lo si vedrà però solo nella quotidiana attività di governo, passata la retorica di un momento speciale come la cerimonia di insediamento. Il secondo punto riguarda l’ormai famoso slogan “America First”, e soprattutto la sua declinazione economica. Qui la rottura con il quarto di secolo di amministrazioni sostanzialmente pro-libero commercio internazionale e pro-globalizzazione economica - da Bush senior a Obama passando per Clinton e Bush junior - non potrebbe essere più forte. Accusando il sistema attuale di aver arricchito e finanziato le imprese straniere a danno del popolo americano, Trump promette di riportare gli investimenti ed i posti di lavoro negli Stati Uniti, secondo non solo il principio “Buy American” ma anche “Hire American”. Non a caso, Trump promette di investire per far ricostruire le infrastrutture materiali del Paese da “mani americane e lavoratori americani”. Secondo il neopresidente, ogni decisione su commercio internazionale, immigrazione o affari esteri sarà presa con il fine di beneficiare e proteggere “i lavoratori e le famiglie americane”. Cosa implica questo per l’Europa? Oltre all’ovvio seppellimento del Transatlantic Trade Investment Partnership (TTIP), in verità già abbandonato dagli europei, un sostanziale dietrofront di ogni residuo sforzo multilaterale sul libero commercio, per tornare ad una logica bilaterale mercantilista e fortemente protezionista. Una svolta importante per l’Ue, che come blocco commerciale dovrà far valere il suo mercato interno da oltre 430 milioni di consumatori in ogni eventuale negoziato bilaterale. Un campanello d’allarme per la Gran Bretagna, e l’illusione che con la Brexit un Paese da 60 milioni di cittadini possa ottenere con Trump un accordo commerciale più favorevole di quello ottenibile dall’Ue stessa. Venendo al campo più strettamente della sicurezza e difesa, 2 sono i messaggi chiave del discorso di insediamento di Trump. Il primo è che “we do not seek to impose our way of life on anyone, but rather to let it shine as an example. We will shine for everyone to follow.” Un passaggio che potrebbe indicare una forte rottura con l’interventismo militare delle “guerre umanitarie” di Bill Clinton e della “guerra al terrorismo” di George W. Bush, ma che accentuerebbe tuttavia una tendenza verso il disimpegno dalle crisi nel mondo già iniziata da Obama, a partire dal Medio Oriente e Nord Africa. Un isolazionismo che si richiama ad un'altra radice profonda della politica americana, quella “Jeffersoniana” della luminosa “città sopra la collina” che evita di impelagarsi in dispendiose e pericolose campagne all’estero, puntando piuttosto sul suo esempio di società democratica e prospera per lasciare che gli altri decidano di seguirla. Cosa implicherebbe questo per l’Europa? Che il vuoto di leadership americana manifestatosi in varia misura negli ultimi anni nel vicinato dell’UE e della NATO, dalla Libia alla Siria, potrebbe accrescersi. Un vuoto che, in natura come nelle relazioni internazionali, tende ad essere riempito da altro, nella fattispecie dalle ambizioni russe, turche, saudite o iraniane. Starebbe quindi sempre più all’Europa decidere come interagire con le potenze non-occidentali più attive nel proprio vicinato, con chi allearsi e chi contrastare, quali equilibri cercare per proteggere la propria sicurezza ed i propri interessi – e se possibile i propri valori - il tutto potendo contare sempre meno sul punto di riferimento americano. E starebbe sempre più all’Europa riuscire ad essere unita, in ambito UE e NATO, oppure dividersi in varie politiche nazionali, ciascuna delle quali sempre più inefficace in un mondo multipolare in cui potenze regionali giocano una partita attiva allontanandosi dai valori occidentali non più difesi attivamente dall’America di Trump. Significa questo la fine dell’Occidente, e della sua organizzazione militare di riferimento – la NATO? No. Nel discorso di insediamento Trump ha promesso che gli Stati Uniti “rafforzeranno vecchie alleanze e ne formeranno di nuove”, una promessa in linea con l’affermazione “la Nato resta molto importante” fatta dal presidente nella recente intervista a Times e Bild. Il punto, ed il secondo messaggio chiave per quanto riguarda la politica di difesa, è che queste alleanze devono servire il principio “America First”, e per questo nel discorso di insediamento Trump ha affermato che gli Stati Uniti “smetteranno di sovvenzionare eserciti stranieri, lasciando deperire il nostro”, e di “proteggere i confini degli altri invece che i nostri”. L’annoso tema del burden sharing nella Nato sarà posto con forza molto maggiore che in passato, e la tenuta dell’alleanza atlantica dipenderà fondamentalmente dalla capacità degli europei di investire risorse nella difesa e provvedere attivamente alla propria sicurezza. In questo senso, Trump non sembra porsi a prescindere contro la NATO o la difesa europea: probabilmente, non gli importa se/come gli europei sapranno gestire le crisi nel loro vicinato, a patto che ciò non ricada sulle spalle americane. Anche questa idea alquanto semplicista dovrà essere sottoposta alla prova dei fatti, poiché la sicurezza di diversi alleati degli Stati Uniti è molto più connessa alla sicurezza e alla prosperità americana di quanto Trump dica. L’unico elemento di politica di difesa toccato fortemente ed esplicitamente da Trump è stato il “radical Islamic terrorism, which we will eradicate from the face of the Earth”. Come? Non è chiaro, a parte l’affermazione di voler unire il “mondo civilizzato” in questa lotta. Un’affermazione che lascia intendere come il nemico non sia solo lo Stato Islamico presente in stati arabi da cui Trump vuole disimpegnare gli USA, ma il terrorismo jihadista che è in grado di colpire anche le città americane. Un nemico quindi che, vista anche la contrarietà del neopresidente ad interventi militari su larga scala all’estero, non necessariamente sarà contrastato con una significativa presenza di truppe americane nei teatri di crisi. In sintesi, il discorso di insediamento conferma il mix di nazionalismo, isolazionismo e opportunismo con cui Trump ha vinto le elezioni, la dichiarata subordinazione della politica estera al benessere della middle e working class americana, ed una politica di sicurezza e difesa concentrata sulla lotta all’estremismo islamico. Una posizione che, forzando la metafora dell’America di Trump con l’Alberto Sordi del Marchese del Grillo, sembra dire al mondo: “perché io so’ io, e voi nun siete un c….”.


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