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RID - Rivista Italiana Difesa 31-10-2016 A Roma il 4° Seminario NATO sul Mediterraneo data: a cura di:

Il 27 ed il 28 ottobre si è svolto presso la Camera dei Deputati il 4° seminario congiunto del Gruppo Speciale Mediterraneo/Medioriente (GSM) della NATO, alla presenza delle 140 delegazioni parlamentari provenienti da 40 Paesi totali, tra membri dell’Alleanza e nazioni partner. Per il Governo italiano sono intervenuti la Presidente della Camera, On. Laura Boldrini, che ha aperto i lavori con un indirizzo di saluto, e il Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale On. Paolo Gentiloni. Ovviamente presenti le massime autorità dell’Assemblea Parlamentare NATO, tra cui il Presidente del GSM Gilbert Le Bris, il Presidente della Sottocommissione Partenariati Karl Lamers e il Capo della Delegazione italiana presso l’Assemblea Parlamentare NATO, On. Andrea Manciulli. Il seminario si è articolato in 6 sessioni durante le quali si sono affrontati diversi temi: dalla lotta al terrorismo, alla situazione libica, dai flussi migratori, allo snodo strategico dei Balcani Occidentali, fino alla situazione nel “Siraq”. Il Ministro Gentiloni ha sottolineato come la NATO abbia finalmente “preso coscienza dell’importanza rivestita dal Mediterraneo e dal MO” e che il terrorismo, sia esso di provenienza siriana, irachena o libica, rappresenta una minaccia per l’intera Alleanza e non solo per il suo fronte meridionale”. “Il successo delle operazioni militari contro Daesh è assolutamente decisivo, anche a livello simbolico, per mettere in discussione il connubio tra terrorismo e controllo del territorio.” Nel Mediterraneo la NATO ha bisogno di operazioni come SEA GUARDIAN (in sinergia con l’Operazione SOFIA nella raccolta di intelligence, contrasto al traffico di armamenti e sostegno logistico) ed EUNAVFORMED che ne valorizzano il ruolo, così come i “pacchetti di defence capcity building dei paesi appartenenti alla regione MENA” come il caso della Tunisia e della Giordania. Sulla questione siriana, Gentiloni ha confermato che la “comunità internazionale non può accettare l’idea che la questione Aleppo venga risolta radendo al suolo la città, secondo il piano di Assad. In tale ambito è auspicabile che Mosca eserciti la sua influenza su Damasco per la fine dei bombardamenti indiscriminati su Aleppo.” Infine interessante la dichiarazione su Mosul, riguardo alla quale Gentiloni ha affermato che “la gestione di Mosul in seguito alla sua liberazione sarà un aspetto estremamente delicato, così come la gestione dell’intero Anbar, ma che l’Italia è pronta a dare il proprio contributo di stabilizzazione, consapevole del fatto che la liberazione di Mosul deve essere inclusiva e deve prevedere una stabilizzazione della città che consenta di rendere permanente questo successo straordinario della coalizione anti Daesh”. Durante la prima sessione, l’On. Manciulli ha presentato un’approfondita relazione sull’espansione della minaccia di Daesh in Libia e nel Mediterraneo Occidentale, approvata all’unanimità come documento ufficiale del GSM. Nella relazione, Manciulli ha evidenziato come “ISIS, allo stesso modo di Al-Qaeda, nasce e prospera negli spazi vuoti geografici e nelle fratture politico sociali: Iraq, Somalia e Libia ne sono esempi tangibili. Spazi vuoti che non sono solo quelli “classici” derivanti da eventi post bellici, ma sono presenti altresì nelle tante periferie delle grandi città europee”. Il modo in cui Daesh arriva in Libia è diversa da quello utilizzato da altre realtà jihadiste maggiormente criptiche rispetto al Califfato. ISIS arriva in Libia come fenomeno esterno, composto da foreign fighters di paesi vicini, che cercano di approfittare dell’insorgenza in Libia. Nel contesto libico, a differenza di quello siriano-iracheno, trova una dimensione tribale ostile al terrorismo e ad ogni forma di ingerenza interna e di rottura delle consuetudini e delle tradizioni. Nel contesto libico, inoltre, Daesh si è trovato di fronte ad altre forme di radicalismo già attive nel paese, soprattutto di 2 organizzazioni come Ansar al-Sharia e AQMI, con le quali ha forme di attrazione, ma soprattutto di contrasto, e ciò ne indebolisce la minaccia. Ad esclusione di Sirte, Daesh ha scarsa osmosi tra i combattenti del “califfato” e il resto dei militanti islamici. In Libia va contrastato il terrorismo a tutto tondo, ISIS ne è solo una parte. Il terrorismo libico va ad insinuarsi nelle difficoltà dell’economia reale e in un Governo che non controlla il territorio, aprendo la strada ad un’economia parallela e illegale (traffico di esseri umani e di stupefacenti) da cui il terrorismo trae linfa vitale. L’area balcanica occidentale è fortemente interessata a tale fenomeno, vero snodo strategico nell’ambito dell’immigrazione e in quello delle centinaia di foreign fighters provenienti da paesi balcanici (oltre 350 provenienti solo dal Kosovo) che si sono uniti al Califfato.” Il Professor Karim Mezran ha descritto la complessa situazione politica in Libia e la frammentazione del potere e delle varie alleanze sottolineando, tuttavia che, “la via partizione federale del Paese in 3 grandi regioni (Tripolitania, Cirenaica e Fezzan) risulta difficilmente percorribile per la mancanza di una chiara omogeneità territoriale e religiosa, così come sarebbe un grosso errore azzerare il processo in corso e riavviare i negoziati su nuove basi, anche per la mancanza di tempo, mentre bisogna proseguire sostenendo il Lybian Political Agreement già esistente, cercando un accordo con Haftar ed auspicando, nel futuro, in un decentramento dei poteri, soluzione maggiormente realistica rispetto alla creazione di uno Stato Federale”. Il Gen. C.A. Paolo Serra, da un anno Consigliere militare Onu per la missione in Libia UNSMIL, ha parlato dell’evoluzione della sicurezza in Libia. In particolare sulla situazione di Sirte, vicina alla liberazione da Daesh, ma rispetto alla quale servirà in piano libico ed internazionale per la messa in sicurezza della città (sminamento, eliminazione di trappole bomba), gestione della sicurezza e protezione della popolazione e della ricostruzione della stessa per consentire il rientro dei civili. Sirte rappresenta l’esempio perfetto di come tattiche di guerriglia asimmetriche, miste a quelle terroristiche, possono far perdurare un confronto che sulla carta sarebbe di facile soluzione. Le brigate di Misurata hanno già perso 600 soldati e 3.000 feriti in 5 mesi, numeri da far rabbrividire un’amministrazione nazionale, figurarsi una città di 200.000 abitanti. Molte cellule di Daesh libiche e tunisine hanno abbandonato la città da tempo, fuggendo verso i confini con Algeria, Tunisia e Niger, in attesa di riorganizzarsi, mentre a Sirte restano i foreign fighters. La situazione nell’est del Paese vede la presenza ancora forte di realtà jihadiste riconducibili al “Califfato” e ad Ansar al-Sharia, soprattutto nella zona portuale di Bengasi (ISIS) e nella periferia sud della città, nella zona di Qanfouda (AAS), ma anche a Derna, mentre il Generale Haftar, grazie all’appoggio delle PFG di Ibrahim Jadran, ha preso possesso di 4 terminal petroliferi che, da allora, hanno incrementato notevolmente la produzione. La Guardia Costiera libica verrà addestrata, nelle prossime settimane, da una missione dell’UE con la stretta collaborazione della NATO ed opererà entro le 12 miglia nautiche, laddove l’operazione Sofia non è autorizzata ad operare, nel salvataggio delle vite umane e nella deterrenza del traffico di esseri umani. Durante la sessione riguardante la gestione dei flussi migratori, il Capo della Polizia Franco Gabrielli ha sottolineato come “il 75% degli immigrati giunti in Italia vanno rimpatriati, ma in tale ambito l’UE non sempre è un partner forte”, e che la stessa “idea di una Guardia Costiera Europea rappresenta uno strumento che ancora va concretamente creato”, mentre il Direttore del Foro Internazionale ed Europeo di ricerca sull’immigrazione, Ferruccio Pastore, ha evidenziato come “la questione dell’immigrazione abbia profonde conseguenze sulle politiche dei singoli Stati europei e può aver certamente contribuito alla Brexit”. Nel corso della sessione del seminario riguardante il “Siraq”, il Capo di Stato Maggiore, Gen. Claudio Graziano, ha parlato di come, durante gli ultimi 10 mesi, la coalizione anti-Daesh abbia registrato importanti progressi dal punto di vista militare, citando l’imminente liberazione di Mosul che avviene dopo la messa in sicurezza di gran parte dell’Anbar. Riguardo a Mosul, tuttavia, il Generale sottolinea come “la stabilizzazione della città e della regione necessiterà di una coalizione regionale che abbia chiare regole d’ingaggio che consentano una rapidità d’intervento, evitando di ripetere gli errori fatti in Libia nel 2011 con UNIFIED PROTECTOR”. Graziano ha anche opportunamente sottolineato come l’Italia rappresenti il secondo paese contributore, come forze terrestri, dopo gli USA, in Iraq, dove è presente con 1.400 uomini a cui bisogna aggiungere il personale dell’Aeronautica Militare di stanza in Kuwait e i velivoli impegnati in missioni di aerorifornimento, attività di ricognizione, sorveglianza aerea. Il contribuito delle forze terrestri italiane alla missione irachena va dall’addestramento della polizia, effettuato dai Carabinieri, a quello dei Peshmerga curdi e delle FS irachene, nonché la presenza sul posto di un contingente del 6° Reggimento Bersaglieri di Trapani della Brigata Meccanizzata Aosta a difesa della diga di Mosul. Ad oggi – ha proseguito il Generale - l’Italia ha addestrato più della metà del personale Peshmerga, circa 11.500 soldati, e 4.300 iracheni (ad opera dei Carabinieri), praticamente un terzo di tutto il personale locale addestrato dalla coalizione. Attualmente il 50% del territorio iracheno precedentemente sotto il controllo di Daesh è stato riconquistato, mentre in Siria siamo oltre il 25%. La ripresa di Mosul e Raqqa saranno fondamentali e porteranno ISIS a studiare operazioni successive e non concluderanno l’impegno internazionale, soprattutto nel peacebuilding, nell’addestramento e nel mantenimento della capacità e nella ricostruzione. L’esempio del Kosovo e della missione KFOR dimostra l’arco temporale necessario al raggiungimento di tali obiettivi.” Di grande interesse anche l’intervento dell’Ambasciatore Brett McGurk, inviato speciale di Obama per la Coalizione anti-Daesh, il quale, oltre ad aver pubblicamente elogiato l’eccellente lavoro svolto dall’intero contingente italiano nella formazione del personale iracheno e curdo (rispetto all’armamento e all’addestramento di questi ultimi la delegazione turca presente ha manifestato la propria – prevedibile –contrarietà), ha parlato dell’”imminente liberazione di Mosul” e di come tale perdita, accompagnata dal generale arretramento delle forze del “Califfato” sia in Iraq che in Siria, rappresenterà un “forte messaggio simbolico che andrà a scoraggiare gli aspiranti foreign fighters”. Riguardo allo scenario siriano, McGurk ha stigmatizzato il comportamento della Russia, evidenziando come tale atteggiamento “alimenti l’estremismo”. Infine, durante l’ultima sessione del seminario riguardo alla radicalizzazione ed al terrorismo in Europa, l’On. Marco Minniti, Sottosegretario di Stato con delega per la Sicurezza della Repubblica, dopo aver dichiarato che “entro qualche settimana dalla presa di Mosul è probabile l’apertura del fronte Raqqa” ha proseguito sottolineando l’importanza rivestita dal web “nel reclutamento di foreign fighters e nell’auto-radicalizzazione di attentatori solitari” e di come ciò renda imperativa la creazione di un banche dati internazionali comuni e la condivisione delle informazioni tra agenzie. A concludere i lavori l’intervento del Ministro della Difesa Sen. Roberta Pinotti, la quale ha affrontato diverse questioni, il problema della stabilizzazione di Mosul che deve avvenire con una “governance inclusiva di curdi e sunniti”,  dell’importanza fondamentale rivestita dalla presenza di tanti paesi islamici all’interno della coalizione anti-Daesh,” e di come “la NATO debba prendere in considerazione la creazione di una Very Joint Task Force non solo per il fianco orientale, ma anche per quello meridionale”.


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