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RID - Rivista Italiana Difesa 05-09-2016 Libia: dopo Sirte il solito caos data: a cura di:

Ad un mese dall’inizio dei raid statunitensi a supporto dell’offensiva misuratina BUNYAN MARSOOS (STRUTTURA SOLIDA) nell’area di Sirte, la situazione sul campo sembra aver seguito il copione atteso, con le restanti forze di Daesh (non più di 250 uomini) arroccate all’interno di una decina di edifici di un’unica zona della città, il cosiddetto “quartiere 3”, situato nell’area centrorientale di Sirte. Le forze di Daesh si sono riversate in questa zona dalla periferia meridionale, dopo la perdita del complesso congressuale Ouagadogou, precedentemente la base operativa di ISIS in città, persa così come la zona ospedaliera Ibnou Sina e quella universitaria. Fino all’ultima settimana di agosto era ancora presente una piccola sacca di resistenza di soldati del “Califfo” nell’area sudorientale della città, in particolare nella zona residenziale di al-Dollar, eliminata nei giorni scorsi. La stragrande maggioranza degli uomini del “Califfato” è deceduta negli scontri e nei raid delle scorse settimane. Tuttavia, è estremamente probabile che un numero imprecisato di miliziani sia riuscito a fuggire verso i porosi confini meridionali che la Libia condivide con Algeria e Niger, con alcuni di essi che, verosimilmente, potrebbero essere riusciti ad intrufolarsi su una delle imbarcazioni che da settimane vengono intercettate dalla Guardia Costiera italiana. Per quanto riguarda le brigate misuratine, va evidenziato come i progressi sul campo, resi possibili grazie al fondamentale supporto aereo americano, siano arrivati a fronte di un prezzo altissimo in termini di perdite tra i propri soldati (470 caduti, sui 1.300 rimasti) ed equipaggiamenti (almeno 14 carri armati e 12 blindati BMP, più un L-39 ALBATROSS abbattuto su Sirte lo scorso 10 agosto, uno dei pochi velivoli da combattimento non controllati dal Generale Haftar). Tornando ai raid americani, l’Operazione aerea ODYSSEY LIGHTNING, partita lo scorso 1° agosto con una durata iniziale prevista di 30 giorni (termine prorogato di altri 30 giorni lo scorso 31 agosto), vede l’utilizzo di elicotteri AH-1W SUPER COBRA del HMLA-467, utilizzati in compiti CAS, e di 6 AV-8B HARRIER II PLUS del VMA-542 dei Marines, impiegati in bombardamenti di precisione con bombe guidate JDAM GBU-38 da 500 libbre. Entrambi i velivoli appartengono al gruppo di volo VMM-264 della USS WASP (LHD-1), schierata nel Golfo della Sirte assieme al cacciatorpediniere classe BURKE USS CARNEY. Ai raid, inoltre, partecipano velivoli APR MQ-9 REAPER dell’Air Force, schierati in una base non specificata – c'è chi parla della Giordania, ma potrebbe trattarsi anche di Niger o Ciad, o dell'Egitto (nonostante Al Sissi supporti Haftar, odia quanto il Generale Daesh e potrebbe così fare un favore agli Americani). Per quanto riguarda Sigonella, invece, ancora non esistono conferme ufficiali di decolli dalla base siciliana che non siano missioni ISR di velivoli da pattugliamento e sorveglianza EP-3C ORION e P-8A POSEIDON dell'US Navy, ed EO-5C dello US Army. Bisogna, però, ricordare che l'Italia ha autorizzato gli USA a compiere missioni armate con i PREDATOR/REAPER da Sigonella per “scopi difensivi”. Quindi non è da escludere che la base siciliana sia della partita. Al 1° settembre erano stati effettuati 108 raid (tra cui 32 missioni dei SUPER COBRA e 63 sortite degli HARRIER) durante i quali sono stati eliminati diversi centri di controllo e mezzi, tra i quali 3 carri armati (un T-72 e 2 T-55), 2 lanciarazzi, 13 veicoli pesanti, 25 postazioni, 35 pick-up, 5 centri di comando e comunicazione, 2 depositi di armi e 4 pezzi d’artiglieria. Nella definizione e nell’illuminazione degli obiettivi, i velivoli statunitensi vengono coadiuvati dai miliziani libici e dai team di Forze Speciali americane presenti, insieme ai SAS britannici e ad un contingente di FS italiane (impegnato principalmente in operazioni di supporto per lo sminamento e bonifica delle strade dai VBIED), in un centro operativo congiunto situato nella zona costiera a nordovest di Sirte. Gli sviluppi sul fronte Sirte avvengono mentre a Tripoli il Governo di Unità Nazionale, guidato da Serraj, continua ad essere in grosse difficoltà. Al momento il Primo Ministro libico è impegnato su 2 fronti. Il primo è quello che lo vede lavorare su una nuova e più ristretta lista di ministri per il Consiglio di Presidenza, situazione che si è resa necessaria dopo l’inatteso voto di sfiducia, dello scorso 22 agosto, da parte del Parlamento di Tobruk, con 61 voti contrari, 39 astenuti e un unico voto a favore dell’attuale Consiglio. Un risultato inatteso per la votazione in sé, non prevista dall’ordine del giorno (e ciò spiegherebbe l’assenza dei sostenitori di Serraj), non certo per l’esito ampiamente prevedibile. Ancora non è chiaro, tuttavia, se la lista su cui lavora Serraj implicherà una rivoluzione totale o parziale del Consiglio di Presidenza. L’oggetto del contendere è sempre lo stesso: Tobruk, il cui portavoce è Agilah Saleh, strenuo oppositore di Serraj e fedele alleato di Haftar, continua a lamentare la scarsa rappresentatività data alla Cirenaica in seno al Consiglio di Presidenza e la contemporanea presenza, considerata sproporzionata, di rappresentanti di gruppi armati appartenenti a forze islamiche radicali vicine alla Fratellanza Musulmana. Il problema principale di tale “rimpasto” è che potrebbero volerci mesi per raggiungere una qualche forma di consenso sulla composizione del nuovo Consiglio, periodo durante il quale potrebbero riesplodere le violenze sia a Tripoli sia nelle installazioni petrolifere presenti nella cosiddetta “mezzaluna petrolifera” situata tra Es Sidr e Zueitina. Proprio quest’ultima rappresenta l’altro fronte che vede Serraj impegnato in uno sforzo diplomatico volto a far riprendere le esportazioni del terminal, l’unico funzionante, ancorché a regime limitato, dato che sia Es Sidr che Ras Lanuf sono ancora in fase di ripristino dopo gli interventi resisi necessari in seguito al loro danneggiamento avvenuto nel 2014. Il terminal di Zueitina, però, è al momento minacciato dalle forze fedeli ad Haftar che, nella prima settimana di agosto, si sono scontrate con le PFG di Jadhran ormai sempre più vicino al GUN e lontano dall’ex alleato, mai sopportato, Haftar. Le “buone” notizie per il Primo Ministro arrivano dalle principali istituzioni finanziarie del Paese, tra cui spicca la National Oil Corp, le cui fazioni rivali hanno finalmente iniziato a collaborare col Governo Serraj, anche se va detto che ciò avviene più per opportunismo/sopravvivenza economica che per una qualche forma di fiducia nel GUN. Infine il fronte in Cirenaica, dove Haftar continua la propria offensiva a sud di Bengasi, nonostante un alto numero di perdite tra i propri soldati (40 solo nelle ultime 2 settimane). I combattimenti continuano anche nella stessa Bengasi, in particolare nel quartiere residenziale di Guwarsha, dove le forze del Generale sono impegnate a snidare i gruppi di miliziani appartenenti al Consiglio Rivoluzionario della Shura di Bengasi e ad Ansar al-Sharia. Nonostante il controllo sulla stragrande maggioranza della città, Haftar, di fatto, non è mai riuscito a garantirsi il pieno controllo su Bengasi, in particolare sui quartieri situati a sudovest della città, come Qunfudah e Qawarishah. Anche il fronte orientale di Derna è molto caldo. Nella prima settimana di agosto una coppia di MiG-21Bis del 1021° Stormo e 3 MiG-23BN del 1060° Stormo hanno colpito alcune postazioni di Ansar al-Sharia nei dintorni della città con bombe a frammentazione RBK-250-270 PTAB, ordigni utilizzati anche nei raid su alcuni quartieri di Bengasi, Ganfouda e Ajdabiya. Come detto in precedenza, nei primi giorni di agosto diverse unità delle milizie controllate da Haftar sono state inviate nell’area di Zueitina, con l’intento di bloccare il trasferimento del petrolio, raffinato nel terminal della città, verso gli oleodotti della Tripolitania, dai quali sarebbe stato esportato generando reddito utilizzabile dal GUN di Serraj ufficialmente per risollevare le finanze del Paese, ma ufficiosamente anche poer pagare le milizie misuratine. Inoltre, sembrerebbe che un altro obiettivo del Generale sia quello di sostituire/eliminare il capo delle PFG, Ibrahim Jadhran il quale, dopo una semi alleanza con Haftar, basata più sulla lotta ad un nemico comune (le milizie islamiche qaediste o daeshiste), che sulla condivisione delle reciproche leadership, viene ora considerato da Haftar troppo vicino al Governo guidato da Serraj, anche se uno scontro aperto tra 2 delle 4 maggiori milizie presenti oggi in Libia (35.000 PFG e 71.000 membri delle forze di Haftar) è difficilmente ipotizzabile, nonostante quelle scaramucce avvenute nei primi giorni di agosto di cui abbiamo già discusso. In definitiva, tale frangente evidenzia come Haftar si trovi in una situazione di forte disagio, derivante sia dalla difficoltà nell’eliminazione delle forze islamiche presenti in Cirenaica, sia per le altrettanti difficoltà derivanti da un affievolimento nel supporto militare, finanziario e politico dei suoi più stretti alleati. Di fatto, nel corso di questi 2 anni e mezzo, Haftar è riuscito ad ottenere buoni risultati solo quando i suoi avversari erano maggiormente divisi e i suoi alleati più forti e compatti. Nel campo avverso, il GUN, nonostante le enormi difficoltà in cui versa, continua a godere dell’appoggio della stragrande maggioranza della comunità internazionale, mentre i sostenitori del Generale non vivono un periodo particolarmente positivo. Basti pensare ai Sauditi impantanati nello Yemen, all’Egitto di al-Sisi impegnato a sedare le proteste interne e a combattere Daesh nel Sinai e al fianco dei sauditi nello Yemen, o agli stessi Russi pesantemente impegnati in Siria, per finire con la Francia che, in seguito all’abbattimento di un elicottero (fine luglio) in cui persero la vita 3 uomini del DGSE, ha limitato le proprie operazioni in Cirenaica a qualche sortita di droni decollati dalla nuova base di Kourou Arkenne, situata al confine tra Libia e Niger. Al momento, quindi, esistono molti dubbi sul fatto che Haftar possa riuscire ad impossessarsi della Cirenaica, guadagnandosi il “diritto” a governarla nella sempre più inevitabile prospettiva di una divisione federale della Libia.


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