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RID - Rivista Italiana Difesa 26-02-2016 La tregua armata in Siria data: a cura di:

Dalla mezzanotte di sabato 27 febbraio in Siria entrerà ufficialmente in vigore il cessate il fuoco previsto dagli accordi siglati tra Stati Uniti e Russia ad inizio settimana. Oltre alle 2 superpotenze, l’accordo è stato sottoscritto da Assad, mentre i gruppi d’opposizione siriana hanno tempo fino alle 12 di venerdì 26 febbraio per dare una risposta. I termini dell’accordo prevedono: l’implementazione della risoluzione ONU 2254, che stabilisce la partecipazione di tutte le parti incluse nell'International Syria Support Group ai negoziati politici guidati dalle Nazioni Unite, volti alla creazione di un Governo di Unità Nazionale che avrà il compito di guidare il Paese fino alle elezioni; la cessazione totale delle ostilità tra le parti incluse nell’accordo; la garanzia di accesso degli aiuti umanitari inviati in soccorso della popolazione civile ancora presente nelle zone maggiormente colpite (Aleppo, Damasco, Idlib, Hama, Homs, Deir Ezzor). Sulla carta, inoltre, l’accordo prevede un’attività di coordinamento, gestita dal centro operativo costituito nella base russa di Jableh/Latakia, tra Washington, Mosca e Damasco, per la precisa definizione dei territori caratterizzati da una forte presenza dei gruppi militanti non inclusi nell’accordo che continueranno ad essere colpiti. Questa la teoria. Passando alla pratica, è verosimile ritenere quantomeno improbabile che tutto avvenga secondo i piani. Esistono, infatti, diversi elementi che non fanno ben sperare nella buona riuscita di questa tregua armata. Il primo fattore critico risiede nell’inclusione selettiva delle parti coinvolte nell’accordo. In pratica, siamo difronte ad un cessate il fuoco parziale che non include tutte le fazioni in guerra. L’esclusione di alcune di esse aumenta esponenzialmente le possibilità che, nel caso di un loro attacco nei confronti delle forze siriane, Assad possa utilizzare tali aggressioni come pretesto per continuare a colpire indistintamente “moderati” (Free Syrian Army) ed islamisti (al-Nusra). Un altro elemento di difficoltà è collegato al primo. Si accennava, in precedenza, alla mancata risposta da parte dei gruppi “moderati” dell’opposizione siriana al cessate il fuoco proposto. Un ritardo abbastanza comprensibile. Si tratta di una risposta difficile da dare, tenuto conto che dall’accordo viene esplicitamente escluso il gruppo qaedista Jabhat al-Nusra (oltre ad ISIS, ovviamente) gruppo che costituisce, assieme ad Ahrar al-Sham, lo zoccolo duro, anche in termini numerici, dell’opposizione siriana e contro il quale, come detto, è prevista la continuazione delle operazioni militari da parte delle forze governative e dei loro alleati. A proposito di Ahrar al-Sham, va detto che ufficialmente il gruppo salafita, sponsorizzato dai Sauditi, è stato invitato a prender parte alla tregua, ma avrebbe rifiutato a causa della mancata inclusione di al-Nusra nell’accordo. Ciò vuol dire che è verosimile ritenerli esclusi dalla tregua. A ciò si aggiunge un non meno importante fattore geografico, rappresentato dal fatto che molte unità appartenenti a “Stato Islamico” ed ai gruppi qaedisti citati si trovano sparse in zone (vedi Idlib e Aleppo) dov’è altrettanto forte la presenza di altre forze ribelli, tra cui il Free Syrian Army, considerate maggiormente moderate rispetto ai gruppi islamici. Ciò vuol dire che senza una precisa, e pressoché impossibile, demarcazione delle aree all’interno delle quali i raid americani e, soprattutto, le operazioni delle forze governative possano svolgersi senza rischi per i moderati, le probabilità di tenuta dell’accordo si ridurrebbero drasticamente. Un altro fattore potenzialmente destabilizzante riguarda il ruolo delle forze curdo-siriane. Le Unità di Protezione Popolare, meglio conosciute come YPG, alleate sia con gli Stati Uniti (dai quali hanno recentemente ricevuto centinaia di missili guidati anticarro spalleggiabili FGM-148 JAVELIN), che con Russia e Assad, ed impegnate nei combattimenti contro il “califfato” nell’area di Hasakah, Manbij e Shadadi, ma anche contro i ribelli di Jaish al-Fateh nei pressi di Aleppo, hanno accettato la proposta del cessate il fuoco. Il problema viene dalla Turchia. Ancor prima della risposta del YPG, arrivata nelle ultime ore, non si era fatta attendere la risposta del Presidente turco Erdogan, il quale ha affermato, senza mezzi termini, che l’YPG va considerata un’organizzazione terroristica e pertanto deve essere esclusa dall’accordo. Un atteggiamento che si spiega con la preoccupazione diffusa ad Ankara riguardante la possibilità concreta che un aumento dell’influenza del YPG in Siria potrebbe alimentare il già ardente separatismo presente tra la popolazione turco-curda. Peraltro, in seguito all’attentato avvenuto ad Ankara il 17 febbraio, la Turchia ha colpito con la propria artiglieria postazioni dell’YPG presenti sia sul territorio turco che su quello siriano, in particolare ad Afrin. Sebbene Erdogan si sia impegnato a non effettuare ulteriori attacchi contro i curdi del YPG, nel caso in cui l’accordo venga realmente implementato, non si può escludere che di fronte ad un nuovo attentato sul suolo turco l’impegno verbale di Erdogan possa quantomeno vacillare. Un altro elemento che contribuisce non poco alla difficoltà relativa alla messa in atto di questa tregua armata, sta nelle condizioni imposte dai leader delle milizie ribelli “legittime”, riuniti in questi giorni a Riyadh. Tra le varie richieste presentate dal Consiglio Supremo per i Negoziati ci sono il rilascio dei prigionieri nelle mani del regime, libertà di passaggio per i convogli di aiuti e la fine dell’assedio delle aree sotto il controllo ribelle da parte delle forze governative. Mentre il passaggio degli aiuti è già parte integrante della proposta russo americana, le altre 2 richieste saranno difficilmente realizzabili. La speranza è che il Consiglio non ritenga tali richieste propedeutiche all’accettazione della tregua. Nelle ultime ore le i capi delle milizie ribelli hanno dato la propria disponibilità all’accordo che verrà rispettato per 2 settimane, in attesa di capire il comportamento delle forze pro-Assad… Le difficoltà citate sono più che sufficienti a mostrare la debolezza dell’eventuale tregua e le scarse possibilità che essa superi finanche le prime 2 settimane del processo. A confermare le perplessità, durante gli ultimi giorni sono arrivate reazioni e notizie che non inducono all’ottimismo. Da Damasco, Assad ha sottolineato come, per una reale implementazione dell’accordo, sia fondamentale la chiusura dei confini con la Turchia e la cessazione dell’invio di armamenti ai ribelli da parte di Paesi stranieri (Turchia, Arabia Saudita, Emirati Arabi e Qatar), nonché il diritto di risposta in caso di minaccia contro i propri cittadini e militari. Solo nell’ultima settimana più di 100 persone sono state uccise in attentati suicidi effettuati da miliziani di Daesh a Damasco ed Homs. Nel governatorato di Aleppo sono proseguiti senza sosta i raid dei caccia siriani e russi, causando dozzine di vittime, così come è avvenuto nell’est del Paese, dove gli attacchi aerei americani hanno colpito bersagli di Daesh ma anche civili. Come detto, i raid russi sono proseguiti senza sosta. I dati parlano di 187 bersagli colpiti nell’arco di 62 sortite effettuate negli ultimi 2 giorni, raid che hanno visto anche la partecipazione dei Su-35S da poco rischierati a Jableh/Latakia. I Russi hanno colpito postazioni ribelli in tutta la Siria: nell’area di Homs (Ter Maela, al-Ghantu e Talbiseh), in quella di Idlib (Saraqib), Aleppo (al-Atarib), Hama (al-Lataminah), nonché postazioni appartenenti al Fronte Sud (FSA), gruppo teoricamente incluso nell’accordo, nel villaggio di Saida (Daraa) e a Daaraya (periferia a sudovest di Damasco), 2 zone in cui non esiste la presenza né di gruppi qaedisti, né tantomeno di ISIS… A proposito di quest’ultima, la Russia ha continuato a martellare l’area di Khanaser (80km a sud-est di Aleppo) con razzi e missili durante tutta la scorsa settimana, dopo l’arretramento delle forze di Assad presenti nella zona causato dall’avanzata di ISIS che, peraltro, controlla molti tratti della strada che collega Aleppo e la base militare di Safirah con la stessa Khanaser. Tale strada ha assunto un valore enormemente strategico dopo che Daesh ha preso il controllo dell’autostrada M5 che collega Hama con Aleppo. Dopo 4 giorni di aspri combattimenti che hanno causato centinaia di vittime tra i governativi (si parla di 220 morti tra le forze siriane, comprendenti anche alcuni mercenari russi), Khanaser è ritornata sotto il controllo delle forze di Assad, mentre i miliziani di Daesh sopravvissuti sono stati ricacciati verso sud tra la stessa Khanaser ed Ithriyah. I ribelli siriani, dal canto loro, hanno continuato la propria offensiva a suon di TOW contro corazzati governativi nella piana di Ghab e contro i curdi siriani del YPG a sud di Azaz (Ayn Daqnah e Tall Rifat). Sembrerebbe, inoltre, che Ahrar al-Sham abbia effettuato un attentato suicida in occasione di un incontro tra alti ufficiali russi nelle campagne a 15km da Latakia, causando diversi morti e feriti. Tuttavia la notizia non trova ancora conferma. In definitiva, si potrebbe tranquillamente affermare che più che una cessazione delle ostilità, questa tregua assomiglia all’ennesimo tentativo di contenimento di un conflitto che finora si è dimostrato incontenibile. Tentativo dettato sicuramente dalle impellenti necessità umanitarie, ma anche da questioni maggiormente geopolitiche, come la volontà dell’amministrazione americana di rivolgere una maggiore attenzione alla pianificazione ed attuazione delle operazioni militari volte all’eliminazione di quella che, nei prossimi mesi, potrebbe divenire una minaccia degna dello stesso livello di attenzione riservata a Daesh in Siria: l’espansione del “califfato” in Libia.


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