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Agli albori di internet il soprannome “troll” si dava a coloro i quali uscivano dal tema della discussione o che, scherzando, proponevano argomenti out topic. Poi il net si estende, aumentano luoghi interattivi di scambio e piattaforme sulle quali conoscersi, confrontarsi e discutere ed ecco che il “troll” assume la valenza odierna: elemento di disturbo che attacca gli altri navigatori con offese e insulti o che cerca di fare polemica gratuita su argomenti di scottante attualità. Ma da alcuni anni i social network sono anche nuovo campo di battaglie delle guerre moderne. Nel corso della sua attività di propaganda sulla rete, lo Stato Islamico ha concentrato i contenuti su Snapchat e su piattaforme di video-sharing, cioè le applicazioni sociali più diffuse fra i giovani, bacino d’utenza privilegiato per gli operatori del Califfato. D’altronde l’impatto emotivo di un’immagine o di un footage è eccezionalmente più forte di un post perché riesce subito a coinvolgere ed emozionare lo spettatore trasmettendo un messaggio immediato ed inequivocabile. Dunque, video e foto reali o abilmente manipolati che subito coinvolgono il pubblico grazie a testi elaborati ad arte dal troll: ragazza afro-americana uccisa dalla polizia. Poco importa che l’immagine sfocata impedisca di capire cosa davvero succeda perché le parole, agganciate ad un hashtag di tendenza, inducono automaticamente all’indignazione, provocando rabbia e garantendo quindi una veloce condivisione. Nel 2015 un tweet allarmante avvisa la rete di un grave incidente alla Columbia Chemical: il capo dei servizi di soccorso e sicurezza di St. Mary Parish in Louisiana riceve una chiamata nel cuore della notte da un cittadino preso dal panico perché ha letto su Twitter che i locali impianti chimici sono saltati. La news fa il giro del web ed è visualizzata da giornalisti, autorità, militari che si chiedono cosa davvero sia accaduto dato che non si hanno riscontri di incidenti ed eventuali vittime. E’ tutto finto: la ragazza uccisa e l’esplosione sono infatti opera di un troll anzi, di una rete di Robo-trolling che fa capo all’ Internet Research Agency (IRA) del distretto di Primorsky a San Pietroburgo, agenzia per la quale la stampa internazionale ha coniato il soprannome di “Troll Farm” e che è costantemente monitorata da StratcomCOE, il centro comunicazione strategica della NATO con sede a Riga. Studiando i trend e le tracce lasciate in rete da IRA, gli analisti si sono accorti che la maggior parte dei profili usati sulla rete sono automatici, robot appunto. Di un campione di 26 profili operanti sul web in Estonia e Polonia (membri NATO geograficamente vicini al confine russo), gli operatori StratcomCOE hanno notato che 21 di essi sono di lingua russa, 5 in inglese, 2 sono gestiti da persone in carne ed ossa e gli altri sono “bot” la cui attività, va da sé, è difficilmente censurabile. Una volta chiuso un account i sistemi di IRA ne generano subito un altro che può tranquillamente riprendere il suo lavoro di condivisione di tweet e post allarmanti o di link che rimandano a specifici siti. In altre parole qualcosa di simile allo spam e ai messaggi privati che talvolta si ricevono su Facebook e i cui collegamenti conducono a piattaforme di e-commerce. Ma i siti russi non vogliono vendere prodotti, semmai influenzare l’opinione pubblica sugli sviluppi del conflitto fra Kiev e le autoproclamatesi repubbliche di Donetsk e di Luganks o, ancora, sulla guerra in Siria; argomenti sui quali non sempre il popolo della rete è informato. Come noto, la geopolitica è tutt’altro che un argomento “pop” e, mosso da buona fede, l’utente può condividere con rabbia la notizia di un bombardamento che ha coinvolto civili senza verificarne la veridicità. Talvolta non è necessario diffondere immagini di morte per suscitare indignazione. La pronta reazione di Madrid al voto consultivo catalano ha fornito spunto ai canali di informazione vicini al Cremlino per condividere con la rete notizie non veritiere o, in altri casi, per dare grande eco a vicende e situazioni assolutamente insignificanti. Ad esempio il 29 ottobre 2017 l’edizione italiana di Sputnik pubblica l’articolo “Ucraina, reduci dell'operazione nel Donbass creano battaglione per l'unità della Spagna”, con tanto di foto presa da Facebook dei sedicenti combattenti: 3 uomini a capo di altri 300 pronti a combattere una guerra che non c’è, senza contare il fatto che un paese che dispone di forze armate efficienti non avrebbe comunque l’ esigenza di schierare poche centinaia di volontari stranieri. L’origine geografica è invece un dato interessante: ucraini che, dopo aver combattuto i ribelli del Donbass, sono ora pronti a combattere quelli della Catalogna. Notizia che, come accennato, rivestirebbe scarsa importanza se non fosse inserita in un ambito informativo ben più articolato. Information Manipulation, rapporto dell’Institut de recherche stratégique de l'École militaire (agosto 2018), riporta numerosi casi di interferenza russa nelle tensioni fra Barcellona e Madrid: lanci che annunciano l’appoggio catalano alla causa dei russi di Donetsk e di Lugansk o che denunciano l’indifferenza europea verso l’azione repressiva della Guardia Civil. Una strategia piuttosto chiara: presentare l’Europa e le sue istituzioni come insensibili agli aneliti di libertà delle minoranze, dal Mediterraneo al Mar Nero. Stando al rapporto, inoltre, l’attività dei troll non si limita alla sola Penisola Iberica poiché informazioni di carattere anti-spagnolo (e anti-europeo) sono condivise anche fra gli utenti dei paesi ispanici, spesso appoggiandosi a piattaforme sudamericane e ad account locali: dei 5 milioni di post che sarebbero stati diffusi in America Latina nell’autunno 2017, il 32% proveniva da profili venezuelani, aiutati nella loro attività da TeleSure, TV di stato di Caracas che già nel 2011 aveva condannato la primavera libica e sostenuto Gheddafi. Come accennato il lavoro dell’Internet Research Agency gioca sull’emotività del navigatore sul quale i titoli eclatanti fanno effetto immediato. Non è un caso che il “Robotrolling” si muova con maggiore frequenza su Twitter e su Reddit, social news fondato nel 2005 nel quale è possibile caricare contenuti video accompagnati da brevi descrizioni e inserirli nelle “subreddit”cioé sotto categorie divise per tema. In particolare è proprio su Reddit che l’obiettivo dei “bot troller” è scatenare l’indignazione degli utenti occidentali sui temi del razzismo e della discriminazione, promuovere false notizie relative alle manovre finanziarie, spostare l’attenzione sulle operazioni militari in terra siriana. Su Twitter invece i “bot” affrontano la politica interna ed estera della Federazione Russa, l’economia e anche argomenti più ameni dallo sport al tempo. Stando alle ricerche di StratcomCOE più del 50% dei “robotroller” segue singoli argomenti ed il 34% è costituito da profili “specializzati”, vale a dire creati per influenzare determinati topic e trend esprimendosi in lingua inglese. I restanti sono profili in lingua russa. Sostenuta da fondi statali, l’IRA è un prezioso alleato del Cremlino: ufficialmente agenzia di ricerca segue una precisa strategia fondata sulla diffusa idea dei navigatori del web che i social siano semplici strumenti di svago, non certo i campi di nuove battaglie combattute nel cyberspazio. Più che tecnici informatici, dunque, gli operatori IRA sembrerebbero veri e propri esperti di psyops, perché capaci di influenzare e di orientare il giudizio di follower inclini a condividere senza prima aver valutato la veridicità delle fonti. E lo dimostra il fatto che i “bot” continuano a fare breccia nelle piattaforme sociali, malgrado l’esistenza e il lavoro di Internet Reasearch Agency siano noti alla stampa internazionale da oltre 3 anni. Il monitoraggio delle fake e degli influencer russi è seguito con molta attenzione dalla NATO che cerca di limitarne le incursioni sia con un’attenta attività di counter-intelligence online, sia approfondendo l’argomento “robotrolling” attraverso i suoi canali e con lo strumento più semplice (ma anche più efficace) a sua disposizione: promozione della conoscenza della minaccia per contenerne le conseguenze. Le stesse attività vengono svolte pure dalla GEC (Global Engagement Centre), Agenzia del Dipartimento di Stato americano fondata nel 2016 con lo scopo di “condurre, sincronizzare e coordinare gli sforzi del governo federale per riconoscere, comprendere, esporre e contrastare gli sforzi di propaganda e disinformazione stranieri e non statali volti a minare gli interessi di sicurezza nazionale degli Stati Uniti”. Agli albori dell’organizzazione, l’allora Direttore Micheal D. Lumpkin affermava che la GEC potesse contare su una vasta gamma di partner, in particolare su stati amici coi quali lavorare insieme per realizzare “messaggi efficaci”.

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