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anteprima logo RID I nuovi radar NS-100 e NS-200

Grazie ad una recente visita presso lo stabilimento di Hengelo (Olanda) abbiamo potuto fare il punto sui radar NS-100 e NS-200 di Thales Netherlands, sensori destinati principalmente ad unità navali di dimensioni contenute oppure a navi anfibie che devono operare in acque litoranee. Gli studi e i test effettuati per questa famiglia di radar hanno permesso di mettere a punto tecnologie allo stato dell’arte da applicare poi all’intera gamma di sistemi radar dell’azienda. Nel corso della Guerra Fredda il conflitto tra stati era quello atteso come prevalente. Lo scenario tipico aeronavale considerava quali minacce prioritarie velivoli armati di missili antinave oppure missili antinave lanciati da altre navi o da terra. La sfida tecnologica principale riguardava la capacità di contrastare attacchi simultanei e coordinati, con minore attenzione alla discriminazione della minaccia. D’altronde, la maggior parte delle operazioni avrebbe avuto luogo in alto mare (nelle cosiddette blue waters). Dagli anni novanta, con il proliferare delle missioni di peacekeeping o comunque a bassa intensità, le navi hanno iniziato ad operare sempre più vicino alla costa e contro minacce asimmetriche. Dunque, è cambiato sia il nemico che il contesto geografico di riferimento ed un buon radar avrebbe dovuto distinguere il bersaglio in un ambiente disturbato dal clutter; provocato da uccelli e dai fenomeni atmosferici oppure dissimulato nel traffico costiero. Secondo la visione di Thales Netherlands, per i radar odierni e futuri non si potranno più fare scelte di campo: le Marine Militari potrebbero trovarsi ad operare sia in uno scenario ad alta intensità, dove l’importanza e la numerosità delle minacce è notevole, sia in uno a bassa intensità e in ambiente litoraneo con tutte le insidie che attori non statali possono porre, oltre a numerosi scenari misti e multidimensionali.

anteprima logo RID L’AEGIS ASHORE del Sol Levante

Mentre il 29 luglio veniva varato il MAYA, il primo dei 2 nuovi super-caccia AEGIS nipponici derivati dai KONGO/ATAGO, ma con capacità antimissile balistici potenziate, nelle stesse ore andava in scena uno stop-and-go per il programma AEGIS ASHORE, ossia l’acquisizione di 2 sistemi di difesa aerea simili a quelli imbarcati sulle unità AEGIS, ma basati a terra. Un piano che trae origine dalle prime minacce missilistiche (e poi atomiche) nordcoreane, iniziate con i test effettuati con missili a medio raggio dal regime di Pyongyang a partire dal 1998, ma che guarda anche alle tensioni con la Cina. Tuttavia, l’apparente disgelo in atto nella penisola coreana (che in realtà a Tokyo si vive con maggiori complicazioni, vista la rivalità economica e strategica anche con Seul), ha portato con sé diverse domande circa il programma AEGIS ASHORE. Soprattutto di natura finanziaria, visto che a fine luglio fonti di stampa riportavano i dubbi trapelati da ambienti governativi, circa i costi, stimati ora in 3,6 miliardi di dollari, contro i 2 inizialmente previsti: costi che poi arriverebbero a 5,4 miliardi di dollari (contro i 4 delle stime iniziali) comprendendo anche l’acquisto dei missili e il supporto logistico. Tuttavia, a sorpresa, nel bel mezzo delle polemiche, il 30 luglio il Ministero della Difesa nipponico ha annunciato di aver selezionato Lockheed Martin per la fornitura di 2 Long Range Discrimination Radar (LRDR), con un accordo del valore stimato in 2,34 miliardi di dollari ed operatività iniziale del sistema nel 2023. Si tratta tuttavia di una selezione solo ufficiosa: ancora pochi giorni prima, altre fonti riportavano un orientamento favorevole allo AN/SPY-6 /AMDR-Air and Missile Defense Radar, apparato in banda S in fase di sviluppo da parte di Raytheon. Pur riguardando sistemi avanzatissimi e allo stato dell’arte, gli analisti fanno notare che lo LRDR presenta tempi e rischi inferiori al radar rivale, che però andrà ad equipaggiare le future navi AEGIS della US Navy, creando così difficoltà nell’integrazione con le batterie AEGIS ASHORE nipponiche.

anteprima logo RID Il TASER

Anche l'Italia, dopo quasi tutti i Paesi europei, ha deciso di distribuire il TASER alle proprie forze di polizia, per ora solo a scopo sperimentale in alcune città campione, il più possibile rappresentative delle svariate tipologie di centro urbano del nostro Paese (capoluoghi più o meno grandi sparsi su tutto il territorio nazionale). Come spesso accade la cosa è stata accompagnata da vibranti polemiche. Ma su tutto questo torneremo più avanti. Il nome TASER viene spesso utilizzato molto impropriamente per definire qualsiasi storditore elettrico (stun gun) in grado di infliggere scosse dolorose, compresi addirittura i pungoli elettrici, utilizzati per il bestiame (cattle prodes). In realtà il TASER non è affatto assimilabile ad uno storditore elettrico. Attualmente esso rappresenta l'unico esempio di NMI (Neuro-Muscolar Incapacitator), ovvero un'arma che utilizza la corrente per interrompere il controllo dei muscoli volontari. Altri nomi simili per definire il TASER sono HEMI (Human Electro Muscular Incapacitation), oppure, CEW (Conducted Energy Weapon). Il nome TASER deriva da TSER, cioè Tom Swift's Electric Rifle, ovvero l'arma utilizzata dal protagonista di una serie di romanzi d'avventura per ragazzi pubblicati all'inizio del XX secolo. L'idea aveva evidentemente colpito un ingegnere della NASA, Jack Cover, che negli anni '70 sviluppò uno strumento che con una piccola capsula pirotecnica scagliava 2 dardi metallici, collegati ad un filo, in grado di scaricare nel corpo della vittima fino a 50.000 Volt, ma con una corrente molto bassa. Il risultato era una dolorosa serie di contrazioni muscolari che bloccavano qualsiasi atto volontario, senza causare effetti letali o danni permanenti. Nel 1979 Cover riuscì a vendere la propria invenzione al Dipartimento di Polizia di Los Angeles per una sperimentazione. Pochi mesi prima c'era stato un grave incidente: 2 agenti intervenuti per sedare un litigio, avevano ucciso una donna di colore, temendo che li volesse accoltellare. L'episodio aveva suscitato un notevole clamore mediatico ed il processo, pur se risolto con l'assoluzione degli agenti, aveva messo in pessima luce il Dipartimento di Polizia.

anteprima logo RID L'Aeronautica dell'Algeria

L’Aeronautica Algerina ha avviato nel corso degli ultimi anni un programma di modernizzazione che ha interessato tutte le sue componenti e che consentirà al Paese di continuare ad occupare una posizione di primo piano a livello regionale. Un risultato ottenuto grazie ad importanti investimenti effettuati dal Governo in tutta la propria componente militare - soprattutto navale e terrestre - ma che ha avuto un discreto impatto anche sull’Aeronautica e sulla difesa missilistica. Nel 2017 l’Algeria ha investito il 5,71% del PIL (corrispondenti a 8,58 miliardi di euro) in spese per la Difesa, un decremento rispetto alle percentuali stanziate nel biennio precedente (6,27% nel 2015 e 6,42% nel 2016) che, tuttavia, non ne inficia il primato dell’intero continente africano. Tale primato, tuttavia, viene indebolito dall’ancora eccessiva dipendenza da sistemi di fabbricazione russa, alcuni dei quali con quasi 50 anni alle spalle, e dalla mancanza di esperienza di combattimento, anche dal punto di vista delle operazioni internazionali, della stragrande maggioranza dei suoi soldati. Il settore aeronautico, inoltre, è affetto da una cronica inefficienza manutentiva, testimoniata dai frequenti e, spesso, tragici incidenti che negli anni, anche più recenti, ne hanno coinvolto i velivoli. Tale inefficienza trova fondamentalmente spiegazione nella dottrina militare storicamente applicata in Algeria e basata su strategie di guerriglia - risalenti alla guerra d’indipendenza dalla Francia - unita alla dottrina militare sovietica che enfatizzava l’importanza delle forze terrestri – in particolare delle componenti corazzate e di artiglieria – rispetto all’aviazione. La minor importanza data a quest’ultima ha causato, nel corso degli anni, un grosso gap capacitivo in termini di obsolescenza dei mezzi e di preparazione del personale tecnico e degli equipaggi, considerato che, dal 1976, l’Aeronautica Algerina non è mai stata impegnata in alcun conflitto. Dalla sua costituzione post indipendenza, nel 1957, la Forza Aerea algerina ha subito almeno 3 fasi di modernizzazione.

anteprima logo RID Il ruolo dell'OCCAR

Negli ultimi tempi, del dibattito sul come attuare concretamente la politica di sicurezza e difesa in Europa fanno parte anche alcune considerazioni riguardanti un maggior livello di cooperazione fra le Nazioni e le oggettive realtà industriali e tecnologiche dell’UE. La soluzione di creare, presso alcuni Paesi, nicchie di eccellenza da mettere poi a disposizione per gli scopi comuni è perseguibile forse dalle Nazioni più piccole, perché è difficile che quelle principali accettino di rinunciare alla gamma completa di capacità tipiche di uno strumento militare moderno. Pertanto, le forme d’investimento maggiormente efficaci si sintetizzano nell’ampliamento della cooperazione per l’acquisizione di sistemi e materiali militari, incentivando le economie di scala e perseguendo anche l’obiettivo di un’efficiente ed efficace processo di gestione dei programmi comuni. La cooperazione nel settore del procurement militare non rappresenta certamente una novità perché esistono già programmi di cooperazione bi- e multilaterale nei vari “domini” militari che hanno generato sistemi e piattaforme terrestri, navali e aeree di assoluto rilievo. In linea di principio, la gestione dei programmi d’armamento in cooperazione può avvenire attraverso un numero alquanto ristretto di modalità: affidare l’incarico a un singolo Paese, che svolge il ruolo di lead Nation e che rimane responsabile nei confronti della parte industriale anche per nome e per conto degli altri Paesi, oppure creare un’entità appositamente per questo scopo - generalmente un ufficio di programma, formato da individui provenienti dalle Nazioni partecipanti a uno specifico programma - e avente proprie regole e procedure. Ciascuna delle 2 modalità ha i propri vantaggi e svantaggi, e fra questi ultimi vi è il ruolo preponderante - e talvolta prevaricatore - assunto dalla Lead Nation o dal Paese che ospita fisicamente l’ufficio di programma. Una “terza via” per cercare di migliorare questi problemi e al contempo portare avanti in maniera efficiente ed efficace un programma di armamenti in cooperazione è maturata in Europa già da qualche tempo, attraverso la creazione di un’organizzazione permanente in grado non solo di gestire contemporaneamente più programmi d’armamento in cooperazione, ma anche di sviluppare in maniera continuativa iniziative e metodologie mirate a migliorare se stessa e a soddisfare sempre i propri “clienti”, cioè le Nazioni. Va dunque a tutto merito di alcuni Paesi europei - fra cui l’Italia - l’aver compreso l’esigenza di istituire l’OCCAR, cioè l’Organisation Conjointe de Coopération en matière d'Armement che, dopo un periodo d’incubazione durato qualche anno, nel 2001 ha conseguito un proprio status giuridico attraverso la ratifica di una propria Convenzione avente valore di trattato internazionale.

anteprima logo RID L’Egitto si proietta sul mare

Già nel XIX secolo la Marina Egiziana aveva dimostrato ambizioni da Blue Water Navy, acquistando anche ben 6 corazzate, poi cedute alla Turchia. Dopo il 2010, quella che tra anni ’70 e ’90 era divenuta una flotta poco standardizzata e per lo più di “seconda mano”, con navi acquistate da Cina, URSS, Stati Uniti, Spagna, o realizzate localmente, sta assumendo una nuova forma, decisamente hi-tech, pur mantenendo diversificate fonti di procurement. E i programmi lanciati nell’ultimo decennio stanno ormai cambiandone la fisionomia. Dalla Francia arriva il grosso delle piattaforme destinate ad ammodernare la componente alturiera di superficie, incentrata sino a pochi anni fa su 10 tra fregate e corvette degli anni ’70 e ’80, cui si è poi aggiunta la coetanea SHAHAB MISR, una corvetta ex sudcoreana classe POHANG del 1988, trasferita nel 2017. Nel giugno 2015 è però entrata in servizio la fiammante fregata TAHYA MISR, una delle FREMM in costruzione per la Marina Francese, acquistata direttamente dal Governo egiziano mentre era ai collaudi, seguita nel 2016 dalle 2 grandi LHD anfibie da 23.000 t. classe NASSER, tipo MISTRAL impostate per la Russia, ma poi sottoposte a embargo e girate all’Egitto. Infine, il 22 settembre 2017 è entrata in servizio la EL FATEH, prima delle 4 fregate leggere/corvettone multiruolo da 2.600 t. tipo GOWIND-2500 ordinate nel 2014, con altre 2 in opzione. La prima unità, impostata 2 anni prima della consegna, è stata realizzata dall’allora DCNS a Lorient, mentre le altre dal 2016 sono in costruzione (con assistenza francese) presso i cantieri di Alessandria, e la consegna è prevista nel 2019-2021. Nel 2013-2015 erano peraltro state consegnate 4 motomissilistiche tipo AMBASSADOR Mk-3 dell’americana VT Halter Marine, riclassificate localmente come corvette d’attacco da 780 t classe SULEIMAN EZZAT, affiancate nel 2015 dalla più piccola FADEL, una MOLNYA ex russa del 2000. La Germania ha invece supportato l’ammodernamento della componente subacquea, incentrata sinora su 4 battelli Type-033 cinesi vecchi di 35 anni. Nel dicembre 2016 è stato consegnato infatti all’Egitto lo S-41, primo dei 2 battelli Type-209/1400 (Improved) ordinati nel 2011, seguito dall’S-42 nell’agosto 2017. Nel frattempo, sono stati ordinati nel 2014 alla TKMS altri 2 sottomarini, la cui consegna è prevista nel 2019. Per quanto riguarda il naviglio ausiliario e specializzato, la componente di mine warfare è abbastanza recente, essendo incentrata sulle 5 unità costiere realizzate dalla Swiftships negli anni ’90, coetanee dei 2 cacciamine OSPREY ceduti dalla US Navy nel 2007. Date le ambizioni e i programmi in corso, le carenze riguardano navi logistiche, di appoggio/salvataggio per sommergibili, e SIGINT/ELINT, mentre restano per ora solo ipotesi le possibili acquisizioni di ulteriori fregate di squadra (FREMM in primis) e unità leggere d’attacco: componente quest’ultima che vede ancora in servizio o in riserva ben 31 unità lanciamissili, 10 motosiluranti, 12 cacciasommergibili/cannoniere, tutte realizzate tra 1966 e 1988, cui dal 2011 si vanno aggiungendo 6 vedette di progettazione turca, e 6 pattugliatori da 150 t della Swiftships, simili a 12 unità realizzate per la Guardia Costiera egiziana tra 2006 e 2014.

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