LEONARDO
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Argomento Selezionato: Difesa
anteprima logo RID USA e alleati potenziano difesa antimissile

Proprio nel bel mezzo del tour del Presidente Trump in Asia, che nei primi 10 giorni di novembre lo ha portato in diversi Paesi, tra cui Giappone e Corea del Sud, la Casa Bianca ha inviato al Congresso la richiesta per un supplememto di 6 miliardi al bilancio Difesa 2018. Tali fondi aggiuntivi servono, oltre a coprire l'incremento di truppe in Afghanistan, anche ad un ulteriore potenziamento della difesa antimissile in relazione al crescere della minaccia balistica e nucleare nordcoreana. In particolare, tali fondi verranno utilizzati per acquisire altri 20 intercettori multistadio con capacità di ingaggio eso-atmosferica GBI (Ground-Based Interceptor), 16 missili SM-3 Block IIA, per equipaggiare le unità navali con sistema di combattimento AEGIS, e 50 intercettori per la batterie Terminal High Altitude Area Defence (THAAD). In questo modo, gli USA intendono potenziare sia la componente strategica che quella regionale/tattica della difesa antimissile (BMD, Ballistic Missile Defence). I GBI dovrebbero potenziare soprattutto il sito di Fort Greely in Alaska , assieme a quello di Vandenberg, California, uno dei 2 siti della cosiddetta Midcourse Ground-based Defense, che assicura la difesa del territorio americano contro missili balistici, compresi missili balistici intercontinentali, e l’intercetto durante la loro traiettoria di medio corso, ovvero quando raggiungono l'apogeo. Ad oggi, tra Fort Greely e Vandernberg sono schierati 44 GBI, mentre nello scorso maggio, ricordiamolo, un GBI ha intercettato per la prima volta con successo un bersaglio rappresentativo di un ICBM. Gli SM-3 Block IIA andranno come si diceva a bordo delle navi AEGIS, in particolare quelle di stanza nel teatro Asia-Pacifico. Tali missili, sviluppati nell’ambito di una collaborazione tra Raytheon e la giapponese Mitshubishi Heavy Industries, sono dotati rispetto alle versioni precedenti di un razzo motore del primo stadio di maggiori dimensioni, con un diametro di 530 mm, e di una testata più pesante e grande, nonché di un seeker con una capacità di discriminazione del bersaglio ulteriormente migliorata. Per effetto di queste modifiche, l’SM-3 Block IIA ha una capacità di ingaggio pure contro ICBM. L’SM-3 Block IIA equipaggerà anche il sito dell’AEGIS ASHORE di Redzikowo (Polonia), uno dei 2, l’altro è quello rumeno di Deveselu, su cui si basa il sistema AEGIS ASHORE dispiegato in Europa dell’Est. In generale, l'SM-3 è un intercettore con capacità di kill eso-atmosferico in grado di di ingaggiare i missili balistici a medio raggio ed a raggio intermedio durante le fasi di ascesa e discesa della traiettoria di medio corso. L’intercettore equipaggia anche i cacciatorpediniere classe KONGO e ATAGO giapponesi, mentre la stessa Tokyo potrebbe acquisire nei prossimi mesi pure l’AEGIS ASHORE, già in valutazione da tempo. Attualmente il Giappone dovrebbe avere in servizio anche 16 batterie di PATRIOT PAC-3. Infine il THAAD è il componente di difesa terminale per intercettare i missili balistici al loro rientro nell'atmosfera e/o appena al di fuori di essa (l'ultimo anello, per intercettare i missili una volta rientrati nell'atmosfera, è il già citato sistema PATRIOT PAC-2/3). In Corea del Sud è al momento attiva una batteria THAAD, dotata di radar  AN/TYP-2  a singola faccia fissa in banda X e 6 lanciatori, ed un numero imprecisato di batterie PATRIOT PAC-2/3. E’ importante sottolineare che il radar AN/TYP-2, che ha una copertura di oltre 2.000 km, è schierato pure in Israele, in una base segreta nel deserto del Negev, e nel sito turco di Kurecik. Nel Pacifico, gli Stati Uniti hanno dispiegato pure Sea-Based X-Band Radar (SBX-1), un ulteriore radar in banda X da oltre 2.000 km di portata, basato su una piattaforma mobile galleggiante.

anteprima logo RID Corea: testato nuovo missile intercontinentale

Dopo 2 mesi di sostanziale silenzio, la Corea del Nord è tornata a condurre un test balistico lanciando un nuovo missile intercontinentale. Secondo la TV di stato si tratterebbe dell'HWASONG-15, ultimo sviluppo della serie HWASONG e ordigno capace di raggiungere il territorio degli USA. Il test costituisce l'ennesimo sviluppo lungo la strada del perfezionamento della capacità balistica del regime e sembrerebbe un ulteriore passo verso la messa a punto di un ICBM, (Intercontinental Ballistic Missile) completamente operativo. L'ordigno, infatti, è stato lanciato alla massima inclinazione possibile, arrivando un altitudine mai raggiunta in precedenti test, 4.475 km, ed ha percorso 950 km in 53 minuti ricadendo a 250 km dalle coste giapponesi. Se fosse stato lanciato con una traiettoria "standard", il missile avrebbe potuto percorrere oltre 13.000 km. Tuttavia, in questi casi la distanza dipende molto dal peso della testata che, essendo del tipo telemetrico da esercitazione, è molto leggera. Per cui, con una testata operativa, molto più pesante soprattutto se nucleare e dotata di "esche" per superare le difese nemiche e del necessario "indurimento" per reggere al rientro in atmosfera, la gittata si ridurrebbe sensibilmente. Tuttavia, appare ormai certo che la Corea del Nord possa colpire con i suoi missili quantomeno l'Alaska o le Hawai. Il test, inoltre, è giunto nel momento di massima pressione politico-militare da parte degli Stati Unito contro Pyongyang. Nelle scorse settimane nell'area erano state schierate ben 3 portaerei contemporaneamente (la RONALD REAGAN, la THEODORE ROOSEVELT e la NIMITZ), mentre 6 caccia pesanti super-manovranti a bassa rilevabilità F-22 RAPTOR, insieme a 4 caccia multiruolo F-35A, sono in fase di dispiegamento in Corea del Sud per prendere parte ad una nuova esercitazione con le controparti di Seul. Peraltro, negli ultimi mesi esercitazioni e manovre da parte di Americani e Sudcoreani sono state all'ordine del giorno ed hanno visto il coinvolgimento costante di bombardieri americani B-1B e la simulazione di scenari altamente convenzionali con  attacchi di precisione in profondità ed infiltrazione di difese aeree nemiche. Il test di ieri segue quello di settembre dell'IRBM (Intermdiate Ballistic Missile) HWASONG-12, missile balistico monostadio accreditato di una gittata di 4.500 km, basato su piattaforme mobili ed alimentato da propellente liquido, e quello del 4 luglio (replicato il 28 dello stesso mese), quando per la prima volta fu provato l'ICBM HWASONG-14 (missile bistadio, sempre a propellente liquido, accreditato di una portata di 7.000-10.000 km). La Corea del Nord è impegnata da anni nello sviluppo di missili balistici a raggio intermedio e lungo raggio. Per quanto riguarda i missili a raggio intermedio, il primo della serie è stato il TAEPODONG-1, forse costruito in una cinquantina di esemplari a partire dalla seconda metà degli anni ‘90. Si tratta di un missile a propellente liquido, basato in silos, accreditato di una gittata di oltre 2.500 km e dotato di una testata del peso inferiore ai 1.000 kg. Dal TAEOPODONG-1, la Corea del Nord ha poi derivato il TAEOPODONG-2, il primo missile balistico intercontinentale di cui dispone il Paese. Il TAEPODONG-2 è un missile tristadio a propellente liquido, basato in silos, dalla gittata stimata in circa 6.000 km per una capacità di payload di appena 1.000 kg (ma che si ridurrebbe a 500 kg per ottenere la gittata massima di 9.000 km). Il sistema, che utilizza per gli stadi i motori dei missili a medio raggio NODONG e corto raggio SCUD, è stato impiegato per mettere in orbita i piccoli satelliti KWANGMY?NGS?NG-3, nel dicembre 2012, e KWAMONGSONG-4, nel febbraio 2016, e, dunque, è da ritenersi operativo anche se non è chiaro di quanti esemplari disponga il regime. Nella categoria dei missili a raggio intermedio rientra il MUSUDAN, derivato dal vecchio R-27 (o SS-N-6) sovietico, SLBM (Submarine Launched Ballistic Missile) a propellente liquido, di cui, appunto, ne rappresenta un riadattamento per renderlo idoneo ad operare da terra. Il missile ha una gittata compresa tra i 2.500 ed i 4.000 km ed una testata da circa 1.200 kg; è stato testato ben 6 volte in volo, ma soltanto gli ultimi 2 test, condotti a giugno 2016, sono stati un parziale successo. Nella stessa categoria rientra, appunto, anche l'HWASONG-12, mentre per quanto riguarda i missili intercontinentali la serie è quella già citata HWASONG-14/15. A febbraio di quest'anno, e poi ancora il 21 maggio, Pyongyang ha testato con successo anche una variante terrestre dell'SLBM KN-11 (missile bistadio a propellente solido con una gittata nell'ordine dei 1.000 km, già più volte testato con successo e lanciabile dai sottomarini classe GORAE/SINPO), denominata KN-15, dotata di una gittata più estesa e di diverse migliorie nel sistema di guida e nelle capacità di evasione delle difese avversarie. Il KN-15 è un missile bistadio a propellente solido, basato su un TEL cingolato, probabilmente di produzione locale, e accreditato di una gittata compresa tra i 1.500 ed i 2.000 km.

anteprima logo Stato Maggiore Difesa TF Praesidium costituisce il 1° team joint

Si è conclusa la prima settimana di attività del Mosul Dam Civil Affair Team, il gruppo cui partecipano la TF Praesidium e le Forze di Sicurezza irachene presenti nell’area della Diga

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anteprima logo Stato Maggiore Difesa Afghanistan – conclusa EAP italiano

"Le Forze afgane, assistite dagli advisor italiani, hanno consolidato la loro presenza ed esteso il controllo nel distretto di Shindand"

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anteprima logo Stato Maggiore Difesa Sei sospettati di pirateria fermati da Nave Fasan

Il giorno 19 Novembre, Nave Virginio Fasan ha intercettato e sottoposto a fermo un gruppo di sei persone sospettate di atti di pirateria. I sei, tutti di nazionalità somala, a bordo di due piccole imbarcazioni, avevano tentato l’abbordaggio nei giorni precedenti di un portacontainer e di un peschereccio d’altura, battenti rispettivamente bandiera Panamense e delle Seychelles.

 

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anteprima logo RID Una nuova struttura per la NATO

Di fronte alle sfide che oggi minacciano la sicurezza transatlantica, i 29 Ministri della Difesa dei paesi NATO riuniti a novembre a Bruxelles in occasione dell’ultima ministeriale hanno riconosciuto la necessità di avanzare ulteriormente nel percorso di adattamento dell’Alleanza Atlantica. Tra gli elementi cruciali in questo senso, vi è senz’altro la creazione di una struttura di comando robusta e agile. A tal fine è stata annunciata l’istituzione di 2 nuovi comandi. Il primo si concentrerà sull’Atlantico in modo da garantire la sicurezza delle linee di comunicazione tra l’Europa e il Nord America, mentre il secondo avrà il compito di migliorare lo spostamento di forze militari sul territorio europeo e, più in generale, di rafforzare la funzione logistica nella struttura di comando NATO. Questa proposta, che verrà ulteriormente dettagliata nei prossimi mesi, si inserisce nel più ampio contesto di revisione e adattamento della struttura dell’Alleanza Atlantica che sarà importante oggetto di discussione in occasione del prossimo Summit nel luglio 2018. Per oltre 20 anni dopo la fine della Guerra Fredda, la NATO si è occupata di crisis management fuori dal territorio dei Paesi membri, con una conseguente rimodulazione del proprio paradigma di azione: dalla difesa territoriale con formazioni numerose ed equipaggiamenti pesanti, si è passati ad interventi “fuori area” da condurre con forze altamente proiettabili, basate su unità di numero ridotto ed equipaggiamento più leggero. In questi anni, dunque, deterrenza e difesa, con la relativa pianificazione, esercitazioni, linee di comunicazione e processo decisionale non sono stati elementi centrali nell’agenda NATO, che era impegnata a gestire le varie fasi di crisis management in teatri quali i Balcani e l’Afghanistan. Attualmente, invece, l’evoluzione dello scenario internazionale sta imponendo all’Alleanza Atlantica un percorso di adattamento per riuscire ad assolvere in maniera efficace una duplice missione: gestire la minaccia russa sul fronte orientale e contemporaneamente assicurare un adeguato livello di stabilità su quello meridionale. In questo senso, il 2014 ha rappresentato uno spartiacque significativo con l’annessione manu militari della Crimea ed il conflitto in Donbas, e l’emergere del fenomeno terroristico di ISIS accompagnato da una crescente instabilità sul fronte meridionale. A fronte di queste minacce la NATO è chiamata a difendere il proprio territorio e contemporaneamente a proiettare stabilità, come sancito anche dal vertice di Varsavia nel 2016. In termini politici questo ha portato a riprendere il concetto di deterrenza, divenuto parola chiave all’interno del comunicato finale del vertice. Ma come tradurre questa nozione poi in termini concreti? In primis attraverso un’adeguata credibilità, che, come rilevato nel corso di un seminario svoltosi il 10 novembre presso la sede dell’Istituto Affari Internazionali - in collaborazione con la Public Diplomacy Division NATO – poggia su 3 pilastri fondamentali: coesione politica, capacità militari e comunicazione strategica. Per quanto riguarda il primo punto, l’imminenza delle nuove minacce avrebbe contribuito ad accrescere la solidarietà e l’unità tra gli alleati rispetto a 5 anni fa, e nonostante permangano discussioni intra-alleate relativamente ad alcune questioni - tra cui la suddivisione degli oneri ovvero il burden sharing, il consenso NATO appare solido. In termini di capacità, invece, si riscontra una sostanziale lentezza sia a livello di processo decisionale sia di capacità di muovere truppe sul territorio europeo, da qui, appunto, la decisione di dare vita alla suddetta nuova struttura di comando logistica. Infine, la comunicazione strategica gioca un ruolo importante per garantire una deterrenza efficace e, per questo, è importante assicurare una migliore connessione tra mondo militare e mondo dell’informazione, soprattutto in un contesto caratterizzato da molta “information warfare”. L’intero processo naturalmente richiede un adeguato contributo finanziario, operativo e capacitivo da parte degli stati membri dell’Alleanza, e riporta quindi l’attenzione sulla necessità di un più equo burdensharing, ancora lontano dall’essere raggiunto. Il prossimo anno saranno 8 gli alleati a raggiungere la soglia del 2% del Pil investito in difesa, anche se collettivamente la spesa non aumenterà di molto perché altri Paesi stanno riducendo le proprie risorse. Con l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, a livello NATO l’80% del budget proverrà da Paesi non UE. Sul lato capacitivo e operativo, tuttavia, alcuni Paesi pur non garantendo una buona performance in termini finanziari rappresentano invece validi contributori. Tra questi, la Germania, ad esempio, investe l’1,3% del proprio Pil, ma dedica le risorse principalmente all’adempimento delle richieste dell’Alleanza. Anche l’Italia, che figura tra gli ultimi 5 Paesi NATO quanto ai investimenti nella difesa, rappresenta invece un alleato affidabile in termini operativi, soprattutto in missioni di stabilizzazione e ricostruzione, per le quali il nostro Paese sta sviluppando una capacità di nicchia, ma anche nel contributo alla difesa e deterrenza sul fronte orientale A fronte del recente attivismo da parte degli alleati membri dell’UE, in particolare con il lancio della Permanent Structured Cooperation (PESCO), sarà interessante vedere come il processo di adattamento dell’Alleanza Atlantica si legherà alle recenti iniziative lanciate a livello europeo. Un’accresciuta cooperazione tra i Paesi UE in ambito difesa potrebbe rappresentare un fattore positivo per la NATO e contribuirne al rafforzamento, sia aumentando gli investimenti europei in difesa sia sviluppando in maniera congiunta nuove capacità non ottenibili a livello nazionale. In particolare, oltre al generico impegno di aumento della spesa, tra i progetti di cooperazione proposti in ambito PESCO figura la questione della mobilità delle truppe all’interno dell’Unione. In questo senso, sarà cruciale garantire un adeguato coordinamento NATO-UE per evitare la concretizzazione dello spauracchio delle 3 “D” – dissociazione della sicurezza europea da quella americana duplicazione non necessaria di strutture, e discriminazione di stati membri della NATO ma non dell’Ue e viceversa, che da sempre caratterizza la relazione tra NATO ed UE. Solo così si potrà fare in modo che la creazione di un’Europa della difesa contribuisca effettivamente a rafforzare la cooperazione con l’Alleanza Atlantica.