LEONARDO
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Argomento Selezionato: Difesa
anteprima logo RID AH-249, il successore del MANGUSTA

Nel corso di un convegno svoltosi a Cracovia, in Polonia, l’Aviazione dell’Esercito (AVES) ha finalmente divulgato le prime informazioni dettagliate circa il nuovo elicottero d’attacco della Forza Armata. Su queste pagine abbiamo già dato conto dell’avvio ufficiale del programma decennale relativo al Nuovo Elicottero da Esplorazione e Scorta dell’EI (vedi RID 11/16 pag 7 e RID 12/16 pag. 22) che, partito nel 2016 con uno stanziamento iniziale di 5,56 milioni di euro, prevede un esborso complessivo di 487,06 milioni di euro in 10 anni per lo sviluppo della nuova macchina sulla quale si sapeva finora ben poco. Tuttavia, grazie alle notizie divulgate dall’AVES nel corso della Combat Helicopter Conference, organizzata dalla società inglese TDNUK (specializzata in eventi di questo tipo), è stato possibile avere un quadro molto più preciso sul programma e farsi un’idea molto più dettagliata delle caratteristiche richieste al nuovo elicottero. L’Italia, grazie ad Agusta (poi AgustaWestland ed oggi Leonardo), ha il primato di aver realizzato il primo vero elicottero controcarro occidentale al di fuori degli Stati Uniti. Il programma per una macchina d’attacco è partito infatti nel lontano 1972, quando iniziarono gli studi relativi ad un derivato controcarro dell’A-109 (oggi AW-109): nel 1981 veniva avviato il progetto di dettaglio, seguito l’anno successivo dalla costruzione del primo prototipo che volava nel 1983.

anteprima logo RID Caccia emiratini stabilmente in Libia?

Nei prossimi mesi il coinvolgimento emiratino in Libia potrebbe vedere un sensibile incremento. Alcune immagini satellitari pubblicate negli ultimi mesi, infatti, mostrano il netto cambiamento, dal punto di vista infrastrutturale, subito da quella che va considerata come una vera e propria “Forward Operating Base” degli EAU in Libia, la base aerea di Khadim. Ciò che fino alla prima metà del 2016 rappresentava poco più di un aeroporto secondario - situato 70 km a sud di Marj, nella parte orientale del Paese – adesso costituisce una base aerea di tutto rispetto, dotata di una pista in asfalto di 3.608 m di lunghezza (per 45 m di larghezza), di una larga area di parcheggio completamente pavimentata e di ben 10 shelter di dimensioni medio piccole, sistemati ai margini della suddetta area, probabilmente destinati ad accogliere il personale presente, tra cui diversi contractor appartenenti alla Academi (ex Blackwater). Dalle immagini si evince, inoltre, che accanto all’area di parcheggio è in via di pavimentazione un’altra piazzola di grandi dimensioni – al momento ancora non collegata con la pista di rullaggio - ai margini della quale sono presenti 4 hangar di dimensioni medio/grandi più altri 2 in via di costruzione. E’ probabile che si tratti di una possibile dock area destinata allo stazionamento di aerei cargo di grosse dimensioni – come gli Il-76 TD utilizzati per il trasporto dei materiali ed equipaggiamenti necessari al ripristino dell’aeroporto - ed alla movimentazione del loro carico. Come detto, tali modifiche appaiono abbastanza evidenti se si tiene conto delle condizioni in cui versava la pista di Khadim fino ai primi mesi del 2016: totale assenza di shelter o hangar, ed area di parcheggio e pista scarsamente pavimentate. Gli interventi migliorativi ad Khadim sono partiti nella primavera del 2016, quando gli EAU hanno iniziato a rischierare i propri velivoli in Libia, per sostenere il Parlamento di Tobruk e le milizie di Haftar, il cui Comando militare centrale, peraltro, ha sede proprio a Marj. Da giugno 2016, Khadim ha ospitato diversi aerei emiratini: turboelica COIN AT-802i BPA, elicotteri UH-60 BLACKHAWK e UAV MALE di fabbricazione cinese WING LOONG, tutti velivoli impiegati in varie occasioni in missioni di interdizione, supporto aereo ravvicinato e ricognizione per dar manforte alle truppe di Haftar impegnate nei combattimenti con le milizie islamiche (Ansar al Sharia/BRSC e Consiglio della Shura dei Mujaedeen di Derna) in Cirenaica. Tuttavia, la mancanza di strutture adatte al ricovero dei velivoli e di un’adeguata area cargo/logistica, ha finora impedito il rischieramento di una componente aerea maggiormente “pagante” e per lunghi periodi di tempo. Ciò spiega gli interventi effettuati su Khadim che, stando ad una prima analisi delle recenti immagini, ora sembrerebbe dotata di hangar in grado di ospitare una squadriglia di 4/6 tra F-16E/F Block 60 e MIRAGE 2000-9/EAD/RAD, oltre all’attuale contingente costituito da 6/8 AT-802, almeno una coppia di UH-60 ed un paio di WING LOONG. Tale contingente, tuttavia, risulta inadeguato ad operare – per questioni di autonomia - sui fronti lontani dalla Cirenaica che, attualmente, appaiono maggiormente caldi: Misurata, Sirte, ed il Fezzan (in particolare zone di Saba e Fuqaha), tutte aree in cui, peraltro, dalla scorsa estate si registra il ritorno di una forte presenza del Daesh.

anteprima logo RID Altri RAFALE e blindati VBCI per il Qatar

La visita del presidente della Repubblica Francese Emmanuel Macron in Qatar ha portato i suoi frutti: l’Emirato ha infatti annunciato di aver intenzione di acquistare altri caccia RAFALE, esercitando un'opzione per 12 esemplari aggiuntivi, e di avere selezionato il VBCI quale futuro veicolo da combattimento per la fanteria. Una lettera d’intenti circa l’acquisizione dei blindati è stata firmata, ma le notizie al riguardo sono scarse. Alcune voci indicano però che potrebbe trattarsi di un massimo tra 400 e 500 veicoli e non 300 come sembrava inzialmente. Nessuna notizia circa il modello esatto, le versioni e l’armamento.

anteprima logo RID Libro Bianco: un'occasione persa?

"Il Libro Bianco è stata una grande occasione persa", così si espresso ad il Convegno sulla cooperazione NATO-UE (vedi notizia a fianco) il Presidente della Commissione Difesa del Senato Nicola Latorre. L'incombente scioglimento delle Camere, pertanto, sembra non consentire l’approvazione del Disegno di Legge che avrebbe dato implementazione a buona parte del contenuto del Libro Bianco. Latorre ha soltanto aggiunto di sperare che il prossimo Parlamento possa riprendere in mano il documento, ma c'è da farsi poche illusioni, considerando, diciamolo, pure le opposizioni che lo stesso Libro Bianco ha suscitato in una parte delle Forze Armate. Se così fosse, sarebbe una sconfitta, spiace dirlo, per chi voleva riformare a fondo la Difesa, ma una sconfitta, speriamo momentanea, anche per noi, che avevamo appoggiato lo spirito del documento e molto, anche se non tutto, del suo contenuto (che recepiva alcune delle nostre storiche battaglie). Non vogliamo certo star qui ad additare i responsabili, per trovarli basta fare un po' di rassegna stampa degli ultimi 2 anni..., ma ci limitiamo soltanto a riflettere sul fatto che con il Libro Bianco se ne andrebbero anche la Legge Sessennale, che avrebbe dato certezza gli investimenti ed al procurement, la sovraordinazione del Capo di SMD (che con il Libro Bianco sarebbe diventato un vero e proprio CHOD, Chief Of Defence), già prevista dalla Legge Andreatta sui Vertici, la creazione della figura del Vicecomandante per le Operazioni (VCOM-OPS), responsabile della pianificazione delle operazioni (si resterebbe pertanto alle attuali "parrocchie"...), senza dimenticare lo svecchiamento degli organici, la formazione di una vera riserva operativa e così via. Tutte misure che avrebbero contribuito a rendere lo strumento militare più efficiente ed efficace, ma che a questo punto potrebbero restare in un cassetto. A meno di clamorosi colpi di scena dell’ultima ora, solo il prossimo Parlamento potrebbe riaprire quel cassetto, come auspicato dal Sen. Latorre, ma l'onda lunga che il documento aveva suscitato si è ormai esaurita. Pertanto, poche illusioni e molto realismo, ma un invito, sì, quello ci sentiamo di farlo. Non si vuole il Libro Bianco? Bene, recuperiamone però alcune parti, a cominciare da quella Legge Sessennale mai così necessaria all'industria come in questo momento di accelerazione del processo d'integrazione della difesa europea, riscriviamo un Disegno di Legge e portiamolo subito all’attenzione delle nuove Camere. Facciamolo, prima che il Direttorio franco-tedesco ci chiuda in un angolo...

anteprima logo RID Cooperazione NATO-UE: quale futuro?

Ieri si è svolto a Roma un'interessante convegno, organizzato dallo IAI e dalla Delegazione Italiana presso l'Assemblea Parlamentare della NATO, sullo stato della cooperazione NATO-UE e sulle sue prospettive. Il convengo, suddiviso in 2 diversi panel, ha visto confrontarsi i vertici della Difesa, a cominciare dal Capo di SMD Gen. Claudio Graziano, con i vertici dell'industria - rappresentata dall'AD di Fincantieri Giuseppe Bono e dal Direttore delle Strategie di Leonardo Giovanni Soccodato, nonchè dal Presidente dell'AIAD Guido Crosetto – esponenti politici – i Presidenti delle Commissioni Difesa parlamentari Francesco Saverio Garofani e Nicola Latorre ed il Presidente della Commissione Esteri della Camera Fabrizio Cicchitto, e gli On. Paolo Alli e Andrea Manciulli - e del Ministero degli Esteri, rappresentato dal Segretario Generale Elisabetta Belloni. Insomma, un bel pezzo di sistema Paese. Il tutto poi si è concluso con l'intervento del Ministro della Difesa Roberta Pinotti. Il tema era di quelli importanti, la cooperazione NATO-UE, appunto, soprattutto adesso che l'Unione Europea ha finalmente accelerato sulla strada dell'integrazione in ambito difesa, compiendo una serie d passi in avanti concreti, a cominciare dalla creazione del nuovo Fondo Europeo per la Difesa e dal via libera ufficiale alle cooperazioni rafforzate e strutturare, PESCO. Per cui adesso più che mai si pone il grande problema di come conciliare questo rinnovato attivismo dell'UE sulle questioni di difesa con il tradizionale ruolo della NATO quale organizzazione politico-militare. Il convengo ha cercato di dare delle risposte in tal senso e di fornire degli spunti di riflessione per evitare che la cooperazione tra le 2 organizzazioni si traduca in duplicazioni, inefficienze o, peggio, competizione, ma la riflessione ha inevitabilmente toccato pure l'aspetto riguardante le opportunità che il processo d'integrazione della difesa europea potrà dare all'Italia ed alla sua industria. Per quanto riguarda il primo aspetto, ormai è chiaro che il tempo del cosiddetto Pacchetto “Berlin Plus” 2002, che prevedeva la suddivisione del lavoro tra UE e NATO sulla base del fatto che alla prima sarebbero spettate le missioni civili, mentre alla seconda quelle militari, secondo la dicotomia "soft-hard", è ormai superato. Oggi l'UE è sempre più presente sul fronte del crisis management ed in alcuni contesti è persino “più hard” della NATO – vedi per esempio il caso della missione SOPHIA, più incisiva della "cugina" NATO SEA GUARDIAN, come sottolineato dal Gen. Graziano – e la stessa "Joint Declaration" NATO-UE del luglio 2016 stabilisce che il terreno di cooperazione principale tra le 2 organizzazioni è il defence capacity building, strumento sempre più importante e strategico in ottica di stabilizzazione e proiezione di sicurezza. Ma in futuro potremmo aspettarci pure maggiore sinergia nelle stesse operazioni militari visto che, come precisato sempre dal Generale Graziano, "le forze sono sempre quelle". Venendo invece alla seconda questione, c'è da dire che tutti gli interventi sono stati unanimi nell'osservare che per cogliere più opportunità possibile in sede europea occorre una massa critica ed una capacità di fare sistema che, purtroppo, il nostro Paese non sempre ha dimostrato e che troppo spesso si è sgretolata nei mille frammenti delle beghe di cortile nostrane. Da ciò discenderebbe, dunque, un’assunzione di maggiore responsabilità da parte del Governo, il solo che può ricondurre a sintesi le differenze sulla base del superiore interesse nazionale. Peccato che su questo l’Italia sia da sempre latitante pensando che tutto ciò che è strategia e sicurezza riguardi esclusivamente il Ministero della Difesa. A ciò bisogna aggiungere la necessità, sollevata con forza dal SGD/DNA Gen. Magrassi ed alla quale va data immediata risposta, di creare "dei professionisti di Bruxelles", ovvero delle figure da distaccare a Bruxelles, supportandole e non lasciandole poi a se stesse, per presidiare ad ogni livello i complessi meccanismi burocratici europei. Da questo punto di vista, pertanto, l'Italia deve ancora crescere molto, ma deve farlo in fretta perchè gli altri certo non ci aspettano, anzi, e marciano spediti per "fare bargaining" all'interno dell'arena europea e spuntare il più possibile. A nostro discapito.

anteprima logo Stato Maggiore Difesa Operazione Atalanta: l’Italia termina il comando

A bordo della fregata italiana Virginio Fasan, ormeggiata nel porto di Gibuti, il Contrammiraglio Fabio Gregori della Marina Militare italiana ha lasciato l’incarico di Force Commander della Task Force 465 al Major General Charlie Stickland, l’attuale Operational Commander dell’Operazione Atalanta.

a cura dello