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anteprima logo RID P-8 per la Nuova Zelanda

Lo scorso 9 luglio, la Royal New Zealand Air Force ha ordinato 4 pattugliatori marittimi P-8 POSEIDON, diventando il settimo cliente ad acquistare il velivolo (il quarto dell’alleanza d’intelligence “Five Eyes”), dopo le Forza Aeree di Australia, India, Norvegia, Regno Unito e Stati Uniti, a cui recentemente si è aggiunta anche la Corea del Sud. 

anteprima logo RID ATR 72MP per la Finanza

Leonardo ha firmato con la Guardia di Finanza un contratto del valore di circa 44 milioni di euro per la fornitura di un ATR 72MP e dei relativi servizi di supporto tecnicologistico ed addestrativi. Il contratto, stipulato a seguito dell’aggiudicazione di un bando di gara europeo, definisce anche opzioni successive che porterebbero il valore complessivo dell’accordo fino a circa 250 milioni di euro. La prima consegna sarà effettuata nel 2019. Tutti gli apprfondimenti su RID 8 e 9.

anteprima logo RID Pronto il nuovo VYMPEL

Secondo fonti ufficiali della Difesa russa il nuovo missile aria-aria a lunghissimo raggio R-37M/RVV-BD VYMPEL – dotato di un sistema a guida radar attiva, di una testata a frammentazione da 60 kg e di un’autonomia di oltre 300 km, grazie alla presenza di un booster sganciabile in volo - è prossimo al completamento dei test di validazione operativa. Secondo i programmi, l’R-37M verrà integrato su 4 diversi velivoli, nonostante fosse stato inizialmente concepito per essere trasportato unicamente dagli intercettori MiG-31BM FOXHOUND. Oltre a quest’ultimo, seppur ancora non esistano conferme ufficiali dall’Aeronautica Russa, il missile dovrebbe essere integrato sui caccia multiruolo Su-30 e Su-35S, nonché sul Su-57. Questa nuova versione del VYMPEL è stata sviluppata come arma per abbattere piattaforme AWACS, SIGINT e per la sorveglianza del campo di battaglia.

anteprima logo RID Le conseguenze della Brexit per la Difesa

I negoziati sulla Brexit si avvicinano ad un punto di svolta con l’approssimarsi della data di uscita della Gran Bretagna dall’Ue, il prossimo 29 marzo, eppure gli esiti restano ancora incerti e tutte le opzioni sono teoricamente sul tappeto. Ciò genera incertezza anche per gli attori economici che devono attrezzarsi per diversi scenari quanto a futuri rapporti economici e commerciali tra Londra e l’Unione. Insomma, l’argomento è ancora oggi avvolto da una fitta nebbia, e il tempo passa inesorabile… In quest'ottica, il 4 luglio si è svolto presso l'Auditorium di Leonardo un interessante convegno dal titolo "Brexit, scenari ed implicazioni per l'industria europea della difesa". Il convegno – aperto di saluti del Presidente di Leonardo Gianni De Gennaro e del Presidente dello IAI Ferdinando Nelli Fercoi – è stato moderato dal Direttore dello IAI Nathalie Tocci ed ha visto confrontarsi l'Amministratore Delegato di Leonardo Alessandro Profumo, il Ddirettore del III Reparto di Ssegredifesa, Gen. Paolo Montegiglio, il Direttore Generale promozione sistema Paese MAECI, Vincenzo De Luca, ed il Direttore Generale produzione industriale MiSE, Stefano Firpo . Sul tavolo il tema caldo delle conseguenze che la Brexit potrebbe avere sull'industria della difesa e sulle cooperazioni internazionali. Non dimentichiamoci, per esempio, che il Regno Unito rappresenta per Leonardo il secondo mercato domestico con un ramo di azienda che custodisce competenze strategiche nel campo dell'elettronica e della radaristica, così come nel settore elicotteristico, e che impiega oltre 7.000 addetti. Per cui una Brexit troppo traumatica potrebbe avere ripercussioni negative per la stessa Leonardo, ma pure per molti altri attori (basti pensare che l’Italia vanta nei confronti del Regno Unito un surplus commerciale di ben 11 miliardi di euro e 43.000 imprese che vi esportano di cui 20.000 monomercato). Gli intervenuti non hanno nascosto questo rischio e tutti hanno espresso all’unisono il timore e la preoccupazione per eventuali scenari di “hard Brexit”, appena mitigate dalla considerazione che “alla fine il buon senso preverrà”, ma, appunto, solo appena se si pensa che il marzo 2019 è letteralmente domattina e ad oggi nessuno sa dove vogliono andare davvero gli Inglesi. E poi ci sono le questioni strategiche. Da questo punto di vista l’AD Profumo è stato molto chiaro nell’affermare che senza gli Inglesi l’Italia rischia di indebolirsi troppo al cospetto dell’asse franco-tedesco e di ridursi a fare del semplice offset rispetto ad una cooperazione Parigi-Berlino più o meno blindata. Ecco che, ha concluso Profumo, “bisogna fare di tutto affinché il Regno Unito resti nella difesa europea”, cominciando, per esempio, a trovare un modo per conferire a Londra uno status speciale, e non di mero Paese terzo, nell’ambito del programma satellitare GALILEO. La discussione, veramente molto interessante, ha preso spunto dalla presentazione della ricerca IAI – curata da Michele Nones, Alessandro Marrone e Paola Sartori - intitolata "Looking through the Fog of Brexit: Scenarios and Implications for the European Defence Industry. Lo studio fornisce un’analisi approfondita di 3 scenari particolarmente rilevanti per le industrie europee nel settore aerospazio, sicurezza e difesa, e delle loro implicazioni concrete. Nel primo di questi, lo scenario "benigno", UE e Gran Bretagna si accorderebbero per mantenere un’unione doganale tra le 2 parti oppure stipulerebbero un accordo di libero scambio talmente approfondito e omnicomprensivo da equivalere di fatto a un’unione doganale. Ciò comporterebbe a livello economico e commerciale una situazione simile a quella attuale con il regolare e libero flusso di prodotti, lavoratori, capitali e servizi, ed un forte allineamento degli standard regolatori. In questo caso, la cooperazione industriale e intergovernativa sarebbe favorita, e sarebbe agevolata la partecipazione della Gran Bretagna ai progetti EDF (European Defence Fund) e PESCO. Vi sarebbero minori effetti negativi sia sulle altre organizzazioni multilaterali di riferimento, dalla NATO alla European Space Agency, sia sulle cooperazioni bilaterali con Londra. Il problema è che i falchi del Partito Conservatore britannico si oppongono fortemente ad ipotesi del genere. Nel secondo scenario, non vi sarebbe una tale intesa sull’unione doganale di nome o di fatto. Piuttosto, le 2 parti converrebbero su un accordo di libero scambio blando e di basso profilo, che riprenderebbe gli accordi dell’European Free Trade Association, se non direttamente le regole base della World Trade Organization (WTO). In questo scenario, dazi doganali, barriere non tariffarie e controlli ai confini rallenterebbero e danneggerebbero gravemente lo scambio di dati, tecnologie, prodotti e risorse umane nel campo della difesa – come negli altri settori - con effetti negativi per tutti gli attori coinvolti. La Gran Bretagna è infatti fortemente integrata con i Paesi europei anche tramite diversi progetti intergovernativi e partnership industriali, dal settore aeronautico a quello missilistico, dagli elicotteri all’elettronica per la difesa, e rappresenta più di 1/4 della spesa europea nella difesa e delle relative capacità industriali e tecnologiche. Proprio a causa di tale integrazione, Londra e Bruxelles troverebbero comunque un accordo mirato per permettere alla Gran Bretagna di partecipare alle attività di ricerca e sviluppo tecnologico e ai progetti di cooperazione europea in ambito EDF e PESCO. Se ci dovessimo sbilanciare, questo secondo scenario ci sembra ad oggi il più probabile. Nel terzo e più negativo scenario, i negoziati si concluderebbero senza un accordo tra le 2 parti, neanche nel campo della difesa. L’uscita della Gran Bretagna dall’UE avverrebbe in modo traumatico e i futuri rapporti commerciali sarebbero basati sulle stesse regole basiche del WTO che si applicano ai Paesi terzi che non hanno alcun accordo di libero scambio con l’Unione. In tale scenario, si andrebbe verso una relativa chiusura del mercato UE per le importazioni britanniche e di quello del Regno Unito per l’export europeo, e più in generale una divergenza commerciale tra la Gran Bretagna e l’Unione. Il settore della difesa non sarebbe protetto da nessun accordo mirato, mettendo a rischio le cooperazioni esistenti e rendendone improbabili altre in futuro. La Gran Bretagna non parteciperebbe ai progetti EDF o PESCO, privandoli di un contributo significativo e al tempo stesso favorendo un consolidamento industriale e militare sull’asse franco-tedesco. Impatti negativi si avrebbero sulle attività spaziali in ambito ESA – sulla falsariga delle tensioni già emerse su GALILEO - ed un punto interrogativo si aprirebbe anche sui rapporti NATO-UE.

anteprima logo RID Le minacce di Trump e il burden sharing

Secondo alcune agenzie di stampa, il Presidente Trump avrebbe minacciato di far uscire gli USA dalla NATO se gli alleati non spendono di più per la Difesa. Fonti NATO hanno smentito pur confermando i toni duri di Trump durante la seconda giornata del Summit NATO. Da giorni, del resto, il Presidente americano si scaglia contro gli alleati, accusati di "free riding", e, soprattutto, contro la Germania, sentita come un pericoloso concorrente commerciale da ridimensionare. Al di là della conferma o meno della minaccia di Trump, l'atteggiamento del Presidente ci sembra controproducente e potrebbe innescare, da un lato, fenomeni sempre più spinti di aggregazione militare in Europa e, dall'altro, incentivare gli stati revisionisti a cambiare le architetture di sicurezza in altri scacchieri regionali.

anteprima logo RID Il Summit NATO di Bruxelles

Si sta svolgendo a Bruxelles il 29° Summit NATO, il primo nella nuova sede della capitale belga ed uno dei più importanti degli ultimi anni. Il Summit non è certo partito bene dopo le solite bordate del Presidente Trump contro gli alleati – nel mirino soprattutto la Germania, sentita come un pericoloso concorrente commerciale da ridimensionare – ed altre sparate varie, come, per esempio, quella di destinare il 4% del PIL alla Difesa. Più in generale, l'Amministrazione americana sembra continuare a preferire un approccio bilaterale alle relazioni internazionali, ed alla risoluzione delle relative problematiche. Un approccio un tantino contingente che non tiene conto quanto strutturalmente l’Alleanza Atlantica sia importante anche per Washington tanto da un punto di vista politico quanto da un punto di vista strategico-militare. Fortunatamente, però, la politica estera americana non la decide solo il Presidente e questo lo si vede soprattutto sul teatro europeo dove gli USA spenderanno quest’anno sul fronte della solidarietà e della deterrenza nei confronti di Mosca 4,8 miliardi di dollari, contro i 3,4 miliardi dello scorso anno, che saliranno a 6,5 miliardi nel 2019 (EDI, European Deterrence Initiative). Proprio la questione del burden sharing è stato il tema più importante affrontato durante il vertice. L'Alleanza ha ribadito l'impegno ad arrivare al 2% del PIL entro il 2024, ma già oggi l'inversione di tendenza è molto chiara. Quest'anno saranno 8 i membri che raggiungeranno tale soglia, erano solo 3 nel 2014, mentre come ricordato dal Segretario Generale Stoltenberg si stima che Canada ed alleati europei da qui al 2024 aggiungeranno 266 miliardi di dollari extra ai propri budget. Numeri importanti che segnalano uno sforzo concreto da parte dei Paesi membri e che vanno considerati con il dovuto rispetto. Sul fronte, invece, dei rapporti con la Russia e delle iniziative di deterrence and defence, abbiamo già accennato agli stanziamenti americani per la Europea Deterrence Initiative. A ciò bisogna solo aggiungere che è stato ufficialmente adottata pure la NATO Readiness Initiative dei "4-30" che prevede, entro il 2020, la creazione di una forza composta da 30 battaglioni meccanizzati, 30 squadroni aerei e 30 mezzi navali multinazionali pronti ad essere schierati in 30 giorni. Tali misure di deterrenza, tuttavia, continueranno ad essere accompagnate dalla ricerca del dialogo con Mosca ed in quest'ottica va letto l'incontro che si svolgerà nei prossimi giorni ad Helsinky tra lo stesso Trump ed il Presidente russo Putin. Altri temi importanti hanno riguardato i partenariati e l'Afghanistan. Nel primo caso, la NATO ha annunciato una nuova e più robusta missione di addestramento in Iraq, ed un incremento del supporto a Paesi strategici per la stabilità del Mediterraneo come Giordania e Tunisia. Questo è un punto che sta particolarmente a cuore all'Italia – impegnata a bilanciare l'impegno NATO ad est con quello a sud – soprattutto per ciò che concerne la Tunisia dove a questo punto dovrebbe partire la missione di supporto e training dell’Alleanza alla quale l’Italia prenderà parte con 70 uomini (missione già votata ed approvata dal Parlamento). La NATO si è detta inoltre pronta anche a sviluppare una partnership a lungo termine con la Libia che includa eventualmente pure l'ingresso di Tripoli nel Dialogo Mediterraneo. Nel quadro dell’impegno NATO per il sud, l'Italia ha pure incassato la piena operatività dell'hub di Napoli, sperando che le resistenze all'interno dello stesso JFC di Napoli, dove l'hub è inserito, vengano definitivamente superate e che l’hub possa finalmente iniziare a coordinare tutta l'attività di intelligence, sorveglianza e ricognizione in un teatro di così grande interesse per il nostro Paese. Per quanto riguarda l'Afghanistan, si è deciso invece di estendere il supporto finanziario alle ANSF (Afghan National Security Forces) fino al 2024 incoraggiando allo stesso tempo gli sforzi intrapresi dal Presidente Ghani per il processo di pace e riconciliazione. Infine, è stata firmata una dichiarazione congiunta con l'UE per la cooperazione tra le 2 organizzazioni e sono iniziati ufficialmente i colloqui per l'ingresso della Macedonia, dopo che finalmente Skopje e Atene hanno risolto l'annosa questione del nome. La Macedonia diventerà pertanto il 30° Paese della NATO con il nome ufficiale di Repubblica della Macedonia del Nord.